La tentazione psicotica

Liliane Abensour (2014)

La tentazione psicotica
Edizione italiana a cura di Andrea Baldassarro

Ed. Alpes pp. 150

Un tentativo di comprendere la psicosi.

Non è facile scrivere un’introduzione ad un libro scorrevole e limpido come questo, non solo perché le parole possono essere come sempre di circostanza, ma soprattutto perché, mentre il lavoro di traduzione e di revisione era in corso, Liliane Abensour è improvvisamente scomparsa, dopo una breve malattia. Qualcuno la ricorderà relatrice principale al Congresso degli Psicoanalisti di Lingua Francese di Parigi del 2011 su “Le Maternel” con la relazione L’ombre du maternel, senza che quasi nessuno sapesse che la sua malattia le avrebbe dato ancora poco da vivere. Lei aveva condotto quelle giornate senza alcuna prostrazione, del tutto intenta solo a discutere a fondo la questione del materno, problema cruciale per chi, come lei, si occupava quotidianamente di psicotici. Ed allora lo scrivere a proposito di questo libro può facilmente essere inficiato dalla riverenza e il timore che suscitano le persone scomparse, e ancor di più dalla consapevolezza che il dialogo sui temi trattati in questo libro con l’autrice si è interrotto, e che spetta forse a chi resta di condurre ancora più avanti il discorso. In effetti, questo è forse il più grande rammarico e la difficoltà maggiore incontrata nella traduzione e nella revisione del testo: non poter più contare sul dialogo che c’era stato con l’autrice, fatto che ha reso questo lavoro, già di per sé complesso – quando bisogna “tradire” necessariamente un testo nel doverlo “tradurre” da una lingua ad un’altra – ancora più difficile, in quanto molti interrogativi sarebbero rimasti senza risposta. Inevitabilmente dunque, le diverse domande che avremmo voluto porre a Liliane Abensour, per chiarire dei passaggi, per meglio interpretare le sue idee, resteranno insolute: ma forse è addirittura meglio così, per un testo che andrebbe continuamente ripensato e reinterpretato, sempre aperto, insaturo, vorrei dire, perché scritto nella migliore tradizione psicoanalitica, che è quella di considerare la teorizzazione e lo scrivere la psicoanalisi come un’operazione sempre imperfetta, sempre “in fieri”. Eppure, forse proprio questa ulteriore difficoltà ci ha spinti ad entrare ancora più a fondo nel testo, come a doverlo a nostra volta reinterpretare, ed a interrogarci ancora più a fondo non solo sul pensiero e le idee di Liliane Abensour, ma sulla natura stessa del funzionamento psicotico, che è poi l’asse portante di questa lunga escursione, questa “passeggiata immaginaria” nel campo forse più inquietante e problematico non solo della psicopatologia, ma dell’esperienza umana tout-court.

Liliane Abensour è stata direttrice di Psychanalyse et psychose, rivista che ha costituito e costituisce tuttora un luogo di riflessione e di pensiero sulla psicosi assai raro nello scenario internazionale, e che risponde al bisogno di ripensare la psicosi dal punto di vista psicoanalitico per meglio affrontare il campo, sempre irto di difficoltà, della clinica. Vorrei innanzi tutto soffermarmi su alcuni contributi che la rivista ha consentito di sviluppare.
Probabilmente una delle domande che continuano ad interrogare gli psicoanalisti che si occupano di psicosi è sempre quella del modo in cui si possa riuscire a pensare la genesi e la struttura della psicosi, e dunque di dover inevitabilmente rimettere al centro della riflessione la questione dell’opposizione “strutturale” tra nevrosi e psicosi, o al contrario della loro continuità. Ma prima di tutto forse andrebbe posta un’altra interrogazione, quella inaugurale direi: la questione dell’incontro con la follia – ancor prima di una possibilità di definizione del campo delle psicosi –, insomma del rapporto con qualcosa di Umheimlich, di estraneo e familiare allo stesso tempo, e che la traduzione francese con inquiétante etrangeté tende un po’ ad occultare, sottolineandone piuttosto solo l’aspetto di estraneità, ma cancellando quella della familiarità. Meglio sarebbe allora, a mio parere, parlare di “estraneità familiare”: ma questa è un’altra faccenda….
Ed infatti, le note introduttive, che introducono ogni numero di Psychanalyse et psychose recitano così: “Continuare a pensare la psicosi per un analista oggi, non è situarsi tanto in riferimento alla nevrosi – in un rapporto di analogia o di opposizione – quanto nel riconoscimento di un modo di essere a sé e al mondo differente, e nell’ascolto del paziente, della sua originalità e del suo dolore, nell’accettare di fare l’esperienza dell’estraneo tanto in se stessi che nell’altro? Vale a dire, riconoscimento dell’altro come altro da sé ma anche come altro in sé, inclusi gli aspetti psicotici in ognuno di noi. Nell’incontro con la follia non c’è, infatti, sempre qualcosa di troppo distante da sé e di troppo vicino a sé? Lo psicotico è sempre un altro, ma non è anche uno stesso?

