“L’identità in questione” di V. Busacchi, G. Martini. Recensione di A. Balloni

“L’identità in questione. Saggio di psicoanalisi ed ermeneutica”

“L’identità in questione. Saggio di psicoanalisi ed ermeneutica”

di Vinicio Busacchi, Giuseppe Martini

(Jaca Book, 2020)

 

Recensione a cura di Alessandra Balloni

 

L’identità è un argomento su cui da sempre gli esseri umani si interrogano, trattarlo in maniera esaustiva sembra quasi impossibile, proprio perché la domanda che pone al centro – quid est homo? – si declina all’interno dell’intera storia del pensiero. Gli Autori di questo libro riescono a mio avviso in questa impresa titanica, che si svolge attraverso l’intreccio serrato dei fili di psicoanalisi e filosofia, due discipline che hanno una lunga e fertile tradizione di confronto. Ne emerge una ricerca interdisciplinare che porta sul tema/dilemma dell’identità umana un’articolata e ricca comprensione teorica e speculativa. Nel libro vengono indicati ben otto diversi modelli di identità attualmente prevalenti. Il primo, quello paradigmatico dell’identità come processo, prende avvio dalla dialettica hegeliana per approdare alle declinazioni più moderne della dialettica interrelazionale del riconoscimento (Kojève e Honneth), e alla corrente dialettica-dinamica che lega hegelismo e freudismo (Hyppolite e Ricoeur). Accanto a quello hegeliano, si situa il modello dinamico, di cui Freud è l’indiscusso padre fondatore, che pone al centro il conflitto quale elemento essenziale costitutivo dell’identità. A questi due primi e fondativi modelli, seguono quelli dell’identità come costruzione sociale (che vede come capostipite George H. Mead, a cui viene accostato il pensiero di Vygotskij, Habermas, Bateson); come  intersoggettività – i cui assi portanti sono il linguaggio, l’interazione sociale, la reciprocità e il riconoscimento (Honneth, il Ricoeur di “Percorsi di rinconoscimento”, Habermas, Storolow, Atwood, Winnicott, Bion);  come struttura, modello questo paradossalmente anti-identitario, per cui lo sviluppo soggettivo, peculiare dell’individuo si dissolve nella struttura linguistico-antropologico-culturale (Claude Lévi-Strauss e Jacques Lacan); come vita simbolica (il Ricoeur di “Finitudine e colpa”, Jung, Hillman, Segal, Lorenzer); come narrazione (Ricoeur, Schafer, Spence, Barale, Hoffmann, Ferro) e infine come meccanica neuro-funzionale (Popper, Eccles, Penfield, Changeux, Dennettm Edelman, Flanagan). Si tratta di un panorama complesso, e inevitabilmente intrecciato, del quale gli Autori ci mostrano le ramificazioni, i collegamenti, le analogie e le differenze, mettendoci a disposizione una mappa dell’identità quale problema psicoanalitico ed ermeneutico fondamentale.

Nonostante l’ampiezza dei riferimenti e le molteplici contaminazioni teoriche presenti nel testo, esso si inquadra in un orizzonte prevalentemente circoscrivibile entro le coordinate della psicoanalisi di derivazione freudiana, della psicologia jaspersiana e della fenomenologia ermeneutica. Il dipanarsi del dialogo fra psicoanalisi e filosofia, che si svolge fra i due Autori, è strutturato in capitoli e intermezzi a quattro mani, che si alternano a ouverture e capitoli scritti individualmente. Ma sono soprattutto gli argomenti a essere posti a confronto, per cui se da un lato vengono dedicati alla narrazione due interessanti capitoli che se ne occupano sia sul versante psicoanalitico e specificamente clinico, che su quello filosofico, dall’altro, in contrapposizione dialettica con l’istanza narrativa, troviamo il tema dell’identità traduttiva, anch’esso declinato su entrambi i versanti.

Il libro non si limita a esporre, in maniera rigorosa e approfondita un panorama esaustivo – aspetto preziosissimo, beninteso – dei vari contributi sul tema dell’identità, in esso troviamo espresso il pensiero degli Autori nella sua originalità. A questo proposito, di grande interesse è la collocazione che nel dibattito sull’identità viene attribuita al delirio, il cui senso viene rintracciato nella ricerca estrema e radicale, nel tentativo disperato del soggetto di porre un argine all’angoscia della dissoluzione del senso. È proprio la riduzione monocorde che l’identità subisce nel pensiero delirante – pensiamo all’ideazione persecutoria in atto nella schizofrenia paranoidea –, è l’abuso narrativo che esso veicola a mettere in questione l’inconsistenza dell’identità e la dissoluzione del soggetto. Il delirio dunque viene indicato come situazione limite che sfida il pensiero filosofico “post-moderno” e la sua proclamazione della fine, dell’eclissi del soggetto.

