Passaggi Segreti

Stefano Bolognini (2008)

Teoria e tecnica della relazione interpsichica

Torino, Bollati Boringhieri, pag. 247 

Recensione di Rossella Valdrè

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L’anima,

 
 

trova il suo compagno,

 

poi

 

chiude la porta.

(E. Dickinson)
 

 

Nel leggere questo libro mi tornavano spontaneamente alla mente gli splendidi versi di Emily Dickinson, L’anima/ trova il suo compagno,/poi/ chiude la porta. 

Me li sono portata dentro tutto il tempo, senza chiedermi bene il perchè. Credo che ad evocarli siano state le parole del titolo, passaggi e segreti. Chi meglio dei poeti sa percorrere, silenziosamente, questa dimensione in cui Stefano Bolognini vuole accompagnare il lettore, come lui stesso preannuncia in apertura; quell’area cui si accede attraverso il lasciarsi andare ai traghettamenti del preconscio, fiduciosi di non perdersi, appoggiandosi all’attenzione fluttuante e alle nostre rappresentazioni, che consente infiniti passaggi sia nella relazione interpsichica – principale oggetto di questo libro – sia nello spazio privato intrapsichico. Esperienza che richiede tempo, pazienza, tolleranza dell’insaturo e dell’attesa.  

Anche lo psicoanalista, perlopiù sprovvisto del dono del poeta, dedica la sua riflessione teorica e declina la pratica clinica nell’esplorazione di questo infinito labirinto, che con felice intuizione Bolognini ha chiamato passaggi segreti. Passaggi in quanto consentono la comunicazione tra le menti (interpsichico) e dentro la mente (intrapsichico), e sono  alla base non solo della relazione analitica ma della relazionalità umana in genere; segreti, in quanto resta un mistero come ciò avvenga. Segreti al paziente, ma talvolta anche all’analista, non solo in quanto non conosciuti ma perchè dotati di una loro segretezza in sé, di quella privatezza, di quell’insondabile evocato dai versi della poetessa che all’esplorazione del proprio segreto dedicò in solitudine la sua opera e l’intera vita. 

Se ci si riesce a fidare, e vorrei dire ad affidare, a quello straordinario integratore psichico che è il preconscio, i passaggi segreti ci portano all’inconscio: prima di tutto al nostro, poi a quello dell’altro. Attraverso l’uso di quella sonda “complessa” che è l’empatia psicoanalitica, il paziente può acquisire la capacità di esplorarsi da sé di “fidarsi di sé”, come auspica Bolognini in chiusura del libro, «compromesso maturo e realistico che un individuo può raggiungere, nel suo percorso evolutivo, nei confronti della propria conoscenza e fiducia in se stesso e nelle proprie risorse psichiche» (212). 

Passaggi segreti è dunque un testo dedicato, come dal sottotitolo, alla “teoria e alla tecnica della relazione interpsichica”, ma non si esaurisce in questo. La relazione interpsichica (com’è noto, e come l’Autore ha già evidenziato altrove, «l’esperienza condivisa è la meta più valorizzata della psicoanalisi attuale»), viene trattata non come un puro atto tecnico, ma come un universo, sotterraneo alle menti, che potremmo, in effetti, rappresentarci con un labirinto. Porte che si chiudono, altre che si aprono, giri a vuoto talvolta, inganni e autoinganni, accessi da più lati e accessi bloccati, sbocchi imprevisti, intoppi, ritorni indietro e insperate soluzioni quando si imbocca il passaggio giusto. Di questo, a me è parso, vuol parlare Bolognini. 

Il libro è diviso in tre parti; quella centrale, Passaggi interpsichici, ne costituisce il cuore teorico. Nella prima parte, come scrive l’Autore, alcuni “assaggi” che introducono il lettore nel discorso: i fattori terapeutici, gli “oggetti” di Freud in una calda rivisitazione, l’uso della parola in psicoanalisi che rischia diventare quel giro a vuoto che Lacan definiva “la parola vuota”; mentre la terza, su cui torneremo, è dedicata al versante patologico dei passaggi, chiamato trans-psichico, ossia tutte quelle situazioni in cui la soggettività non è mantenuta e i contenuti mentali dell’uno invadono l’altro, come in diverse forme psicopatologiche (ad esempio il panico, una sorta di “paura di avere paura”, diventato malessere quasi patognomico della postmodernità). 

Bolognini conserva lo stile che si aveva già avuto modo di apprezzare nel precedente saggio L’empatia psicoanalitica (e che sarà più accentuato nei testi successivi, più esplicitamente narrativi), vale a dire uno stile di scrittura che personalmente trovo particolarmente felice: fluido e accessibile, senza però scivolare in semplificazioni o riduttivismi, capace di passare (è il caso di dirlo) dal rigore scientifico alla narrazione quasi intima e al resoconto di casi clinici, che attinge liberamente alla propria esperienza, ai ricordi, alle sollecitazioni, ossia a tutto un universo personale che va ad impastarsi in perfetta armonia con la riflessione teorica. 

