Lou Andreas Salomè. Mia sorella, mia sposa.

Lou Andreas Salomè. Mia sorella, mia sposa.

Odoya ed., Bologna, pp. 392,(2011)

Recensione di Rossella Valdrè

Torna alle stampe per l’editore Odoya la ricca e approfondita biografia di Heinz Peters su Lou Salomè, pubblicata la prima volta nel ’62, e oggi corredata dalla bella appendice di Claudio Magris. E’ una lettura che, almeno così per me, si fa d’un fiato: la vita di Lou Salomè attraversa il fulgore e poi l’iniziale decadenza dell’Europa tra ‘800 e ‘900, con tutta l’audacia e il fascino di un personaggio quasi letterario. Dalla nascita in Russia nel 1861, giovane aristocratica colta, bella e avida di conoscenza, ai viaggi in Europa a fianco delle personalità della cultura più significative del suo tempo (Nietszche, Paul Ree, Rilke e molti altri), per approdare infine, cinquantenne, a Freud e alla psicoanalisi a cui si dedicherà fino alla morte nel’37, la Salomè (“incantevole fiore della crisi europea”, 384) incarna nel senso più riuscito una di quelle soggettività oggi quasi impossibili, dove il culto della propria personalità è perseguito con estrema libertà e rigore insieme, ma scevro dal farne alcuna mostra, di alcuno sterile apparire, tutta la ricerca rivolta all’introspezione e alla conoscenza, “…una donna di straordinaria modesta e discrezione. (…) Sapeva chiaramente dove vanno ricercati gli autentici valori della vita”, dirà Freud nel suo necrologio.Il libro ripercorre con molta agilità, nonostante la ricchezza del materiale storico, attraverso cinque capitoli tematici, il fulcro conoscitivo-emozionale che ne ha caratterizzato ogni epoca: la Russia sempre amata dell’infanzia e l’incisività della figura paterna, le relazioni ‘particolari’ con Nietszche e Rilke, fragile poeta e forse l’uomo più amato (è sua la poesia del titolo, mia sorella, mia sposa), il lungo matrimonio ‘bianco’ con Andreas, le incursioni intellettuali nelle capitali europee che sempre la vedono protagonista colta e fascinosa, capace di cogliere l’anima dell’interlocutore e al tempo stesso di “fecondare” l’uomo a cui si accoppiava, che dopo di lei diventava capace sia di produrre le opere più elevate, sia di sprofondare nello sconforto dell’abbandono. “Fedele a se stessa” più che a un solo uomo, Peters dà rilievo al “dualismo” costante, ma a suo modo armonico, della personalità di Lou: amore per l’altro e amore di sé, erotismo e sublimazione, avidità di conoscere e ripiegamento riflessivo, tensione religiosa ed estrema laicità, il tutto segnato dalla cifra di fondo, irrinunciabile, quel“…non sono in grado di vivere secondo modelli (…) mentre invece sono sicura che plasmerò la mia vita a modo mio, quali possano esserne le conseguenze” che, diciottenne, confida al diario, quasi a manifesto del progetto di vita (Lebensruckblick, trad.it. Il mito di una donna).Il testo, pur non trascurando nessun periodo, dedica più spazio ai primi 50 anni di Lou, dove è scrittrice di numerosissimi saggi, articoli e recensioni (per Magris, è il lavoro sui tipi femminili in Ibsen il saggio più acuto); più ridotta la parte finale della vita, quell’ultimo trentennio che la vede dedita, in clinica e nella teoria, solo alla psicoanalisi freudiana. L’incontro con Freud, a Vienna per il Congresso di Weimar nel 1911, rappresenta la “sintesi” della ricerca incessante condotta da Lou fino ad allora: le profonde “intuizioni” pre-psicoanalitiche, di cui Freud riconoscerà sempre il fertile contributo (utilizza nel ’20, alla quarta edizione dei Tre saggi, l’idea della contiguità anatomica tra gli organi sessuali e escrementizi, derivati dalla cloaca originaria), trovano finalmente il loro terreno scientifico, quell’oggettività che Lou aveva sempre cercato. Dei suoi scritti, si ricordano in particolare Anal und sexual (1916) e Il narcisismo come duplice tendenza (1921), entrambe elaborazioni fedeli, ma al contempo originali, dei lavori freudiani del ’14 e del ’20. Del lungo, tenero, profondo e autentico rapporto con Freud (unico da cui si disse “disposta a farsi tenere al guinzaglio, purché il guinzaglio fosse lungo” 363), Peters evidenzia in particolare la profondità affettiva, la stima reciproca (tanto che Freud, anziano, quasi le affidò la figlia Anna[1]), uno tra i ‘legami a distanza’ meno ambivalenti e più duraturi di Freud pur nelle piccole differenze (Freud le contestava simpaticamente di essere un’ottimista, così come Lou pensava che non si dovessero analizzare gli artisti). Sullo sfondo, gli echi di un’Europa belle époque che Peters non approfondisce, ma che si avvia col nazismo all’irreversibile decadenza: con la morte nel ’37, due anni prima di Freud, si chiudono non solo straordinarie esistenze individuali, ma tutta un’epoca. Perciò l’immersione in queste biografie, a mio parere, e d’accordo con Musatti “… mi incute soggezione. Come se dovessi affrontare tutto un mondo di pensiero: la filosofia, la letteratura, la poesia, il teatro la musica, la psicologia dell’Europa intera a cavallo tra i due secoli… “, è sempre lettura di grande piacere e occasione di riflessione sull’oggi, sulle chiusure e i conformismi, sui “narcisismi delle piccole differenze” che talvolta rischiano di condizionare la nostra pratica e il nostro pensiero.Il libro, come la vita di Lou, anima inquieta e tuttavia felice (“sono a casa mia nella felicità”), si chiude con la serena morte a Gottinga, dove è la gratitudine, verso la vita e verso Freud in particolare, l’affetto umano più solido cui è approdata. “Mia figlia – scrive sempre Freud nel necrologio – che era in confidenza con lei, la udì lamentarsi di non aver potuto conoscere durante la giovinezza la psicoanalisi, che ovviamente a quel tempo non esisteva”.

Gennaio 2013

[1] Si veda il bellissimo carteggio Freud-Salomè Eros e conoscenza, Boringhieri, Torino, 1983. Segnalo anche www.forumsalome.net