Il corpo nella psicosi.

Liliane Abensour e Antoine Nastasi nell’introduzione al secondo numero di Psychanalyse et psychose, Sentir le corps, spiegavano che “le rappresentazioni della psicosi sono stranamente legate alle rappresentazioni del corpo, sia che il riferimento al corpo intervenga nel discorso o nel delirio dei pazienti psicotici, sia che l’immagine di un corpo frammentato serva da figurazione, com’è nel caso degli schizofrenici, alla frammentazione del soggetto”. La nozione stessa di immagine corporea è problematica, in quanto negli psicotici il corpo, fonte di eccitazione piuttosto che oggetto di investimento, è sovente negato. Il rapporto tra attività mentale e rappresentazione corporea è allora decisivo: “Se la fantasmatizzazione fallisce, è il delirio. Se il delirio non arriva, è la somatizzazione”. Il corpo, luogo sconosciuto per eccellenza, e sede anche delle trasformazioni psichiche, diviene allora espressione del conflitto inconscio e del suo tentativo di farsi strada, fino a muovere un attacco a se stessi.
E la questione del corpo non può andare separata dalla questione del sessuale, che si costituisce intorno alla difficoltà per il soggetto psicotico di tollerare l’afflusso pulsionale ed una relazione oggettuale: l’oggetto deve essere necessariamente tenuto a distanza per evitare il pericolo di un’effrazione od il rischio di un abbandono. Saranno allora possibili tre destini: la soluzione somatica (cambiare il corpo per modificare l’impatto percettivo ed emozionale), quella perversa (cambiare l’oggetto manipolandolo), ed infine quella delirante (cambiare e trasformare il mondo esterno).
E dunque la questione: si può ancora sostenere che i pazienti psicotici siano fissati ad uno stadio pregenitale, o che siano completamente esclusi da una configurazione edipica? E ancora: la psicosi non potrebbe rappresentare uno scacco delle funzioni organizzatrici proprie della pubertà? Se è vero che all’epoca della pubertà si verificano trasformazioni straordinarie dell’apparato psichico e sessuale, bisognerà ammettere che è a quest’epoca che l’organizzazione psicotica trova le sue modalità organizzative, come risposta alla disorganizzazione propria dell’epoca puberale. Le psicosi allora, ed in particolare la schizofrenia, dovrebbero essere viste, più che in termini di fissazione-regressione, come una “disarticolazione” di quelle tre funzioni (autoerotismo, corpo, oggetto), che la pubertà dovrebbe far convergere: uno scacco dunque del ruolo “organizzatore” della pubertà. Il corpo parla, ed è per questo spesso indecifrabile. È il corpo, forse, l’inconscio stesso?

Il transfert psicotico.