Si avverte, come nei migliori autori di psicoanalisi, che stiamo leggendo di qualcuno che non fa lo psicoanalista, ma lo è a tutto tondo, dove la vita personale si intreccia con quella professionale senza che l’una deprivi l’altra. La narrazione attinge con uguale libertà da una vignetta clinica, da un romanzo o un film, cioè servendosi di tutte le rappresentazioni che, di nuovo attraverso altri passaggi segreti, abitano la fantasia e il preconscio dell’Autore. Per queste ragioni, come ha scritto Semi nella prefazione a L’empatia psicoanalitica, lo studio di Bolognini viene ad assumere una rilevanza «non solo clinica ma, più generalmente, umana» (10). 

Ciò che Bolognini intende proporre al lettore non è un testo scolastico o di tecnica, sebbene siano puntuali sia le rivisitazioni teoriche sia i rimandi tecnici nell’esposizione dei casi, né d’altro canto una narrazione meramente personale, ma la realizzazione di «qualcosa di interpsichico tra il lettore e l’autore» (9). Un passaggio segreto di conoscenza, insomma. 

Come già detto, nella prima parte introduttiva al discorso centrale, Bolognini si sofferma in particolare su quello che è ormai da tutti condiviso essere lo specifico della psicoanalisi contemporanea: pluralità e complessità. La pluralità dei modelli, soprattutto nel panorama europeo e specificatamente italiano, negli ultimi anni è al centro di molti dibattiti congressuali e viene da più parti evocata con ampi consensi (sebbene non manchino autorevoli ma circoscritte critiche, come quella di Green). 

Occorre tuttavia sottolineare che Bolognini non ne fa un assunto puramente formale o politically correct (per il quale sarebbe à la page condividere il pluralismo); al contrario, pluralità e complessità costituiscono il terreno di lavoro ormai irrinunciabile all’analista contemporaneo, ma non gli rendono la vita più facile. Sembrano ormai superate le posizioni estreme dello spettro, quasi caricaturali, che hanno visto, in passato, contrapposti in misura “irrealista e tendenziosa” (65) i ‘verticalisti’, coloro che mantenendo una rigorosa fedeltà a Freud (a un certo Freud, direi, tradotto in misura riduttiva) hanno privilegiato il rigore dell’interpretazione esclusivamente intrapsichica, idealizzando la figura improbabile dell’analista-specchio, contro gli ‘orizzontalisti’, non meno inquietanti secondo l’Autore, per i quali tutto è transfert, tutto si risolve qui ed ora, tra me e te, fino ad alcune odierne derive intersoggettiviste. 

Bolognini vede l’analista contemporaneo come un soggetto molto più capace, rispetto al passato, di modulare prima di tutto dentro di sé la complessità del panorama teorico, impegnato nel difficile equilibrio tra il mantenimento degli insegnamenti dei maestri, e la capacità di ascoltare e di aprirsi al nuovo. Scrive infatti «il nostro postmoderno, insomma, lo intendo così: come un sostanziale apprezzamento familiare, umanizzato, non idealizzante, degli oggetti psicoanalitici originari, nel pieno riconoscimento dell’eredità ricevuta» (31, corsivo mio). Concetto caro, mi sembra di poter dire, al nostro Autore, che vede nell’avvenuto «calo tecnico transgenerazionale di difese, un naturale arricchimento e approfondimento»(1995), di cui l’analista di oggi può particolarmente giovarsi. Complessità e pluralità, così come «le tanto vituperate istituzioni psicoanalitiche di grosse dimensioni» ( 27), annota giustamente l’Autore, costituiscono il migliore antidoto, l’unico si può dire a quel pericolo di chiusura, di piccolo gruppo endogamico che da sempre rappresenta il rischio maggiore per la psicoanalisi. La complessità non ci rende la vita più facile, sembra dire tra le righe l’Autore, ma ce la rende migliore. 

Lo psicoanalista italiano, in particolare, trovandosi costretto a tradurre e ad attingere da tutti gli orientamenti, si colloca oggi per Bolognini in una posizione particolarmente “fertile” (28), aperta, potenzialmente felice. Dunque il rimando positivo alla pluralità, così come per altri concetti importanti che troveremo in questo libro come l’empatia, in primis, ma anche il contenimento e la rêverie analitica, è un rimando costante alla complessità: solo ciò che è complesso assume valore di specificatamente psicoanalitico, “scienza a statuto speciale”, nel suo accogliere «l’alternanza di processo primario e processo secondario come regime funzionane, specifico della mente dell’analista» (23). 

