L’autismo: un altro modo di comunicare di L. Danon-Boileau. Recensione di M.P. Ferrigno

“L’autismo: un altro modo di comunicare”

Di Laurent Danon-Boileau, Franco Angeli, 2017

Recensione di Maria Paola Ferrigno

“E qui mi misi ad ascoltare, con tutta l’anima,

non esattamente ciò che essi dicevano,

bensì il mormorio o la corrente

che scorreva dietro le loro parole”

(V. Woolf, Una stanza tutta per sé, 1928)

 

Il libro di Laurent Danon –Boileau : “L’Autismo: Un altro modo di comunicare.” F. Angeli, 2015, si legge tutto d’un fiato, come un romanzo, è un libro ‘leggero’ pur essendo molto profondo, un libro ‘facile’ anche se tratta un tema difficile come l’autismo.

Danon-Boileau ci presenta, con una straordinaria vivezza, il suo personale giardino fatto dei suoi pazienti: Jésus, Francois, Jean, Armand e, poco più in là, le loro mamme, spesso silenziose, che il lettore immagina sofferenti, sì, ma anche speranzose e fiduciose nella stanza di consultazione; le possiamo immaginare pensare ‘ma come parla questo dottore con il mio bambino? Allora è possibile parlare con lui, dialogare con lui? Bisogna sapere aspettare con fiducia e poi lui potrà, seppure nel suo particolare modo, rispondere?’

Il giardino in cui ci invita l’Autore è una sequenza di incontri, più o meno colorati ma sempre vivi, con i suoi pazienti autistici, le loro mamme e i loro papà.

Ogni incontro è diverso ma il filo rosso che li unisce è la capacità di Laurent Danon-Boileau di essere vicino al mondo, spesso misterioso, del bambino autistico con una delicata curiosità, in un modo semplice che, forse proprio perché tale, risulta così efficace.

Il suo è un ‘semplicemente parlare’, come suggerisce Ogden, libero da cliché, lontano da un ‘gergo psicoanalitico’, un parlare come sognare per offrire al paziente un sogno, che ancora, egli non può fare, per creare quel particolare modo di dialogare unico per ciascuna coppia analitica (Ogden, “Riscoprire la psicoanalisi”, 2009) che apre la strada alla possibile nascita della simbolizzazione così difficile per i bambini autistici. Forse anche per questo Danon-Boileau usa la lingua del corpo e delle emozioni per tentare di raggiungere quelle voci che vivono dentro ma che ancora non hanno trovato parola, pensiero e simbolo.

Anche il pensare psicoanalitico di Danon-Boileau, unito alla sua competenza psicolinguistica, entrambi con un sottofondo di teorie e modelli che si percepiscono approfonditi, è offerto in un modo semplice, come una mano calda e salda offerta a un viandante che si sente incerto nell’inoltrarsi su un terreno oscuro che presenta molte asperità.

Dopo aver scorso la prefazione, nella quale Danon-Boileau ci introduce al suo modo di procedere e alle sue teorie fondanti, ci accostiamo, insieme a lui, ai suoi piccoli pazienti: alcune pagine ci fanno sorridere, altre ci commuovono, altre ancora ci lasciano colmi di stupore; anche noi, con lui e i suoi piccoli pazienti, viviamo una esperienza umana prima ancora che psicoanalitica. Assistiamo così agli incontri con i suoi pazienti, bambini e non più bambini, potendo cogliere come lui gli si avvicini con la stessa intensa curiosità con cui ogni madre ‘sufficientemente buona’ si avvicina al proprio neonato, desiderosa di assegnare senso ai primi vagiti o pianti del suo piccolo.

Quando ho avuto tra le mani il libro, come spesso mi accade, ho letto innanzitutto la quarta di copertina, le brevi note biografiche sull’Autore, la bibliografia e l’indice. È una abitudine, un modo per avvicinarmi, credo, un lento ‘tastare’ l’oggetto, per iniziare a stabilire con lui una graduale confidenza. E, nell’indice, mi ha sorpreso trovare la voce “Epilogo”, una chiusa che richiama un’opera di narrativa –e un racconto sembra in qualche pagina il suo libro- poche pagine che aggiungono un ulteriore respiro al lettore assegnando ancora maggiore senso a tutta l’opera.

