La violenza delle emozioni. Bion e la psicoanalisi postbioniana

La violenza delle emozioni. Bion e la psicoanalisi postbioniana

Raffaello Cortina, Milano, pp. 208, (2011) 
 
Recensione di Elena Molinari

“Uso l’ascolto come il taccuino mentale che raccoglie i suoi pensieri”.

Giuseppe Civitarese inizia così un toccante brano in cui descrive come abbia raggiunto con il suo paziente un momento di unisono e di profondo riconoscimento reciproco.
E’ un brano di un capitolo centrale del libro quello in cui l’Autore riflette sul conflitto estetico e le ricadute che questo conflitto ha sulla capacità di trasformare le sensazioni e le emozioni grezze in immagini, cioè su quella funzione che Bion denomina ‘funzione alfa’.
La parola “taccuino”mi rimanda per associazione ad un’iniziativa dell’americana Art House Co-op di cui ho letto qualche mese fa: previa iscrizione sul sito web(1) si può inviare a questa associazione un taccuino in cui l’autore ha prodotto disegni, acquerelli, ricami che ritraggono da un’angolatura personale la quotidianità attraverso la lente di un tema scelto tra quelli proposti.
La Book Art Library, di cui questi sketchbook diventano proprietà, organizza poi con essi mostre itineranti, analogamente a quanto accade per le opere d’arte.
Mi immagino allora che nel laboratorio che la stanza analitica rappresenta, il paziente possa creare il suo taccuino, cioè trasformare in immagini oniriche le emozioni che lo abitano: le parole diventano immagini e le immagini si compongono talvolta nella sequenza ordinata di un sogno, altre volte galleggiano sulla pagina della seduta come una scultura pop-up o viceversa si compongono rarefatte in un ricamo dai forti rimandi tattili.
Poi rileggo la frase “Uso l’ascolto come il (mio?) taccuino mentale che raccoglie i suoi pensieri.”
Una frase che inizialmente sembrava indicare una direzione in realtà risulta più ambigua.
Di chi è realmente il taccuino? Di chi sono le immagini o i simboli che si realizzano al termine della seduta?
L’ambiguità di non cogliere immediatamente di chi sia il taccuino “ci spinge verso una pazienza giocosa che mira a permettere al lettore di fare un’esperienza”. Con queste parole Meltzer commenta lo stile di scrittura di Bion (Melzer 1978, 11) evidenziando come esso sia uno strumento essenziale di ricerca per quest’autore.
Poiché leggendo La violenza delle emozioni ci accade di fare attraverso la scrittura un’esperienza di come l’ambiguità possa trasformarsi in gioco creativo, riusciamo a cogliere, oltre ad ogni dichiarazione formale, quale possa essere la teoria implicita che attraversa gli otto saggi che compongono il libro.
Il taccuino-contenitore non è del paziente e neppure rappresenta solo la mente dell’analista, ma piuttosto prende forma dal “mettere insieme” l’attenzione dell’analista e la cooperazione del paziente (Meltzer, 1986, 208). La psicoanalisi di Civitarese è una psicoanalisi radicalmente co-operativa anzi direi co-creativa e l’ambiguità, invece di essere abolita, diventa un valore che consente di aprire la mente a ciò che ancora le è ignoto.
Quando poi, di tanto in tanto, un’espressione più simbolica riesce a prendere forma su di una soglia che divide e congiunge il sogno e la veglia, questa espressione si imprime sulla pagina lasciando la mente un po’ disorientata. Quasi che l’analisi avesse la capacità di rendere ottimamente permeabile quella barriera-contatto che divide e fa comunicare l’attività onirica inconscia e la coscienza.
E’ un’esperienza estetica che sta nella vita quotidiana, ma anche sulla soglia dell’esperienza artistica. Civitarese è così profondamente immerso in una prospettiva estetica che nelle pagine in cui l’Autore racconta di sé e dei suoi pazienti insieme, cogliamo per esperienza il cuore del suo essere psicoanalista e qualcosa del metodo attraverso cui riflette.
Nei dialoghi clinici si intravede in trasparenza questa convinzione di fondo:

Questo in cui ci troviamo è un sogno, vero?
Direi di sì capo.
“Te lo chiedo perché a volte sembra tutto molto reale”(…)
“Se faccio, o dico, una cosa da questa parte può produrre effetti nel… mondo reale?” (…)
Quasi tutto quello che accade nel mondo reale dipende da quello che fai e dici da questa parte, capo. E viceversa. In molti non lo sanno, ma le cose vanno proprio così. (Carofiglio, 2011, 117)

Rispetto al metodo mi sembra che, non a caso, occupi nel libro il capitolo di apertura con un saggio nello stesso tempo fondativo e originale. Bion, come Descartes, porta il dubbio sul sapere costituito al punto estremo, permettendosi di lasciare che le certezze di un sapere che si fonda anche necessariamente sulla cesura si sgretolino, per cogliere ciò che sta oltre ogni “slash” così che la cesura non si irrigidisca in una scissione. Bion, senza cancellare l’ambiguità che nasce dalla coscienza, rovescia la prospettiva restituendo al pensiero un dinamismo che ne consente l’evoluzione (1963).
Fuori dalla stanza co-operativa ci troviamo così a visitare la mostra che Civitarese allestisce attraverso i capitoli di cui è composto il libro, capitoli in cui possiamo constatare come i taccuini analitici siano connessi entro un impianto teoretico e argomentativo coerente e molto raffinato .
Una cifra di pregio è la capacità dell’Autore di connettere l’impianto teorico classico di derivazione freudiana con quello dichiaratamente amato della riflessione bioniana. L’ultimo capitolo si incarica di utilizzare le metafore presenti nei testi di questi due autori per porli direttamente a confronto, attraverso le immagini che esse evocano, per tracciarne consonanze e differenze.
“D’istanti” mi sembra possa essere la sintesi di questo confronto: un gioco di parole che evoca la distanza che separa la teoria di questi due autori, ma anche l’istante in cui il lettore, mentre focalizza le immagini che le metafore evocano, riesce a coglierne le intersezioni facendo esperienza della bellezza delle stratificazioni delle proprie teorie esplicite ed implicite.
Per concludere vorrei però tornare al tema che personalmente ho trovato più appassionante: la riflessione su quanto l’estetica che nasce nella stanza d’analisi possa gettare una luce sull’esperienza artistica. L’arte e l’analisi sono in grado di ri-generare la vita perché in grado di ricondurci a fare un’esperienza sensoriale capace di ri-memorare, trasformare e talvolta di creare ciò che non ha mai potuto trovare espressione.
Dalla mostra itinerante La violenza delle emozioni, composta da otto taccuini co-costruiti entro uno spazio architettonico di solida teoria, si esce con un senso di profondo arricchimento.

Bibliografia

Bion W. (1963) Elementi di psicoanalisi, Armando Roma 1973
Carofiglio G. Il silenzio dell’onda, Rizzoli Milano 2011.
Meltzer, D. (1978) Lo sviluppo kleiniano. 3/il significato dell’opera di Bion. Tr it Raffaello Cortina Milano, 1982.
Meltzer, D. (1986). Studi di metapsicologia allargata: applicazioni cliniche del pensiero di Bion. Tr.it. Raffaello Cortina, Milano 1987

(1)   http://www.arthousecoop.com/projects/sketchbookproject2012