È questa una delle questioni un tempo più dibattute, oggi un problema per il trattamento, dato che la presenza di un transfert negli psicotici non può essere più negata: piuttosto, fa problema la sua intensità. Certamente, come É. Kestemberg aveva fatto notare, va distinto il transfert come uno spostamento di imago sull’analista, elaborabile in termini di conflitto, e l’investimento transferale che proviene da affetti massivi legati a figurazioni inconsce non elaborate e proiettate sull’analista. La possibilità di un incontro transferale, anche con un paziente psicotico, è senza dubbio possibile, a condizione però di allargare la nozione stessa di transfert. Bisognerà allora provare a considerare il transfert come uno spazio intermedio, come un fondo comune in cui si elabora la ri-costruzione del soggetto, il passaggio possibile da un modo di essere ad un altro. Ci si dovrebbe allora chiedere se di fronte all’intensità e all’immediatezza dell’investimento o del disinvestimento è ancora fondata in effetti la nozione di transfert nel senso classico del termine.
Come la realtà non è affatto perduta nella psicosi, ma è al contrario penetrante, minacciante, ed oggetto di continui tentativi di cancellazione, così il transfert psicotico non è assente, ma intenso e combattuto. L’oggetto di transfert è anzi talmente idealizzato, o persecutoriamente rigettato, da rendere assai difficile maneggiare il transfert psicotico, tanto che il problema può essere proprio quello di un rifiuto controtransferale dell’analista a confrontarsi con un investimento così intenso o annichilente. E dunque: se la nozione stessa di inconscio è stata essa stessa spesso impoverita, ridotta ad una funzione dell’apparato psichico piuttosto che ad una struttura, il transfert può essere ancora teorizzato come trasferimento di ciò che forse non si è neppure iscritto nell’apparato psichico?
All’origine della controversa questione della presenza o meno di transfert negli psicotici va ovviamente ricordata la posizione di Freud, che sosteneva l’assenza di transfert negli psicotici e l’impossibilità, conseguentemente, di un’utilizzazione del metodo psicoanalitico. Ma in realtà, alla fine della sua opera, Freud affermò che negli psicotici anche il diniego non è mai totale, e piuttosto che essere considerato come un deficit insuperabile, andrebbe considerato come un’estensione di un meccanismo di difesa e di organizzazione dell’Io primario: dunque come un tentativo di uscire dalla confusione dell’oggetto e di contenere l’angoscia di annientamento che sommerge il paziente psicotico. A seconda dell’uso dell’oggetto, si potrebbero allora distinguere almeno due modalità fondamentali di manifestazione psicotica: in un caso, quello delle psicosi non deliranti – di cui l’anoressia mentale è una delle figure più esemplari -, la ricerca immediata dell’agire, con una prevalenza del masochismo erogeno e della degradazione simbolica dell’oggetto, conduce ad una repressione degli affetti e ad una scissione o negazione del corpo, con esclusione di ogni forma di simbolizzazione. In un altro caso, la soluzione può ottenersi conservando una capacità simbolizzante – anche se questa mira ad eliminare lo scarto tra l’oggetto e la sua rappresentazione – ed è quella delle psicosi deliranti.
Le varianti tecniche introdotte rispetto la cura-tipo nel trattamento dei pazienti psicotici saranno allora dovute all’incapacità di stabilire uno spostamento di imago differenziate sull’analista, e conseguono innanzi tutto lo scopo di favorire un processo di simbolizzazione, e gli aggiustamenti tecnici concerneranno anche l’approccio interpretativo, dove si tratterà non tanto di interpretare i contenuti fantasmatici quanto le modalità di funzionamento mentale. Si tratterà, dunque, di elaborare la “psicosi di transfert” scegliendo di misurarsi, attraverso un numero frequente di sedute, con la minaccia di inglobamento e di intrusione dell’oggetto, o, di istituire, con un minor numero di sedute, una maggiore ‘distanza terapeutica’. Il lavoro con la “psicosi di transfert” dovrà allora appoggiarsi alla scelta di interpretare il ricorso al meccanismo dell’identificazione proiettiva come corrispondente ad un fantasma inconscio di fusione con l’oggetto. L’utilizzazione dello psicodramma analitico, cui nel Centre Kestemberg si fa sovente ricorso – e sul quale il libro di Liliane Abensour si sofferma di frequente, che ha la caratteristica di “far giocare” al paziente le sue fantasie per mezzo di alcuni terapeuti, mentre il conduttore resta fuori dal gioco -, si rivolge a pazienti per i quali l’indicazione di un lavoro analitico classico è limitato, sia in ragione di un’inibizione massiva, sia per un’eccessiva eccitabilità. Numerosi sono gli esempi in questo volume di trattamento in parallelo di pazienti che vengono seguiti in terapia analitica ed allo stesso tempo con lo psicodramma analitico individuale, che consente di lavorare su un piano concreto, aderente alla realtà, indispensabile, dice Liliane Abensour, quando si ha a che fare con pazienti psicotici.

Opposizione/continuità tra nevrosi/psicosi.

