Pensare l’impensabile di Nina Coltart. Recensione di Anna Scansani

Nina Coltart (1992), Pensare l’impensabile, Raffaello Cortina Editore, 2017

Recensione a cura di Anna Scansani

Dopo venticinque anni dalla sua pubblicazione è ora tradotto in Italia (Cortina 2017) Pensare l’impensabile, un classico della psicoanalisi inglese e la più importante raccolta di scritti di Nina Coltart.

Nei capitoli di questo libro si susseguono scritti teorici di grande valore e coraggio, trattazioni cliniche (“La terapia di un travestito”; “Il paziente silenzioso”; “L’analisi di un paziente anziano”) e sue originali riflessioni. Vengono affrontate importanti questioni della pratica analitica, quali i fattori terapeutici e non terapeutici in psicoanalisi, la diagnosi e valutazione dell’idoneità per la psicoterapia psicoanalitica: qui emerge lo speciale talento di Nina Coltart, non solo nella consultazione, che ama molto, ma anche nella ricerca dell’accoppiamento giusto tra il paziente e il suo futuro analista; “un buon inviante deve avere una buona conoscenza delle capacità e dei talenti caratteristici dei suoi colleghi. Io, comunque, credo molto nella validità del processo che chiamo accoppiamento” (p. 18). La lettura di Nina Coltart ci pone di fronte alla sua grande capacità di esprimere in modo limpido, rigoroso e libero il suo pensiero, che non teme di accostarsi all’impensabile e al senso del mistero, presenti in ogni capitolo, assieme all’appassionata sincerità attraverso la quale ci comunica il suo procedere nel lavoro clinico e teorico. D’altronde lei è “la più indipendente degli indipendenti” come rispose a Anthony Molino che le chiedeva come collocava se stessa nella storia della psicoanalisi.

Sara Boffito, che è anche la traduttrice del libro, nella sua bella e appassionata prefazione ci ricorda che Nina Coltart “ha avuto il coraggio di non nascondersi dietro la teoria, ma di riconoscere che ‘ogni ora, con ogni paziente è anche, a suo modo, un atto di fede; fede in noi stessi, nel processo, e fede negli aspetti segreti, sconosciuti, impensabili nel nostro paziente che, in quello spazio che è l’analisi, arrancano [are slouching] aspettando il momento in cui sarà giunta infine la loro ora’ (p. 3)”. Rimando anche alla sua nota biografica che ci porta a conoscere la vita drammatica e non convenzionale di Nina Coltart, fondamentale per comprendere la spregiudicatezza del suo pensiero.

“Arrancare verso Betlemme o pensare l’impensabile in psicoanalisi” è il titolo del primo, meraviglioso capitolo. Il titolo è preso a prestito dalla poesia di W. B. Yeats, “Il secondo avvento”:

e quale mai rozza bestia, giunta alla fine la sua ora,

arranca verso Betlemme per venire alla luce?

Arrancare: l’analisi è fatta di questo movimento per venire alla luce, il movimento doloroso della rozza bestia, che è tutto ciò che è “al di là delle parole”, che attende il giungere della sua ora. Nina Coltart è in sintonia con Freud nell’attendere con attenzione che “il disegno emerga”, e con Bion sull’importanza di “sviluppare la capacità di tollerare di non sapere; la capacità di sostare con il paziente, spesso per lungo tempo, senza alcuna indicazione precisa di dove ci troviamo, facendo affidamento sui nostri strumenti abituali e sulla nostra fede che il processo possa condurci attraverso la sconcertante oscurità della resistenza, attraverso difese complesse e attraverso la natura completamente inconscia dell’inconscio” (p. 3).