E ancora, ampio spazio viene dedicato al paradigma psicoanalitico della costruzione-decostruzione, esposto nei primi due capitoli. La tensione dialettica fra decostruzione e ricostruzione del soggetto, che rappresenta la preziosa eredità del metodo psicoanalitico, rischia di perdersi – ci mettono in guardia gli Autori – attraverso la polarizzazione effettuata da alcune scuole di pensiero, quando cioè venga enfatizzata l’istanza decostruttiva, che si radicalizza fino a negare il soggetto stesso (il pensiero debole, lo strutturalismo, il lacanismo) o quando, sul versante opposto, si vada nella direzione di un recupero ricostruttivo che giunge talora a negare acriticamente l’irriducibile complessità del soggetto (Psicologia del Sé, intersoggettivismo, interazionismo).

Il testo si sviluppa poi verso l’analisi dell’identità corporea, cui viene dedicato un pregnante capitolo che si apre con una rapida ma accurata rassegna dei modelli teorici che hanno esplorato il rapporto mente-corpo: dal dualismo platonico di un’anima immortale intrappolata nel corpo, passando per la pietra miliare del cogito cartesiano, si giunge all’illusione percettiva degli empiristi inglesi e infine alle molteplici modellizzazioni della contemporaneità, che non cessano di confrontarsi con il cartesianesimo.  Non vengono trascurate inoltre le questioni più attuali dell’epigenetica e dell’identità di genere, mentre si entra nel merito del disconoscimento del limite che caratterizza la postmodernità, per approdare alla proposta di una ermeneutica fenomenologica pienamente inclusiva della dimensione della corporalità, prospettiva questa fortemente influenzata dal pensiero di Ricoeur.

La trattazione del tema identità e tempo sul piano psicoanalitico vede al centro la dimensione atemporale dell’inconscio che si coniuga con uno dei concetti più fecondi del pensiero freudiano, quello di Nachträglichkeit. Sul versante filosofico domina la scena la figura di Heidegger che raccoglie e trasforma l’eredità husserliana per arrivare a una concezione innovativa e originale. La concettualizzazione filosofica (Heidegger, Husserl, Sartre, Merleau-Ponty) tocca molteplici e interessantissime questioni quali l’intreccio tra passato ed esperienza da un lato, futuro e scelta dall’altro, tuttavia nell’addentrarci in questo affascinante ambito concettuale, gli Autori ci mettono in guardia sul rischio di uno sbilanciamento, che sposta il baricentro sul versante esistenziale e trascendente, a discapito della dimensione corporale e immanente, e di una trattazione unitaria e olistica sul tema dell’identità umana.

In ultimo il paradigma traduttivo. Vengono qui affrontati gli aspetti filosofici dell’operazione del tradurre – implicati nel linguaggio, nella comprensione, nel riconoscimento di sé e dell’altro – in un’ottica che tenta il superamento del relativismo interpretativo e narrativo, per giungere a una concettualizzazione capace di includere il tradurre – immanente in ogni atto di comunicazione (Steiner) e altresì tratto essenziale e costitutivo della condizione umana (Jervolino) – nella dimensione etica e pragmatica implicata nel processo, nella sfida esistenziale del divenire persona. Viene qui capovolta la prospettiva ermeneutica di Gadamer, per il quale interpretare è tradurre, per giungere a un paradigma della traduzione come strumento della comunicazione.

Sul versante psicoanalitico il paradigma traduttivo viene proposto non come alternativa, ma come necessaria integrazione alla narrazione, seguendo uno sviluppo circolare della significazione. Fin dagli inizi la psicoanalisi, a partire dal suo manifesto fondativo – l’Interpretazione dei sogni – ha attribuito all’interpretare la funzione essenziale di trasformare i contenuti inconsci in elementi conquistati al territorio della coscienza. Ma è Bion ad ampliare gli orizzonti della funzione traduttiva della psicoanalisi collocando la trasformazione al centro della sua teoria. Ribaltando la prospettiva freudiana del primato dell’Io, Bion indica nella conoscenza (K) non solo un elemento imprescindibile dello sviluppo psichico, ma anche un possibile ostacolo ad esso, quando venga usata come difesa dalla paura dell’ignoto e si frapponga all’accettazione di parti di sé perturbanti ed estranee (O).

Lo svolgersi della relazione analitica all’interno di un campo condiviso si declina quindi non solo sul versante interpretativo-linguistico ma anche sul quello fusionale e regressivo. Viene qui valorizzata la ricerca di una “interlingua” (Steiner) in cui immagine e parola, in contatto fortemente evocativo, siano capaci di includere la sensorialità e la condivisione empatica. Una traduzione cioè che raccolga la sfida dell’irrappresentabile.

 

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