Mi ha colpito l’epilogo (dove l’Autore offre al lettore, poeticamente, un filo rosso per ripensare alla sua passione nel lavoro con bambini autistici) che, nella lettura del libro, mi ha accompagnato costantemente assegnando a tutto il suo lavoro emozioni ancora più intense: Danon-Boileau, attraverso un suo ricordo d’infanzia, trova parole e pensieri personali per offrirci, ancora una volta, la qualità del suo sguardo, il suo modo di guardare il mondo e, nel mondo, il bambino autistico:

“…una visita alle grotte di Lascaux…i bisonti la cui immagine veniva per caso svelata dalle torce elettriche mentre si sentiva l’odore dell’umido, scendendo per un terreno fangoso. La paura di cadere all’infinito nel buio. Il desiderio di scoprire delle figure un po’ tremanti. La convinzione che queste figure seguissero una logica che costantemente ci sfugge. L’emozione di sentirsi in contatto con la nascita della simbolizzazione, della creatività, dell’umano, dei segni, delle domande metafisiche. La passione per le origini. Tutto questo, senza dubbio, è quello che ho provato allora a Lascaux e che ritrovo in quei momenti così particolari che sono le sedute di terapia dei bambini autistici.”

E ancora: “… [nel lavorare con bambini autistici] la convinzione di trovarmi in presenza di qualcuno che è lì accanto a me e con il quale lo scambio è impedito mentre lo si sente pronto e possibile. Qualcuno con cui si deve trovare una strada originale per giungere, prudentemente, rispettosamente, a stabilire un contatto, per quanto tenue e fugace.

….. porre il soggetto di fronte all’altro da sé senza che il primo si senta invaso dal secondo e senza peraltro crollare in sua assenza..”

Danon-Boileau ha un particolare modo di avvicinare il bambino autistico, cerca di entrare con prudenza nel suo gioco e inserisce, di volta in volta, un piccolo elemento nuovo ‘per creare uno spazio tra [il bambino]e l’oggetto della sua fascinazione’: un soffio sul suo corpo, un suono come di pioggia al cadere di una matita, un dondolio del proprio corpo che richiama il dondolio di una porta; piccoli gesti esplorativi e rispettosi e, soprattutto, mantiene viva dentro di sé la capacità di tollerare ‘…come ci sentiamo di fronte ad un bambino che ci tiene così in disparte’. Egli –questo mi ha particolarmente colpito- sembra vivere l’esperienza di ogni momento insieme ai suoi pazienti dove vivere diventa qualcosa di più intenso del condividere.

Frequentemente, leggendo il suo libro, hanno risuonato nella mia mente le parole di Frances Tustin:

“Sperimentai il rapporto terapeutico come un fluire insieme a John, riaffiorando alla superficie quando sentivo di aver capito abbastanza da avventurarmi in una interpretazione” (“Autismo e psicosi infantile”, 1972).

“Nelle accurate osservazioni di Danon-Boileau, spesso è il corpo ad essere in primo piano anche se questo può sembrare un paradosso poiché è noto come, molto frequentemente, il corpo del bambino autistico sia un corpo ‘che si sottrae, un corpo assente nella misura in cui non è un corpo vissuto…[ma è un corpo] muto, senza linguaggio”(Maiello, No-Body, R&P 4/2014).

Ed è proprio a partire da alcuni segnali del corpo, e dal costante tentativo di avvicinarsi all’esperienza sensoriale che il bambino sta vivendo, che Danon-Boileau cerca di coglierne, empaticamente, le sensazioni che prova ‘estendendole a un universo di significati’ (Houzel, 2014).

Danon-Boileau, con i suoi piccoli interventi, cerca, spesso riuscendovi, di contrastare la staticità della costante ripetizione di un non-senso, quella che Melanie Klein descrive con il piccolo Dick: ‘…c’era, in lui, una quasi totale mancanza di adattamento alla realtà e di rapporti emotivi con l’ambiente…ma non era solo incapace di esprimersi in maniera comprensibile: non aveva nessun desiderio di farlo’ (Klein 1930); egli riesce, con il suo paziente lavoro, ad ‘andarlo a cercare là dove lui si trova per aiutarlo ad uscire dal suo stato di assenza mentale e perfino corporea’ (Maiello, 2014) e favorire la trasformazione del suo monologo autistico in dialogo.