Se per un verso il libro è pervaso da un certo temperato ottimismo, dall’altro il costante rimando alla complessità ne costituisce l’asse portante (ideale, persino etico) e sgombra il campo da ogni tentazione facilitante. La semplificazione corre sempre il rischio di essere volgarizzazione, scriveva Pasolini (1965) e questo monito mi pare, oggi, ancora più attuale. 

Con i primi capitoli siamo quindi entrati nel tema centrale: il nodo teorico attorno a cui ruota il dibattito psicoanalitico contemporaneo, una volta superati gli estremi dello spettro, consiste nel come, quando, quanto declinare nella tecnica l’intervento interpsichico o intrapsichico, quali ricadute tutto ciò ha nel lavoro quotidiano, nelle scelte interpretative, con quali modalità, in che modo ciascun analista, il quale opera ormai, si può dire, all’interno di una scelta individuale consapevole, accede all’inconscio del suo paziente e compie la propria autoanalisi “giocando” la sua competenza ora esprimendosi più sul versante relazionale, ora privilegiando l’intrapsichico. 

Lungo tutto il testo, Bolognini intervalla resoconti clinici a riflessioni tecnico-teoriche il cui risultato è un prezioso amalgama che dà con grande immediatezza, e nel contempo profondità, l’idea di come vive e si muove l’analista al lavoro; parole che abbiamo ripetuto in più occasioni, ma che qui trovano una loro piena giustificazione. 

L’analista Bolognini, impegnato in una profonda esplorazione dello psichismo “come un subacqueo”, mostra al lettore come sceglie d’intervenire ora con un intervento centrato sulla relazione e sul transfert, ora illuminando il mondo intrapsichico tra pazienti diversi o nello stesso paziente in momenti diversi, attingendo in maniera prevalentemente preconscia ad un ricco patrimonio sedimentato, nel tempo dentro di sé. Questo patrimonio è la risultanza complessa dell’identificazione con i maestri, con il proprio analista e i supervisori via via incontrati (le famiglie interne dell’analista), ma si estende anche alla storia personale, al talento, alle attitudini, ai rimaneggiamenti dei nostri oggetti originari, alle nostre letture e escursioni nel linguaggio, nell’arte come nel cinema, senza che nessuna identificazione prevalga predatoriamente sulle altre, irrigidendo l’analista in ruoli difensivi, o imitativi, comunque sempre limitanti. In quelle profondità, scrive sempre Bolognini in un contributo recente, “non ci si va da soli” (2010). 

Un capitolo è ancora dedicato all’empatia, altro tema caro a Bolognini, strumento principe dei passaggi interpsichici (che ha nell’insight il suo speculare per l’intrapsichico). Non potendo tornare qui a pieno nell’argomento per ragioni di spazio, mi sta a cuore però sottolineare il merito maggiore che a mio avviso si deve a Bolognini riguardo ad un concetto, quello di empatia, che rischia di diventare un passe-par-tout in psicoanalisi. 

L’empatia psicoanalitica, e non semplicemente quella naturale (144), viene qui sottratta ad ogni buonismo, ad ogni semplificazione, ad ogni magia, ad ogni spontaneismo che la confonda con l’empatismo (empatizzare non significa simpatizzare), per farsi concetto altamente specifico dell’operare psicoanalitico, che non ha uguali in altre discipline. Bolognini in diversi punti del libro, rivisita il concetto teoricamente e distingue la sua posizione da quella di altri autori (tra cui Kohut e Modell) riconoscendo il merito anche alla tanto contestata Ego-psychoanalysis americana, di avere contribuito a sottrarre l’empatia da quell’alone di magica indefinitezza (132) nel quale rischiava di scivolare, per farne invece un concetto non generico ma elettivo del lavoro psicoanalitico. 

Oltre all’empatia, i restanti capitoli esplorano altri “vettori”, diciamo, con cui possono avvenire i passaggi segreti: il sogno, la parola (attraverso la metafora e il simbolo), le mucose per quanto concerne il versante corporeo del passaggio, ma anche l’enactment (interpret-azione, quando è l’analista ad agire, malgrè soi, pressato dalle identificazioni proiettive del paziente), insomma tutto il vasto capitolo della psicopatologia dei passaggi, che Bolognini chiama trans-psichico. 

Qui l’analista può correre il rischio di essere stretto in un abbraccio mortale con gli pseudopodi proiettivi di pazienti così disturbati ma, alla stregua di Peleo che pur di abbracciare Teti accettò la sfida di cercare di tenerla (con-tenerla) tra le sue braccia nonostante le sue continue trasformazioni sfuggenti, anche noi dobbiamo adoperare “un’autentica passione” (178) per accettare questo abbraccio pur senza diventarne vittime.

