Pensare con Freud

Pensare con Freud – L. Ambrosiano, E. Gaburri, Cortina Edizioni, Milano, 2013

Commento a cura di Rossella Valdré

“La psicoanalisi mi pare oggi essere una delle rare, se non la sola alleata della cultura-sublimazione”.

(Julia Kristeva)

Si apre con l’inquietudine dello scrivere, con i fantasmi che esso suscita e che premono dentro la penna, dall’inconscio, “senza essere stati invitati” (XIII), per chiudersi col sensibile dialogo fra gli Autori, sorta di piccola, intima conversazione che condensa in sé i nodi essenziali del testo, l’ultima, godibilissima lettura che Laura Ambrosiano ed Eugenio Gaburri ci regalano con “Pensare con Freud”.

Non esagero nel dirmi grata agli Autori, come succede quando – non spessissimo, per me – troviamo non solo un testo che ‘ci piace’, ma che ci incontra, che intercetta aree, fantasmi, pensieri dentro di noi già stati pensati, ma che con parole o sintesi diverse ritroviamo rievocati, producendosi un effetto talmente appagante, di vero e proprio ritrovamento, che non esiterei a definire magico, uno dei più autentici piaceri ‘trasformativi’ della lettura. Passeggiare con Freud, non è come parlare di o su Freud: gli Autori ci accompagnano attraverso le riflessioni più mature della metapsicologia freudiana, riattualizzandola e declinandola nei temi della contemporaneità a conferma di quanto (e vi è forse bisogno di ricordarlo) il pensiero freudiano contenga ancora non solo i pilastri della psicoanalisi ma, “imbevuto in lingua bioniana” scrive Gaburri in chiusura “consente di incamminarci verso un futuro possibile” (128). Pur fedeli quindi al testo freudiano – il “grande disincantatore” che volle “non tanto celebrare l’inconscio ma sottrarre il pensiero “alle forze notturne e sotterranee” di cui la cultura del suo tempo era impregnata (36) – in cui ci accompagnano passo passo, gli Autori elaborano un loro pensiero personale, che mi pare venga a chiudere, sorta di lascito conclusivo, le riflessioni di una vita sviluppate nei testi precedenti, in particolare con “Ululare con i lupi”. (Boringhieri, 2003)

Il libro si articola in otto capitoli, piccoli ‘saggi nel saggio’, collegati fra loro ma anche leggibili ognuno per sé, e raccolti in quattro parti che abbracciano un largo scenario teorico-clinico: dall’antinomia personale/impersonale, alla rappresentazione della morte, attraverso il ruolo centrale della Sublimazione, fino al dialogo conclusivo sopra citato e al destino delle idee. Il tutto, attraverso agili incursioni nel mito, nella letteratura e filosofia da un lato, e brevi squarci clinici dall’altro.

Asse portante, fil rouge che percorre e sottende coerentemente tutto il discorso è l’accorato appello all’“amore appassionato per il Padre”, base dello svincolo edipico e di tutta la futura emancipazione e soggettivazione dell’individuo e dello sviluppo dell’umanità; ne fa da naturale corollario, l’altro cuore concettuale cui esita tutto il discorso: la Sublimazione.