Anche i vissuti controtransferali che l’Autore ci comunica, chiave di volta per potere entrare nel mondo chiuso del bambino autistico e aiutarlo ad aprirsi alla comunicazione con l’altro, sono espressi in modo semplice, comprensibile a chiunque si avvicini (educatori, operatori della riabilitazione, pedagogisti, …) anche se Danon-Boileau è portatore di un differente modello –culturale e/o operativo- di riferimento.

Questa è, infatti, una delle indicazioni che ritualmente- e con una pervicace insistenza- compaiono nel suo scritto: per lavorare utilmente con il bambino autistico è necessario fare rete, combinare e integrare differenti professionalità e differenti interventi oltre a quello psicoanalitico: educativo, pedagogico, riabilitativo.

Tale convincimento, sempre più diffuso e necessario nella pratica clinica, è manifestato costantemente nel lavoro e nel libro di Danon-Boileau. L’universo clinico, genericamente indicato come ‘disturbo pervasivo dello sviluppo’, contiene infatti una grande varietà di espressioni cliniche e sintomatologiche, spesso di difficile definizione. Un approccio multidisciplinare integrato, coordinato e, suggerisce Danon-Boileau, coeso, può utilmente affrontare le difficoltà di tali pazienti, sostenerli nei percorsi evolutivi per loro possibili, proporre interventi di cura di volta in volta congruenti con i bisogni via via crescenti ma anche offrire alle loro famiglie una ragionevole speranza nel miglioramento della qualità di vita loro e dei loro bambini.

Mi piace concludere questo breve commento al libro di Laurent Danon-Boileau richiamando ancora alcune parole di Frances Tustin:

“…La Manipolazione di materiali [da parte dei bambini autistici], spesso attuata con grande capacità e competenza, può apparire come attività creativa. Ma in realtà non è questo il lavoro originale dell’immaginazione creativa e amorevole. Perché questo possa aver luogo, la ‘crepa nel cuore’ che sta al centro dell’esistenza umana deve essere sperimentata ancora e ancora in contesti sempre allargantesi di maturità crescente. La cura dei bambini psicotici richiede persone che abbiano fatto questa esperienza” (Ibid).

È evidente come, “per lavorare con un bambino autistico, sia necessario, con molta pazienza, lasciarsi andare alla deriva insieme a lui, entrare in risonanza con i suoi vissuti di base, lasciarsi profondamente contagiare dai suoi stati psico-fisici difficilmente definibili, avendo fiducia nella propria capacità di rêverie per rendere intellegibile quanto si sta sperimentando nel campo relazionale della seduta e per permettersi di “rischiare un’interpretazione” (Houzel 2014).

È quello che, a mio avviso, intende comunicarci Laurent Danon- Boileau attraverso il suo scritto: egli, anche se non nomina mai la rêverie, ce ne offre un delicato sentore in ogni momento del suo ‘fare come pensare’ con il bambino autistico. Egli, avvicinandosi con cautela ai suoi pazienti, non solo con la mente ma anche con le parole e con il corpo, lo aiuta a essere e sentirsi esistere come soggetto fisico oltre che psichico ed apre così la strada all’incontro e a tutte le emozioni che, in ogni incontro, sono collegate al riconoscimento dell’alterità.

BIBLIOGRAFIA

Houzel D., Il concetto di estensione nel trattamento psicoanalitico dell’autismo infantile, Richard&Piggle, 4/2012, Il pensiero Scientifico, Roma

Klein M., (1930), L’importanza della formazione dei simboli nello sviluppo dell’IO. Trad. it. In Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino, 1978

Maiello S., No-Body: sull’assenza della dimensione corporea negli stati autistici, Richard&Piggle, 4/2012, Il pensiero Scientifico, Roma

Ogden T., Riscoprire la psicoanalisi, Pensare e sognare, imparare e dimenticare, CIS Editore, Milano, 2009

Tustin F., (1972), Autismo e psicosi infantile, Trad.it. Armando, Roma, 1975

Woolf V., (1929), ‘Una stanza tutta per sé’, BUR, Milano, 1997

 

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