Nel suo lavoro “Il fattore F in psicoanalisi” (2005) anche Claudio Neri parla di fiducia e fede sviluppando in un dialogo con vari autori, e molto con Winnicott, l’intreccio del rapporto fede-fiducia. “Kohut ci invita ad avere fede nell’efficacia curativa di un dio minore, il dio della delicatezza e della sommessa gentilezza. […] L’attenzione e le cure dell’analista per il paziente sono come un bagno caldo” cita l’autore. Conclude con il costruttivo ottimismo che affiora dai versi di W. Whitman come uno dei possibili risultati della trasformazione personale della fede:

“Tu sei qui- esiste la vita e l’individuo,

il potente spettacolo continua e tu puoi contribuirvi con un verso” (1885)

 

Mi sembra che, oltre alla fede/fiducia, anche il dio della delicatezza e della sommessa gentilezza sia in grande sintonia con molte delle considerazioni di Nina Coltart, sull’attenzione, sulle autentiche buone maniere nei rapporti e quindi, come evidenzia, nel rapporto tra analista e paziente.

Nina Coltart fornisce anche una serie di consigli pratici interessanti, come farà anche più avanti in Come sopravvivere da psicoterapeuta (1993), ma vorrei soffermarmi su due capitoli fondamentali: “Che cosa significa ‘l’amore non basta’?” e “Attenzione”.

L’amore secondo la Coltart non è definibile dal linguaggio della teoria psicologica, l’amore è un mistero. Un buon lavoro psicologico affonda le sue radici nella capacità di amare (p. 118), è la matrice del nostro lavoro, “intendo che è l’unico contenitore affidabile entro cui potremmo sentire odio, rabbia o disprezzo per periodi di tempo variabili” (p. 119).

Cita Searles sull’essenza della solidarietà amorevole che consiste nel rispondere all’altro nella sua interezza, scoprendo in lui ricchezze di cui potrebbe non essere consapevole. Conclude giocosamente che se è vero che “L’amore non basta”, è altrettanto vero che All you need is love.

E veniamo all’attenzione, che della nostra professione è l’infrastruttura, l’impalcatura necessaria, per meglio dire, secondo la Coltart, “nuda attenzione”. Prende a prestito questo concetto dalla tradizione buddhista, per la quale è il tratto distintivo della pratica della meditazione, pratica cui ella si dedica fondendola con il lavoro psicoanalitico. Attraverso di essa noi stessi insegniamo “a noi stessi a osservare, guardare, ascoltare e sentire, in silenzio, così incessantemente che questo tipo di attenzione diventa alla fine una seconda natura” (p. 180). “Mi piace pensare alla capacità di nuda attenzione come a una sorta di osservatorio nella nostra mente – e trovo che un’immagine simile possa aiutare nei momenti di difficoltà; anche solo visualizzarla brevemente in questi momenti può far soffiare una salutare ventata d’aria fresca sopra il proprio accalorato giudizio. Alcune volte l’unica cosa a cui possiamo aggrapparci è una reminescenza di ciò che sappiamo, una sorta di lampo di memoria sulla capacità di essere attenti o distaccati” (p. 185).

Amorevolezza, attenzione, autenticità nella relazione, sono la cifra, e la gioia, del suo lavoro.

 

Riferimenti bibliografici

 

Bion, W. R. (1970). Attenzione e Interpretazione. Armando, Roma, 1973.

Coltart, N. (1993), Come sopravvivere da psicoterapeuta, UTET, Torino 1998

Neri,C. (2005), “Il fattore F in psicoanalisi”. Lavoro letto al Centro Milanese di Psicoanalisi

Searles, H. F. (1959). “Il tentativo di far impazzire l’altro partecipante al rapporto: una componente dell’etiologia e della psicoterapia della schizofrenia”. In (1965) Scritti sulla schizofrenia, Bollati Boringhieri, Torino 1974,  pp. 243-271.

Yeats, W.B.. L’Opera Poetica. Mondadori, Milano 2005. Traduzione di Ariodante Marianni.

Whitman W. (1855). O me! O life! In: By the Roadside. The Collected Writing. University Press, New York 1961.

 

 

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