Sul piano teorico, a proposito dell’opposizione tra nevrosi e psicosi, viene sovente invocata l’irriducibilità tra rimozione e diniego come meccanismi che appartengono o all’uno o all’altro campo, che la nozione lacaniana di forclusione non ha fatto altro che accentuare. Ma se si considera l’economia degli investimenti narcisistici ed oggettuali, non si può indicare facilmente una differenza sostanziale tra i diversi tipi di organizzazione, nevrotica o psicotica, ed anche la scissione può essere considerata come l’estensione economica di un meccanismo di difesa e di organizzazione dell’Io primario. In fondo la scissione è presente anche nella nevrosi non tanto in quanto tale, ma come potenzialità che appartiene a tutto lo psichismo umano. Mi sono chiesto spesso se sia da preferire un’idea di continuità a quella – che sembra prevalere in Francia, forse anche per l’influenza di Lacan – di “struttura”, e dunque di una soluzione di continuità, irrimediabile, tra nevrosi e psicosi. E allora: anche a voler lasciare da parte la questione – ineludibile – degli stati-limite, che rimettono già di per sé in discussione la bipartizione fondamentale tra organizzazione nevrotica e struttura psicotica, dovremmo porci non solo il problema di una possibile continuità nevrosi-psicosi, ma ancora di più quello di una potenzialità psicotica, che è l’idea, per certi versi, spiazzante di Piera Aulagnier: quella di “un’organizzazione della psiche che può non provocare sintomi manifesti, ma che mostra, ogni volta che è possibile analizzarla, la presenza di un pensiero delirante primario incistato e non rimosso”. Forse proprio quest’ultima nozione potrebbe consentire di uscire dall’opposizione irrisolvibile tra visone “continuista” e visione “strutturale” della psicosi e forse dall’opposizione, anch’essa non sempre giustificata del tutto, ma piuttosto frutto di una consuetudine, tra nevrosi e psicosi.

La questione delle origini.

Quella delle origini è un tema affascinante della riflessione psicoanalitica, in quanto rimanda allo stretto legame con le teorie sessuali infantili, alla ricerca delle origini di ciascun soggetto e, ancora, all’autogenerazione del discorso psicotico. La stessa teoria psicoanalitica può essere considerata una ricerca delle origini della nevrosi e del sapere, in quanto, come afferma André Green, è “la teoria sessuale infantile degli psicoanalisti sul proprio oggetto di ricerca, la psiche”. La questione delle origini è così al cuore della stessa ricerca psicoanalitica, laddove cerca di riprendere e di dare risposta alle domande inaugurali dell’infanzia sull’origine del soggetto e del mondo. Anche “il delirio contiene sempre una teoria delle origini che tenta di rendere sopportabile un vuoto fondamentale. Si costruisce una teoria delirante delle origini collocandosi all’origine del mondo”. D’altra parte, dovremmo considerare anche i resti originari non analizzati degli analisti stessi come il motore che spinge ciascun analista a proseguire nel lavoro (auto) analitico, e che si ricollegano a quelle domande insolute dell’infanzia di ognuno che non hanno trovato risposta e che continuano a cercare almeno una significazione, ancora nel tempo attuale.
Infine, se – come Freud ha sostenuto – la rimozione originaria può trasformarsi nel corso della vita soprattutto grazie all’attività analitica, possiamo allora anche pensare ad una possibilità trasformativa della cura che incida sulle potenzialità, più che sulle strutture?