Alla sublimazione, concetto che mi è particolarmente caro dedicherò qualche parola in più: sia perché, come detto, è anima concettuale del libro, sia perché è da salutarsi sempre come opportuno il richiamo all’importanza dei grandi temi metapsicologici freudiani, di cui la sublimazione fa parte.Come altre teorizzazioni freudiane, “grandiose congetture” come le definisce Conrotto quali ad esempio la pulsione di morte, anche la sublimazione ha subìto negli ultimi anni un triste declino nel dibattito psicoanalitico; in poche parole, non se ne parla quasi più Forse perche via via sostituita dal più comprensibile concetto di ‘riparazione’ a partire dal discorso kleiniano (Conrotto, 2004), sta di fatto che se Freud la poneva non solo come auspicabile esito del trattamento analitico ma come unica via d’uscita al destino dell’esistenza umana e al preservarsi della Civiltà, oggi è termine praticamente negletto dalla maggior parte della letteratura (con la dotta eccezione francese e il testo di Loewald su cui ampiamente gli Autori si soffermano), non più menzionato negli obiettivi clinici e di fatto opacizzato da temi che sembrano oggi più urgenti. E’ dunque degno del massimo interesse, a mio avviso, un libro che riposiziona la metapsicologia al centro di un pensiero vivo e pulsante, ridando alla sublimazione il posto che le spetta, al centro di una riflessione di ampio respiro sull’umanità e il suo possibile futuro, non relegandola a movimento difensivo, ma piuttosto “imbevendola”, come nelle succitate parole di Gaburri, di pensiero bioniano e dunque ricollandola in una posizione di urgente attualità, sia nel pensiero psicoanalitico sia nel discorso sociale.

E’ un libro percorso da fertili, continue antinomie. Individuo, ambiente. Personale, impersonale. Communitas, immunitas. Socialismo, narcisismo bionianamente intesi. Natura e Cultura…Antinomie che segnano la dialettica interna incessante della vita psichica, oscillazioni necessarie, sebbene faticose, per la salute mentale, affinchè la mente non si appiattisca in radicalizzazioni patologiche in un polo o nell’altro.

Di quali polarità di fondo si tratta?  Sin dalla nascita, il soggetto umano è destinato a dover governare e integrare la tensione tra il ritorno all’amalgama, all’indifferenziato di quello che Freud chiamava il “nido” primario con la madre, con la spinta verso l’individuazione e la differenziazione. La tentazione del ritorno alla quiete indifferenziata, che non ci abbandona mai del tutto, oscilla e si scontra per tutta la vita con l’urgenza opposta alla disindentificazione dagli oggetti primari, continuo va e vieni che, in certe fasi della vita psichica o sociale, può tendere più verso la gregarietà (come sembra configurarsi l’oggi) o verso il valorizzare la soggettività. Antinomie strutturali, dunque, conflitto ineludibile dell’umano che vedono l’equilibrio della vita psichica e sociale frutto del bilanciamento, dell’oscillazione che deve essere mantenuta tra la tendenza verso l’anonimo aggregarsi, e l’opposta spinta alla specificità individuale. Il compito non è facile per ciascuno.

“Sopportare la vita – scrive Freud – è pur sempre il primo dovere d’ogni vivente” (1915, corsivo mio).

E’ qui che interviene il Padre, agente terzo, catalizzatore essenziale della spinta alla soggettivazione senza la quale il bambino è lasciato all’insidioso terreno dell’indifferenziato e dell’incestuosità, clinicamente a rischio di “mettere le tende” nel territorio mortifero della coazione a ripetere. Lo svincolo dall’attrazione della dualità primaria attraverso quello che gli Autori definiscono a più riprese “l’amore appassionato per il padre”, costituisce la principale fonte di attivazione di risorse per la sublimazione. E la sublimazione, abbiamo visto, pur mai del tutto completa, pur non priva di pericoli che lo stesso Freud aveva visto (e su cui torneremo) rappresenta l’unica salvezza per l’individuo e per la Civiltà. Quando parliamo di sublimazione, infatti, parliamo di un concetto ad amplissima portata che concerne sempre due polarità, “un’aquila a due teste” (David, 1998): da un lato evento pulsionale individuale, dall’altro come esito sociale. La pulsione cambia di meta e sostituisce, almeno in parte, il soddisfacimento primario dell’oggetto, con altre soddisfazioni che investono il pensiero, la creatività, la cultura, le fondamenta per la costruzione stessa del vivere civile. Perciò, lungi dal costituire un mero concetto tecnico o arcaismo metapsicologico, se la psicoanalisi, come scrive Kristeva, è ormai una delle poche alleate della cultura-sublimazione, la psicoanalisi è “la cura del futuro”, ribadiscono Gaburri e Ambrosiano (ribaltando così anche l’attuale enfasi sulla cosiddetta ‘crisi’ e superatezza del metodo psicoanalitico).

