“Nella stanza dei sogni” di P. R. Goisis. Recensione di S. Anastasia

"Nella stanza dei sogni" di R. Goisis

“Nella stanza dei sogni. Un analista e i suoi pazienti”

di Pietro Roberto Goisis

(Enrico Damiani Editore, 2021)

Recensione di Sergio Anastasia

 

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita”

W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I

 

 

L’incipit di un libro lo definisce, lo racconta, descrive quale sarà il suo tiro e racconta in quale modo l’autore prenderà la mira. Ed è così che comincia il libro di Pietro Roberto Goisis, La Stanza dei Sogni: “Mi aveva cercato al telefono Claudia, una giovane donna. Aveva insistito per vedermi nonostante le avessi anticipato di non avere disponibilità in agenda. Era incinta”. Già da questo inizio è chiaro di cosa intende parlare il libro: quale disponibilità all’ascolto ha l’analista? Di cosa è fatto ed è composto il suo sentire? A quale livello di profondità è possibile accogliere l’esperienza umana? E quali fattori individuali e specifici dell’incontro, lo caratterizzano, fanno sì che la trama si dipani in una direzione, piuttosto che in un’altra?

 

Un libro che parla, sin dal titolo di Stanze e di Sogni non può che evocare nel lettore delle immagini. Sovente ci si è soffermati sul comprendere e osservare queste immagini, come queste si riverberano nella mente di chi le accoglie, le ascolta e le ri-narra, attraverso l’arte, la medicina, la filosofia, o la psicoanalisi. L’artista, lo scultore, il pittore, lo scrittore, lo psicoanalista, lo scienziato, e il medico, osservando, comprendono – a volte solo intuiscono – e restituiscono significato alle esperienze umane, come fossero essi stessi uno specchio, attraverso il quale tali esperienze assumono senso.

Già altre volte, a partire dagli studi epistemologici di Morin (1993), ci si è soffermati sul fenomeno della distorsione generata dalla presenza dell’osservatore, all’interno del campo di osservazione. Altre volte, il focus è stato il dilemma della complessità, attraverso il racconto del working-through e del dramma interiore dell’osservatore-autore, che lo stesso psicoanalista impersonifica, ogni qualvolta si ponga nel difficile ruolo di creare la sua personale interpretazione di ciò che il paziente fa, o racconta. Oppure quando è lo psicoanalista stesso a raccontare ciò che fa e che pensa durante il proprio lavoro. Il libro di Goisis, a mio parere, si pone in questo filone narrativo, contribuendo a descrivere come avvenga questo processo, senza pretesa di porre puntualizzazioni ideologiche, o teoretiche. La trama della Stanza dei Sogni è come il racconto di una gravidanza: quella specifica dell’alveo della professione analitica, attraverso la quale analista e paziente realizzano un proprio, esclusivo e irripetibile incontro: il “terzo analitico” di cui Ogden ci ha resi edotti. L’incontro analitico promuove la nascita di un’identità nuova di paziente e analista, che si realizza attraverso il con-tatto mentale dei due. Un incontro che avviene in un luogo, attraverso i sensi e le percezioni, nonché di quella specifica materia di cui sono fatte le parole.

Goisis narra di un qualcosa di cui tutti coloro che sono stati pazienti di analisi hanno fatto esperienza: quella sensazione di piacevole pienezza interiore, densa di Significato, di realizzazione e di gratificazione che è l’abitare – seppur temporaneamente – il luogo fisico dell’analisi. Un qualcosa che è possibile vivere dinanzi a uno spettacolo meraviglioso, nel contatto con l’abbraccio materno, o con il corpo amato e desiderato. Un senso di perfetta corrispondenza, animato da gesti gentili, rispettosi e ac-cura-ti. Qualcosa che si ripete, ogni volta in un modo nuovo e differente, da Freud in poi, da oramai un secolo.

