Lo spazio velato. Femminile e discorso psicoanalitico.

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“Lo spazio velato.Femminile e discorso psicoanalitico”, Edizioni Frenis Zero, Lecce, pp.378 

(A cura di Laura Montani e Giuseppe Leo)

Recensione a cura di Rosa Spagnolo

La suddivisione del libro in cinque sezioni rispetta la pluralità dei vertici attraverso cui gli autori seguono l’evolversi, nella contemporaneità, del velo che sembra a volte avvolgere fittamente la questione del femminile. Ogni singolo contributo svela, a suo modo, la questione del femminile, ma senza caricarlo eccessivamente con teorizzazioni prese a prestito dall’universale maschile. Il libro interroga il pensiero psicoanalitico fin dal suo sorgere e declina sia attraverso la clinica che la teoria, come anche attraverso alcuni passaggi sociali cruciali, il femminile, il sessuale, la maternità ed il trauma.
L’asse trasversale che incrocia le varie sezioni, e promuove la riflessione, è la visione del femminile attraverso l’occhio dell’analista che scruta il panorama dell’universo femminile che impregna le arti, il mito e la stanza d’analisi. Emerge, appunto, una complessità del femminile che non può essere ridotta alla differenza dell’identità di genere sessuale e neanche alla dicotomia originario – materno. Una complessità che può essere colta, a volte, attraverso la dimensione corporea, ma che spesso lascia il campo della riflessione insaturo, soprattutto laddove interroga il desiderio femminile. Come scrive Laura Montani nella prefazione (11): “Soprattutto la clinica ha risentito molto negativamente di dispositivi psicoanalitici di pensiero dove la donna e il suo desiderio si sono andati configurando via via, a seconda della fase storica in cui questi pensieri si sono andati articolandosi, o come un maschietto castrato (Freud) o come incarnazione di un’unica funzione, quella materna (Winnicott), o come il grande Altro, l’Impossibile, l’Irrappresentabile (Lacan)”. Il superamento, l’evoluzione, o l’affrancamento da questi autori presuppone un punto di partenza, molto dibattuto in questi ultimi due decenni, che l’autrice Simona Marino riprende nel suo contributo: “donne si nasce, differenti si diventa”, che riguarda il confronto con la -differenza-. Attraverso la riproposizione di alcuni miti ed il passaggio letterario/cinematografico di alcune opere viene colta “la differenza” fra universo maschile e universo femminile nel tentativo di non omologare il maschile all’universale. Omologazione del tutto scontata sia nelle opere di Freud ( organizzazione preedipica e formazione del Super Io), che in Lacan (esclusione de La donna dalla natura delle cose che è la natura delle parole).
Lo spazio velato, pertanto, mentre apre sull’universo femminile si dispiega intorno ai nodi cruciali della teoria psicoanalitica: il masochismo, il transgenerazionale, lo stereotipo del femminile/passivo e maschile/attivo, la sofferenza generativa (la maternità come spazio bianco o come produzione di handicap), temi questi messi in luce con chiarezza nei quindici articoli presenti nel libro. Racchiuderli in una sintesi è una riduzione del femminile che toglie spazio e vela, ancora una volta, la molteplicità cui concorrono i vari autori. Voglio solo citare la rivisitazione di “Vertigo” di Hitchcock, da parte di Laura Montani che coglie la genealogia del personaggio attraverso l’evocazione della figura della donna che visse quattro volte. Il richiamo alla costruzione del femminile come prodotto dell’immaginario (soggettivo e sociale) apre un campo di ricerca ancora fertile soprattutto sulle possibili evoluzioni e trasformazioni dello “spazio velato”.  Proprio come scrisse Freud ( 1932, OSF, 11, 241): “Se volete saperne di più sulla femminilità, interrogate la vostra esperienza, o rivolgetevi ai poeti, oppure attendete che la scienza possa darvi ragguagli meglio approfonditi e più coerenti”.
Nell’ouverture del libro una nota è dedicata a Tatiana Rosenthal, medico, psicoanalista russa, attivista politica e protagonista dalla prima ora della Rivoluzione d’ottobre, morta suicida nel 1920 a soli 36 anni. La complessità femminile passa attraverso la tragedia o potrà mai essere sinonimo di ricchezza e creatività? Il lavoro di J. Kristeva si situa in questo solco, ma siamo ancora ben lungi dal superamento dello statuto del femminile come condizione inospitale di inferiorità, di sofferenza, di fusionalità, come dimostrano i lavori presenti nella stessa sezione.
Alcuni capitoli sono dedicati alla figura del padre come terzo mediatore per una possibile uscita dall’asfittica tragedia del femminile, quando investe patologicamente aree fusive. L’introduzione del padre è senz’altro meritevole di essere perseguita e sostenuta nel corso del processo analitico attraverso una reciproca crescita analista paziente e può rappresentare una feconda apertura al terzo differenziante. Bisogna aggiungere che, a volte, l’utilizzo del “binocolo” maschile per osservare l’universo femminile rischia di riproporre una lettura del femminile che attraverso l’ideale estetico maschile condiziona le tante evocazioni e suggestioni sul corpo (ed intorno al corpo) femminile. La storia dell’umanità è purtroppo ricca di esempi che vanno in tale direzione e la conclusione del libro, con quell’ultimo capitolo sulla primavera araba, quindi sulla possibilità dell’affrancamento del femminile da antiche icone religiose, rappresenta il giusto riposizionamento della “questione femminile” nella società odierna che ancora vive e si nutre dei prevaricanti simboli dell’universale maschile.

Aprile 2013