Se il libro è dunque imperniato sulla centralità del ruolo del padre, va però a mio avviso precisato che il padre di cui gli Autori invocano la presenza è soprattutto istanza psichica della mente, non va ad allinearsi o appiattirsi, come talvolta avviene, nell’ormai irrinunciabile dibattito contemporaneo sul declino, scomparsa o “evaporazione” lacaniana del padre (Recalcati, 2011); dibattito doveroso ma che, sempre più ‘cavalcato’ dai media, rischia di banalizzarsi e perdere, paradossalmente, ogni valore di stimolo o denuncia. Il padre di ‘Pensare con Freud’ prescinde dalla storia personale degli individui in cui il padre fisico può essere presente o meno, “descritto come assente, distante, poco coinvolto, deludente” (125), ma è il padre dello svincolo edipico, funzione terza della mente che va ben al di là dal costituire un fenomeno di crisi contemporanea. Concordo con gli Autori nel sottolineare che questo rilancio appassionato si rende oggi, in psicoanalisi, particolarmente necessario, in quanto “sono anni che la psicoanalisi sembra osservare e studiare gli stadi precoci dello sviluppo, e sembra, però, osservare meno la dimensione edipica e la presenza appassionata del padre” (125). E’ dunque la psicoanalisi stessa ad aver contribuito a questo declino, almeno in parte, sembra l’inquietante interrogativo che cogliamo tra le righe? “L’idealizzazione dell’infanzia” verso cui può piegarsi la cura analitica “può assumere ai nostri occhi una portata tale da saturare il compito della cura” (28), scrivono con fine autocritica gli Autori: l’eccesso di focalizzazione sull’arcaico, sull’antico traumatico può far sottovalutare il bisogno di dimensione adulta, di crescita e soggettivazione che il paziente, ogni paziente, porta sempre con sé quando bussa alla nostra porta. Al sotteso interrogativo che ponevo sopra io risponderei, personalmente, di sì, per quanto oggi il clima stia mutando (come dimostra un libro come questo) e la psicoanalisi viene a reinterrogarsi sulle conseguenze di questa pericolosa omissione del paterno, negli anni passati essa stessa può aver involontariamente contribuito a far perdere di vista la centralità emancipatoria del padre come garante della crescita…ma questa riflessione, ci porterebbe forse troppo lontano.

Un’importante parte del libro è dedicata a Freud, all’uomo Freud, alla sua malattia, alla morte. Come scrive la Quinodoz (2008), è difficile parlare di vecchiaia e morte senza che la gente scappi, senza suscitare fantasmi di castrazione. Il capitolo sulla lunga malattia di Freud e le riflessioni sul morire che ne conseguono, è non a caso a centro del testo, benchè sembri sulle prime un tema apparentemente slegato. Non è così. Tutto il libro richiama una domanda di fondo: vale la pena di vivere la vita così com’è, di tollerarla come nelle parole dello stesso Freud? Dopo una brevissima reazione negatoria all’apprendere la diagnosi, è noto che Freud accettò in seguito la grave patologia che portò con sé, dentro di sé dignitosamente per moltissimi anni, quel ‘fiore in bocca’ diventato, nell’ultima fase della vita, parte della sua stessa identità. Superata la prima fase di negazione e smarrimento, Freud affronta le cure e si immerge nella stesura del nuovo saggio sul masochismo del ‘24: ecco la sublimazione come autocura (58). Come sarebbe stato diversamente, se si fosse lasciato andare alla “resa” masochistica della malattia? Perché in alcuni l’attivazione di risorse sublimatorie è più difficile, mentre altri riescono a salvarsi la vita, come molti artisti affermano quando parlano di sé, grazie al complesso lavoro intrapsichico che la sublimazione richiede, riuscendo ad accettare la rinuncia pulsionale in cambio del piacere sostitutivo, ma duraturo e profondo, della creatività e del pensiero?

“Lo scrivere…l’unica consolazione che abbiamo”- rivela lo scrittore Orhan Pamuk.

