Le illusioni del pensiero

L’inconscio, luogo della differenza irresolubile rispetto alla coscienza, costituisce un ordine d’alterità irriducibile all’identità ed è, per definizione, irrappresentabile o, per meglio dire, rappresentabile solo attraverso le sostituzioni che ne derivano. 

L’Autore espone una lettura rigorosa e critica, densa e non dogmatica del testo freudiano, in particolare della metapsicologia, mettendone in luce le incompletezze e le contraddizioni concettuali. Paradossi fecondi, li definisce l’Autore, perché lasciano aperto il progetto metapsicologico a nuovi possibili significati.

La peculiarità della metapsicologia è quella di ricorrere all’immaginario “restituendo all’uomo la propria soggettività, sia pure sovradeterminata da fattori inconsci, e la propria libertà di pensare e inventare” (43) senza per questo rinunciare a riscontri oggettivi.

Il testo si sofferma poi sulle contaminazioni costruttive nella formazione del pensiero, sottolineando come la relazione analitica e lo stesso linguaggio teorico dell’analista siano contaminati, in senso fantasmatico e affettivo, dalle vicissitudini transferali e controtransferali. L’Autore riesce, nel corso del suo lavoro, a coniugare la creatività letteraria (Conrad, Dick, Mann), poetica (Coleridge, Wordsworth) e la specificità del discorso psicoanalitico (Green, Lacan, Winnicott, Milner). 

Risulta quindi appropriato il  parallelismo proposto tra apparato psichico e testo, tra linguaggio e scrittura. I sogni, le narrazioni, le libere associazioni rispondono, infatti, alle stesse regole di funzionamento – rimozione, condensazione, spostamento – che ritroviamo nei testi letterari, mitici, religiosi. Non si tratta solo di deformazioni testuali, bensì di una diversa concezione logico-temporale per cui nella presenza c’è la traccia dell’assenza, nel presente la traccia di altre dimensioni temporali, in un significato il rimando ad altri significati.

Freud, nel tentativo di smascherare i meccanismi di formazione dell’illusione “di un pensiero che tende a rimuovere l’assenza originaria di una verità fondatrice”, introduce il concetto di Nachtraglichkeit – differimento spaziale e temporale – “per cui l’esperienza presente illumina e ri-significa un’esperienza passata” (76). Sul versante della scrittura, J. Derrida, nella sua critica al logocentrismo e alla metafisica della presenza utilizzerà il termine différance per indicare che non esiste nel testo scritto una verità originaria e compiuta, ma solo le sue tracce.

Rimanendo in tema di contaminazioni filosofiche, l’Autore confronta e “fa dialogare” Nietzsche e Freud, evidenziandone affinità e  punti di contatto, ad iniziare dalla scrittura attraversata da elementi autobiografici. Entrambi hanno sostenuto la critica radicale verso ogni credenza metafisica e “l’illusione del sapere” inteso come Weltangschaung. Entrambi hanno incontrato il paradosso della rappresentabilità (da una parte, Freud, con la teoria delle pulsioni, dall’altra, Nietzsche, con la volontà di potenza). Entrambi, seppure divisi nelle finalità, hanno tentato di  proporre un  modello etico-terapeutico della soggettività e del pensiero.

La scoperta dell’inconscio, sottolinea Russo, è un’esperienza etica del soggetto in quanto “superamento  dell’illusione narcisistica di un’unita originaria e riconoscendo l’altro dentro di sé”. (123)

A suo parere, la psicoanalisi freudiana “classica” avrebbe messo in ombra l’esperienza affettiva originaria intendendo con questo “il punto d’oscillazione tra l’assenza e la presenza intorno alla quale ruota la formazione dell’identità” (142).

Un contributo importante, dal punto di vista teorico-clinico, sulla funzione positiva dell’immaginario viene da Milner (con la teoria del funzionamento del pensiero prelogico al servizio della creatività) e da Winnicott (con l’area transizionale). I due psicoanalisti hanno superato la distinzione mantenuta da Freud tra illusione/psicoanalisi e illusione/conoscenza e sono giunti a sostenere l’ipotesi “di un’illusione creativa che struttura l’esperienza integrata nell’individuo”. (237)

Nella parte conclusiva, l’Autore, a partire da una lunga esperienza clinica con pazienti borderline, espone la sua idea d’immaginario in una duplice versione: “Una genera immagini vive, l’altra immagini morte”. Esiste un’illusione – di verità, di conoscenza – necessaria alla vita del pensiero, che fa coesistere follia e ragione, senso e non senso. “La follia privata che si trasforma in passione per la conoscenza e la psicosi che si chiude nella passione dell’indifferenza”.