Per concludere, anche se “una lunga strada ci separa dal tempo di concludere”, e per tornare alla “tentazione psicotica”: La tentation psychotique è un testo aperto, “arioso” vorrei dire, informale, insaturo, che parte soprattutto dall’esperienza concreta del lavoro con i pazienti psicotici: non pretende di fare teoria, una nuova teoria, ma di indicare le modalità di presentazione della psicosi e la sua possibile lettura. Il linguaggio tenta di sposarsi con questa stessa esperienza, e ne mostra i limiti, le incertezze, le defaillances: ma anche la spontaneità, l’assillo della ricerca, la distanza incolmabile ed allo stesso tempo la sostanziale somiglianza dell’umano, di tutto l’umano. E dunque la necessità delle “varianti” della cura-tipo. Ormai è sempre più necessaria una discussione sulle trasformazioni della tecnica: ipotesi di nuove o di diversi modi di presentarsi delle patologie classiche, sollecitazioni dell’ambiente di cura, adeguamento alle diverse domande di cura, necessità di rispondere ai disagi del sociale, nuovi sintomi, nuove sofferenze, prevalenza di forme-limite, tutto spinge verso cambiamenti che trasformano impercettibilmente la cura ed il setting, senza spesso di fatto un’adeguata riflessione su queste stesse trasformazioni, che la cura dei bambini e degli psicotici ha reso già necessarie in passato: Liliane Abensour torna infatti spesso sulla necessità – attraverso lo psicodramma – di lavorare sulla realtà anche concreta, piuttosto che solo sugli aspetti simbolici, che fanno appunto difetto e comportano spesso della mancate inscrizioni nell’apparato psichico dei pazienti psicotici.
La “tentazione psicotica” allora, cos’è? È qualcosa che attira ed angoscia allo stesso tempo, una fonte di attrazione dalla quale difendersi. L’allusione è a quel luogo dal quale anche i mistici sono catturati, e che allo stesso tempo evitano con tutte le loro forze, tutte le loro preghiere: si tratta di sfuggire a ciò che attrae. In questo senso, è in gioco un di più di pulsionale, di erotico. Ecco, la tentazione psicotica è un buco nel quale si precipita. “La tentazione delirante è là per rispondere al rischio di crollo, di annientamento “. L’adozione stessa nel titolo della parola “tentazione”, che ricorda le operazioni di preghiera dei mistici per restare nel sacro e non essere presi nel gorgo della perdizione, indica proprio un modo di essere – oggi che l’incontro con un dio non è più riservato a pochi isolati mistici in preda ad un furore dello spirito – di quanti cercano altre vie di incontro con il sacro per non cadere nella certezza del delirio. Non è lo stesso per i poeti, per gli artisti, sembra volerci dire Liliane Abensour? Per chi cerca una via “altra” che lasci in sospeso il proprio essere e lo protegga dal richiamo di un delirio risolutore? Un torcersi dentro ad un enigma, questa è la tentazione psicotica, forse una tentazione non troppo lontana da quella dei mistici e degli artisti.
Nessuno riesce, è mai riuscito, a dare pienamente ragione (ma questo è già un ossimoro) della follia, a darne spiegazione. Molti ci provano, ci hanno provato, con più o meno successo, sempre avvicinandosi come ad un “fuoco” nel quale le parole si estinguono, come prova a dire Piera Aulagnier: “Assisto sempre con lo stesso stupore al sorgere, nel discorso psicotico, di una specie di verità ultima, inaccessibile agli altri umani, forse perché incompatibile con l’illusione che ci permette di vivere”. A volte sembra di poterci arrivare vicino, di stabilire dei principi, dei modi di funzionamento, di definire i contorni di questa esperienza. È quello che possiamo trovare nel libro di Liliane Abensour, un tentativo non di elaborare una nuova teoria della psicosi, di elencarne le cause, di trovarne i rimedi, ma di provare a stabilire un patto con essa. Come diceva Foucault di Freud che, dopo l’età classica, aveva ripreso a dialogare con la follia: “Freud riprendeva la follia al livello del suo linguaggio … egli restituiva, nel pensiero medico, la possibilità di un dialogo con la sragione”, perché, e sono parole di Derrida, “la psicoanalisi rompe con la psicologia parlando con la Sragione che parla nella follia”. Ecco, questo possiamo ritrovare nelle parole di Liliane Abensour, la possibilità – mi perdonerete il paragone improvvido – di giocarci perfino insieme con la follia, con le sue parole e la sua “scrittura”, di lavorare – psichicamente – con essa. Di trattare i pazienti mettendo in gioco la propria disponibilità e la propria umiltà, nel tentativo di accogliere, dialogare, comprendere, prima ancora che di provare a curare. Perché con la follia ci si può venire a patti, non cancellarla. Perché cancellarla sarebbe come negare una parte necessaria ed irriducibile dell’esperienza umana, quella parte che ci consente di accedere non alle verità ultime, che sono forse quelle del mistico, ma all’arte, alla poesia.
Perché vorrei ricordare la necessità – in quanto psicoanalisti – di non credere di sapere sempre esattamente cosa facciamo quando curiamo, e di scoprire che a volte il risultato è più inatteso delle nostre credenze o convinzioni: che ciò che si inscrive in un apparato psichico che per necessità si è difeso da molte iscrizioni è il risultato anche di una comunicazione inconscia tra paziente e analista, della quale non si possono sempre stabilire i contorni. Qualcosa passa da un luogo all’altro e, come nel modello del notes magico di Freud, cui Liliane Abensour fa giustamente riferimento, si iscrive qualcosa senza che l’apparato percettivo ne sappia nulla. L’apparato psichico è dunque forse da pensare soprattutto come un luogo di scrittura, e di comunicazione inconscia tra paziente e analista: “La relazione tra psicoanalista e paziente, compresa come una comunicazione da inconscio a inconscio, modifica la nozione stessa di memoria e conferisce progressivamente allo scritto, al testo scritto, uno statuto diverso, quello di un testo da tradurre”.
Insomma, a mio parere, la via indicata da Liliane Abensour è quella di sollecitarci ad un sapere che non può, non vuole dare definizioni, o certezze, ma di indicare solo un campo di indagine, di ricerca, anche perché – nelle sue parole conclusive, come un suggello alla sua opera – “bisogna essere intensamente psicoanalista per sapere non esserlo. Il pensiero psicoanalitico non è per ciascuno sempre da ripensare?”.

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Andrea Baldassarro

Settembre 2014