Qualcosa che, personalmente, ho vissuto quando una particolare interpretazione del mio primo analista centrava il punto di una questione per me annosa e fondamentale. Così, come allo stesso modo, ogni lunedì, quando trovavo sempre allo stesso posto, il vaso pieno di fiori recisi, alla destra della porta della sua stanza. All’ingresso e all’uscita. Una sorta di “schermo anti-stimolo” di profumo che purificasse i pensieri, prima del loro ingresso nella stanza e che li accompagnasse al di fuori, nel tempo che separava una seduta, dalla successiva. Un delicato richiamo alla costanza dell’esserci, sempre e comunque. Come gesti di riparazione rispetto al sentirsi feriti dall’assenza.

Si tratta di sensazioni cui è possibile giungere, quando si è in cima a una montagna, sulla quale ci si è arrampicati dopo ore di duro cammino; oppure, al tramonto, su una barca sicura in mezzo al mare. Sensazioni che sono corporee.

Un corpo che l’autore muove nello spazio, che vive e di cui si serve per entrare in contatto con quello che Gaburri e Ambrosiano chiamano il proprio: “Sè pensante”, o che Badoni definisce: il “Corpo pensante”. Quella percezione che si ha, quando anima, arti, busto, mente, desideri, sogni e fatti corrispondono a un armonico connubio di percezioni sensoriali e fatti psichici, unici e compresenti.

Qualcosa che assomiglia al concetto molto in voga di “coscienza incarnata”, che qui non viene spiegato, o descritto, ma semplicemente esperito attraverso chi scrive e, ritengo, anche chi legge. Personaggi uniti, tutti, da una trama invisibile che lega le comuni esperienze. Come per il ricordo che Goisis fa di una supervisione, a causa della quale – per stessa ammissione del supervisore – la paziente si mise nei guai: “ecco uniti una paziente e un collega nelle genesi della mia storia come terapeuta”, scrive infatti nel suo libro.

È questa, conoscendo Roberto, la specificità del suo lavoro: la capacità di riconoscere i punti di con-tatto tra le identificazioni, che consente rispecchiamento e riconoscimento. Qualcosa che può accadere, attraverso l’accoglienza dell’altro che non è solo ascolto verbale, ma com-penetrazione possibile solo quando la propria identità di analista resta salda. Come una barca sopra le onde del mare. Un episodio su tutti, a mio parere, racconta questo gioco di identificazioni e dis-identificazioni. Per comprenderlo, occorre andare oltre l’idea di giudizio e di ortodossia, per le quali ciò che l’autore racconta nell’episodio con cui chiuderò, potrebbe essere inteso come un errore. Qualcosa che, invece, a mio parere è più attinente all’arte, alla capacità, alla maestria, attraverso la quale le storie dei pazienti, quelle che non riescono a essere scritte e realizzate, lo diventano attraverso la mente di qualcuno che le accoglie, le sente e le pensa. L’episodio in questione e che riporto senza ulteriori commenti, di cui credo non ci sia bisogno, è il seguente: “tra recuperi e spostamenti, avevo dato appuntamento nello stesso orario a due persone diverse. Aprii la porta della sala d’attesa, pronto a fornire le dovute scuse, quando vidi i due pazienti seduti allo stesso divano conversare amabilmente. Erano colleghi, non si vedevano da tempo, chiacchierando avevano scoperto sintonie inaspettate. Quasi un’amicizia. In entrambi i casi mi sentii un estraneo, quasi di troppo. Rimasi a osservare la scena. Pensai che forse avrebbero preferito essere lasciati soli a proseguire le loro chiacchiere” (ibidem, pag. 32).

Per concludere, se ne vi sia bisogno, a mio parere La stanza dei sogni è un libro, assolutamente da leggere!

 

Bibliografia.

Ambrosiano L., Gaburri E. (2003), Ululare con i lupi. Conformismo e Reverie, Bollati Boringheri, Torino

Badoni, M. (2014), Corpo. Rivista di Psicoanal., 60(4):917-932.

Basile R., Ferro A. (2011), Il campo analitico. Un concetto clinico, Borla, Roma

Ogden T.H. (1994), Soggetti dell’analisi, Masson, Milano (1999).

Morin E. (1993), Introduzione al pensiero complesso, Sperling & Kupfer, Milano

 

 

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