Restano domande cui è difficile rispondere. Ma se questo processo avviene, se riusciamo a mettere a disposizione dell’Io le risorse liberate dalla sublimazione, la vita umana sembra tollerabile, per rispondere alla domanda che gli Autori si pongono nel testo.

La psicoanalisi – e questo è il nucleo essenziale della sua specificità,
unicità e differenza dalle psicoterapie – ha qui un ruolo essenziale, poiché “la cura psicoanalitica ha il senso di un rifiuto (una trasgressione) di adattarsi all’inferno di una vita convenzionale”(53). Scriveva Winnicott (1958) che “Attraverso l’esperienza artistica possiamo sperare di restare in contatto con il nostro Sé primitivo da cui provengono i sentimenti più intensi ed anche sensazioni estremamente acute. Saremmo veramente poveri se fossimo solo sani.” (corsivo mio)

Interessante è la revisione che gli Autori suggeriscono sul concetto di masochismo o, per meglio dire, l’aspetto anche ‘positivo’ su cui pongono l’attenzione.  In linea con Conrotto (cit., 84), essi valorizzano la possibilità che “una certa dose di masochismo consente di scegliere di starci a vivere questa vita così com’è” (84). Il masochismo così inteso, cioè, è sottratto all’accezione più corrente di rivolgimento della pulsione distruttiva contro il sé, per farsi capacità vitalizzante di accettare l’impersonale che ci precede (torniamo a una delle antinomie), l’essere catapultati in una vita, in un universo che non abbiamo scelto, in un mondo già dato, segnato dalla presenza dell’Altro, nel linguaggio di Lacan (Zizek, 2006). Se della passività conosciamo e temiamo le derive pericolose (e Freud per primo, come gli Autori ricordano), all’altro polo una certa accettazione di questo impersonale, di questo mondo non autofondato ma segnato inevitabilmente dall’Altro che ci precede, consente la trasformazione della pulsione in spinte personali: dall’amalgama indistinto, alla soggettività.

Ugualmente intense e stimolanti le pagine sul “dire il vero”(109). E’ qui richiamata in causa la psicoanalisi e soprattutto l’istituzione psicoanalitica, luogo d’interscambio e di pluralità necessarie, ma anche rischiosa nicchia protettiva e rassicurante, proprio in virtù della citata tendenza umana alla gregarietà e all’amalgama, col risultato di quella vera “apnea del pensiero” (110) che è il conformismo. La parola “vera” (che non equivale esattamente alla più impersonale Verità) contro la parola vuota, l’essenza diretta di comunicare francamente noi stessi contro la seduzione dell’ambiguità, dove tutto equivale a tutto, si annullano differenze e specificità, cifra che sembra segnare drammaticamente la crisi di una vera democrazia nelle politiche odierne. Manca il padre, nuovamente, dove regnano l’ambiguo, l’indistinto e le tendenze regressive al “familismo amorale” (126) che, fa notare Gaburri nel dialogo finale, può definirsi come un’ulteriore polarità tra corruzione e sublimazione. Non può esservi cultura della sublimazione, dove prevalga il familismo amorale.

