Metà prigioniero, metà alato. La dissociazione corpo-mente in psicoanalisi. Di Riccardo Lombardi (2016). Recensione di Donatella Lisciotto

Riccardo Lombardi (2016)

Metà prigioniero, metà alato. La dissociazione corpo-mente in psicoanalisi

Bollati Boringhieri, pp. 171

Interessante e coinvolgente scrittura quella di Riccardo Lombardi nel suo libro “Metà prigioniero, metà alato” edito da Boringhieri, sottolineata sin dalla presentazione dal Presidente Nino Ferro,  che definisce così il  libro:

“Confesso che Riccardo Lombardi mi ha “disturbato”, come quando qualcosa  di nuovo pretende di entrare in qualcosa di precostituito e, non trovando spazio, obbliga a un salto quantico”.

Effettivamente il libro di Lombardi sposta il paradigma psicoanalitico verso una visione senz’altro innovativa che può racchiudersi nell’incipit del suo intervento messinese:

“La psicoanalisi cambia meno velocemente di quello che servirebbe, come se ci fosse una grande ansia di perdere l’eredità dei Maestri così preziosa, piuttosto che aiutarla ad evolversi”.

Nel suo libro Lombardi sottolinea il cambiamento di clima rispetto all’idea di Freud del corpo come eredità selvaggia, istintualità che dev’essere domata e tenuta entro certi confini attraverso la rimozione; alla stregua di un vulcano che abita l’essere umano. Il libro si compone di un energico intreccio tra la clinica e un’attenta e circostanziata visione su talune criticità poste in essere dall’uso istituzionalizzato della psicoanalisi, fattore che può penalizzare la preziosità del Metodo rispetto alla Cura.

Oggi la mente – dice Lombardi – sta sempre da un’altra parte rispetto ai “luoghi” in cui viviamo. E c’è qui un riferimento all’uso della tecnologia, ai vari social, in una parola,  alla modernità:

“Il mondo moderno ci pone di fronte a problematiche che sono sempre più espressione di un disturbo molto primitivo riferibile alle primissime esperienze postnatali se non addirittura alla gestazione intrauterina”(23).

L’individuo approda ad una falsa conoscenza di sé, per lo più superficiale e che comunque non integra le sue parti che restano come in assenza di una gravità.

Anche in psicopatologia, rispetto al passato, nell’individuo è sempre più evidente il ruolo della componente psicotica della personalità, anche in assenza di manifestazioni psicotiche conclamate.

Questo scenario pone il problema di aggiornare il nostro punto di vista tenendo in considerazione il rapporto mente-corpo sicché la funzione della psicoanalisi si dovrebbe centrare sul creare un equilibrio e un dialogo tra queste due istanze.

Come dice la parola stessa “psicoanalisi”, analisi della psiche, bisogna fare evolvere verso la mentalizzazione aspetti della personalità e dare al paziente la possibilità di sentirsi innanzitutto “vivo”. Contrariamente e paradossalmente, una conoscenza psicoanalitica se assunta in maniera integrale può essere controproducente per il paziente o l’allievo del training, e rischiare che la persona si “scolli” sempre di più dal rapporto autentico con sé stesso per rispondere  e aderire agli assunti psicoanalitici. Pertanto quello che importa nel lavoro analitico non è soltanto il “conoscere” ma  l’”essere”.

“Non è pensabile – sottolinea Lombardi – che la psicoanalisi abbia un valore soltanto come psicoanalisi”, piuttosto ribadisce “l’analisi è stare nel presente per andare verso il futuro”.

La psicoanalisi è dunque “creazione inventiva” se “non si fa” con le teorie psicoanalitiche. Lo diceva anche Bion e più recentemente  Paolo Perrotti che non si stancava di ribadire “la psicoanalisi non è qualcosa che si FA, è qualcosa che E’“.

Diceva Bion di aver aiutato i suoi pazienti ad “andare in bicicletta”,  parafrasando questa frase, Riccardo Lombardi, sviluppa una deriva creativa della funzione analitica spinta verso la conoscenza attraverso la possibilità di introdurre “un velo di pensiero”piuttosto che “una rete di significati”.  Per far questo è prioritario chiedersi a che livello funzioni il paziente poiché questo serve a non creare un dislivello tra due persone che parlano in una stanza e che dovrebbero capirsi, serve a non vedere la psicoanalisi circoscritta a ciò che è già conosciuto, a non organizzare il lavoro esclusivamente attorno al transfert, ma tenendo conto dell’individuo nella sua dualità mente – corpo.

“Mettere in primo piano il corpo in psicoanalisi implica restituire all’analizzando lo spazio di una sua autentica competenza e autorità: un’autorità che è stata troppo spesso offuscata da una cultura analitica  esasperatamente centrata sulla interpretazione del transfert e sulla richiesta di dipendenza. Valorizzare il corpo in psicoanalisi può quindi avere una determinante funzione protettiva nei confronti di inconsapevoli operazioni che stimolano il proselitismo e un asservimento del soggetto al sapere analitico, oltre che della perdita di consapevolezza del determinante ruolo di responsabilità che l’analizzando continua a svolgere verso se stesso, pur nel contesto intimamente relazionale del processo analitico”.

Il libro sviluppa il concetto per cui l’individuo è l’insieme di mente e corpo. Questo concetto apre prospettive nuove e  svincola la psicoanalisi da paradigmi assolutistici, rendendo l’apparato psicoanalitico più snello.

In questo contesto trova spazio la reverie materna:
“Le carenze, le deformazioni o l’assenza delle cure materne hanno come conseguenza una distorsione dello sviluppo tale da scalzare una armonica relazione corpo-mente(…) una distorsione talmente radicale da poter comportare una dissociazione dal corpo”.(23)

In assenza della reverie materna, si crea una scissione tra mente e corpo, una sorta di divaricazione che sostiene una condizione di estraneità da sé stessi.

“L’analizzando può risultare “non dentro sé stesso”, ovvero dissociato dalla realtà corporea che lo potrebbe contenere(…)Questo rimanda  all’importanza del corpo come contenitore dell’esperienza soggettiva”(24).

 

In questo ambito viene considerata l’utilità da parte dell’analista dell’importanza del corpo prima ancora che della mente, la psicoanalisi viene svezzata dall’ossessione per il mentale e avviata a considerare il corpo non solo come punto di partenza ma come punto di arrivo.

Ed è qui che si apprezza la cifra innovativa del pensiero di Lombardi, nel dare rilievo al “transfert sul corpo”.

“L’analista non interpreta il transfert materno su di sé […] ma enfatizza il transfert del paziente su sé stesso , ovvero quello che ho chiamato il transfert sul proprio corpo e in particolare la relazione del paziente con i suoi organi di senso come punto di partenza di una coscienza collegata agli organi di senso”(48).

“Metà prigioniero, metà alato” è un libro “scomodo” che può provocare nel lettore e, persino, nello psicoanalista una reazione difensiva che tenda a banalizzare e superficializzare il punto di vista innovativo dell’Autore.  L’ottica psicoanalitica di Lombardi tuttavia si avvale di molto materiale clinico che, unitamente ad una mente geniale,  costituisce una frontiera su cui confrontarsi serenamente e interrogarsi in maniera non pregiudiziale.

Concludo con le parole del presidente Ferro a cui mi associo:
“Un profondo grazie, dunque, a lui, Riccardo Lombardi, per avermi impedito di assopirmi nel noto e di aver “disordinato la mia visione delle cose”.

Donatella Lisciotto

Aprile 2016

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