Il complesso e doloroso campo dei passaggi trans-psichici, sappiamo oggi costituire una fonte preziosa per l’analista; sono profondamente convinto – scrive l’Autore – che dopo il sogno, il transfert, il controtransfert e l’enactement, l’attraversamento degli stati del Sé, sia l’ulteriore evento psichico e relazionale che la psicoanalisi saprà adottare e trasformare da problema intra- e trans-psichico in strumento interpsichico» (2010, corsivo mio).

Quest’ultima parte del libro dedicata al trans-psichico, è arricchita di un resoconto psichiatrico (area non marginale nell’interesse dell’Autore per la psicoanalisi). Mentre i passaggi interpsichici e intrapsichici mantengono la separatezza e l’individualità della psiche del soggetto (collocandosi dunque nell’area della salute, di ciò che ricerchiamo), nei passaggi trans-psichici, come detto sopra, il confine della soggettività è perduto o minacciato, la mente e le proiezioni dell’uno invadono l’altro, facendo perdere al paziente, e talvolta inevitabilmente all’analista, la bussola orientativa della propria identità e del senso di Sé.

Ci troviamo qui nel vasto campo delle identificazioni proiettive patologiche, direi anche delle identificazioni estrattive di Bollas (1987,165), delle relazioni narcisistiche perverse studiate da molti autori (e Bolognini giustamente cita le bellissime pagine di Racamier); tutti quei casi in cui nell’altro si evacuano, senza la faticosa mediazione negoziante del preconscio, quello che vogliamo eliminare, mettere altrove, rigettare. La clinica contemporanea, lo sappiamo, viene ad essere significativamente, se non specificatamente, segnata appunto dal predominio del trans-psichico sulle consuete forme di comunicazione e di difesa.

E tuttavia siamo pur sempre nell’umano, sembra dire tra le righe l’Autore: tutto ci appartiene.

A cosa porta, quando le cose sono andate piuttosto bene, l’aver sostenuto con pazienza la coabitazione nei passaggi segreti della relazione interpsichica, l’attraversamento di aree desertiche (2010, ib), o la navigazione subacquea del proprio mondo interno nell’autoanalisi?

Fidarsi di sé, è il capitolo conclusivo. Il soggetto sofferente arriva alla nostra consultazione avendo perduto (qualora la avesse avuta) o non avendo mai conosciuto (più spesso nei pazienti attuali) il senso della fiducia in sé. E’ un soggetto smarrito. Ad un certo punto dell’analisi, se avrà incontrato un analista con la sufficiente fiducia in sé da lasciarsi trasportare dalle acque analitiche (“fare il morto”, 238), comincerà a sentirsi un po’ a casa con se stesso. Fidarsi di sé è l’esito, lo sbocco auspicabile di un’analisi riuscita, ma anche “un compito evolutivo” che ci riguarda tutti. E’ il compito stesso della vita, che Bolognini non poteva sintetizzare con parole più efficaci: la ricerca di una sofferta autenticità, di una temuta separatezza, e di una sufficiente armonia tra gli elementi del proprio mondo interno (238), intrecciato e distinto, potremmo aggiungere, da quello esterno.

Come in apertura, anche le ultime pagine mi hanno evocato un’immagine; il ricordo recente di un paziente, un uomo non più giovane, intelligente ed emotivamente dotato, ma che, per varie vicissitudini difensive interne non si era mai ascoltato, finendo con l’ammalarsi anche fisicamente. Dobbiamo essere stati in grado di percorrere i nostri passaggi segreti, io analista con lui, io dentro di me, ed infine il soggetto con se stesso, se in una delle ultime sedute, molto emozionato, si congedò dicendo «non sono mai stato così bene in mia compagnia. Sono sempre stato con me, ma mi sono sempre guardato con sospetto».

Rossella Valdrè 

Riferimenti Bibliografici 

Bolognini S. (1995), Condivisione e fraintendimento. Rivista di Psicoanalisi 4, 565-582. 

Bolognini S. (2010), Passaggi segreti verso l’inconscio: stili e tecniche di esplorazione. Relazione presentata al Congresso Nazionale SPI, Taormina, 27-30 Maggio. 

Bollas C. (1987), L’ombra dell’oggetto, Borla, Milano. 

Lacan J. 1974), Funzione e campo della parola e del linguaggio in Scritti, Einaudi, Torino 

Pasolini P.P. (1965), Difficile essere facili in: Le belle bandiere, Editori Riuniti, Roma 1977. 

Semi A.A. (2002), Prefazione a L’empatia psicoanalitica di S. Bolognini, Bollati Boringhieri, Torino 

Racamier P.C. (1993), Il genio delle origini, Cortina, Milano 

Luglio 2010