Il cerchio si richiude dunque, se così si può dire al termine di questa lettura dove tutte le tessere del mosaico vengono armoniosamente a ricomporsi, tornando sulla sublimazione. Come anticipato, vorrei qui spendere due parole in più, attingendo al mio profondo interesse personale per il tema che mi ha portata a farne oggetto di un approfondimento, stimolata sulle prime dalla sorprendente, per me, costatazione di un suo declino, almeno apparente, sia dal dibattito psicoanalitico sia, come il libro conferma, dai valori che la kultur oggi propone e riconosce. Ambrosiano e Gaburri, in linea con Freud, ne sottolineano giustamente il valore immensamente positivo, oserei dire salvifico di autocura, “trasformazione che arricchisce la struttura psichica e offre energie per affrontare momenti della vita altrimenti non affrontabili” (125).Sul piano strettamente teorico (che cito per completezza, ma non mi pare giustamente rilevante nell’intento del libro), essi sembrano porsi all’interno del filone di pensiero, da me condiviso, che vede la sublimazione derivare da un’unica fonte sessuale originaria, per prendere in seguito quel possibile destino a sfavore della coazione a ripetere e del ritorno distruttivo all’identico (filone condiviso appunto dal citato Loewald, Laplanche e altri). Ma, tornando a noi, se la sublimazione è tanto vantaggiosa allora perché, dobbiamo domandarci, in cambio di quello che dovrebbe un sollievo dall’urgenza del soddisfacimento diretto, essa rimane un esito così difficile, sempre così parziale, così volubile e incerta, come lo stesso Freud aveva visto? Scrive, infatti, prosaicamente al pastore Pfister nel 1909 che “…poichè le altre vie alla sublimazione sono troppo difficili per la quasi totalità dei pazienti, la nostra cura sfocia quasi sempre nella ricerca del soddisfacimento. (…) Con la sublimazione, si fa ciò che si riesce a fare” (corsivo mio). Senza addentrarci troppo in questa sede, va ricordato che anche la sublimazione, come tutti i processi psichici, non è senza prezzo, non è esente da rischi: quando ci accostiamo all’area della desessualizzazione, siamo sempre pericolosamente vicini, a coté della pulsione di morte (Conrotto, ib). Il confine è sottile; la contropartita, come la definisce Freud, non sempre sicura, e per taluni molto costosa sul piano pulsionale. Green condensa a mio avviso molto bene questa complessità, quando scrive che:

“Per la verità, la sublimazione non garantisce niente, non protegge da niente. Essa permette soltanto di ‘gioire in modo diverso’ in una condivisione comune di emozioni, creando uno spazio particolare di rapporti ‘civili’, ma che non hanno il potere di sopprimere altre modalità all’origine di soddisfazioni molto più brute. Il suo potere permette forse, per la sua funzione oggettualizzante, di farsi accompagnare, durante la vita, da alcuni oggetti amati che, sugli altri, hanno il vantaggio di restare fedeli perchè possono scomparire solo se noi li abbandoniamo” (1993). Ma aggiunge in seguito che tuttavia, la sublimazione resta l’unico vero garante alla preservazione della vita psichica e della Civiltà: resta, vale a dire, irrinunciabile.Complesssità, contraddizioni ineludibili, quindi, cui il libro cerca di rispondere affiancandosi mirabilmente a Freud e cogliendo il meglio, la modernità del suo lascito; quella spinta a esistere, come più volte la definiscono, che può poggiare solo su queste fonti.

Dire il vero, “pubblicarlo” (103) ossia lo sforzo emotivo di passarlo ad altri nella catena transgenerazionale per diffondere il destino delle idee, trasformare, emergere dall’impersonale che ci precede pur accogliendolo…sono molti, e virtualmente aperti e fonte di ulteriore stimolo al pensiero, i germi che Pensare con Freud, con linguaggio colto ma estremamente fluido e a tratti poetico, invita a seminare nelle nostre menti.

“La verità è scandalosa. Ma senza di essa, non c’è nulla che valga. (…). Per quanto vi riguarda, dite semplicemente la verità: dite semplicemente la verità, nè più nè meno. (…) Non potete amare la verità e il mondo. Ma avete già scelto. La maggior parte delle persone scendono a patti con la vita oppure muoiono. (…). Man mano che vi avvicinate alla verità, la vostra solitudine aumenta. L’edificio è splendido, ma deserto. Camminate in sale vuote, che vi rimandano l’eco dei vostri passi…

Talvolta vi piacerebbe tornare indietro, nelle nebbie dell’ignoranza… “.(M. Houellebecq, 1997)

Bibliografia

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Recalcati M. (2011). Cosa resta del padre?, Cortina, Milano

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Zizek S. (2006). How to read Lacan. Trad. it.: Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo. Boringhieri, Torino, 2009

Rossella Valdrè

Dicembre 2013