Pensare nelle istituzioni

Simona R. Capolupo, Donata Miglietta (2012)

Pensare nelle istituzioni. La formazione psicoanalitica.

Libreriauniversitaria.it, Padova, pp.239

Tempo fa Nissim Momigliano, preoccupata di come gli psicoanalisti si ritirassero sempre di più nei loro studi, scrisse: «gli psicoanalisti si sono ritagliati i loro giardini e fuori ci sono i ragazzi che tirano i sassi». All’interno della comunità SPI alcuni colleghi si chiedono se non sia il caso (proprio grazie al nostro training), di occuparsi anche di ciò che avviene al di fuori dei nostri studi. Il Congresso delle Giornate Italiane di Roma (25-27 maggio 2012) è andato, infatti, in questa direzione, estendendo il campo analitico al di là dalla stanza d’analisi. Del resto non sono mancati, nel passato, colleghi impegnati anche duramente in quello che avviene “fuori dai nostri giardini”. Uno dei tanti, e mi scuso con tutti gli altri che non nomino, Marco Longo, scriveva nella mailing-list della Società Psicoanalitica Italiana il giorno 28/3/2012: “«Quando si sta tutti a bordo della stessa barca, le ondate, i rollii, i beccheggi si avvertono tutti insieme … ma non è detto che si stia “a bordo insieme” … ognuno può comunque seguire prevalentemente i propri pensieri o concentrarsi solo su se stesso … si è veramente insieme solo se ci si con-centra su ciò che si ha e si è in comune … e se tutti remano insieme, la barca va meglio». Giovanni Foresti, con il listening-post pubblicato on-line (www.opus.org.uk), invita indirettamente tutti gli psicoanalisti a “occuparsi” dei movimenti sociali e delle organizzazioni come di una nuova frontiera di applicazione delle teorie psicoanalitiche, da una prospettiva che vede in primo piano quell’assetto mentale e quella funzione psicoanalitica della mente derivanti dal nostro training.

Capolupo e Miglietta raccolgono il meglio dei contributi teorici forniti dagli psicoanalisti SPI negli ultimi 50 anni a livello nazionale e internazionale, sui gruppi di lavoro in istituzione. Vengono quindi raccontate preziose esperienze ventennali nel corso delle quali le autrici hanno sperimentato, con esiti spesso positivi, modelli gruppali psicoanalitici nelle istituzioni. Lo scopo di questo libro è poter dimostrare che la psicoanalisi è un ottimo strumento per facilitare “il pensare” nei gruppi di lavoro e nelle organizzazioni. Le innumerevoli esperienze delle Autrici, percorse dalle suggestioni della teoria di Bion e di Corrao, variano da corsi di formazioni nei reparti ospedalieri, a supervisioni nei servizi di salute mentale, a interventi sul processo di una formazione breve, a gruppi esperienziali e di psicodramma analitico a scopo formativo.

Capolupo e Miglietta affermano, come principio di fondo, il legame tra il gruppo di formazione e la tensione conoscitiva degli aspetti ignoti nel sigolo operatore e nell’assetto del gruppo di lavoro. Il primo obiettivo di ogni formazione è quella di promuovere, da parte del gruppo istituzionale e dei suoi membri, la curiosità del non conosciuto dell’organizzazione, quel non-conosciuto tipico prodotto dell’incontro, ad esempio, con le forme gravi di patologia mentale (Bleger) e che, per inciso, non sono esclusivo patrimonio dei servizi psichiatrici o di chi ha le funzioni di controllo sulla devianza sociale.

Il libro è permeato dall’intento di trasmettere strumenti in grado di implementare la capacità di pensare anche “sotto il fuoco dell’artiglieria” (Bion, Quinodoz). Le Autrici non nascondono, pertanto, le difficoltà di lavorare nelle istituzioni dove le scissioni e le proiezioni svolgono il pessimo compito di perpetuare inconsapevolmente la sofferenza e il disagio dei soggetti che ne fanno parte: operatori e utenti. Ma la speranza è proprio quella che, dal gruppo in supervisione, possa attivarsi “la funzione psicoanalitica della mente” (Corrao, Correale) in grado di svelare quei processi istituzionali che intrappolano in mission patologiche inconsce gli individui che ne fanno parte. Lo scopo esplicito delle Autrici è quello di proporre, nel lavoro clinico e nella riflessione teorica, una modalità di pensare che il lettore potrà utilizzare per progetti specifici di formazione a partire, però, da una, peraltro indispensabile, formazione psicoanalitica individuale e gruppale. Corrao viene ripreso più volte secondo i suoi tre tipi di gruppo utilizzati per l’apprendimento: esperienziale, teorico e clinico. L’esperienza del gruppo formativo, secondo questo autore, fornisce ai partecipanti l’esperienza di un apparato mentale extrapersonale, complesso e multiplo. Le cornici all’interno delle quali ci si muove, infatti, sono a volte del tutto invisibili e imprevedibili. Più che mai gli stati emotivi irrisolti possono far ammalare il campo, se non sono filtrati attraverso quelle funzioni del pensiero che solo un lavoro di formazione analiticamente orientata può rimette in movimento.

Le Autrici sottolineano inoltre un’altra condizione necessaria: il gruppo di formazione deve essere pienamente autorizzato dalla istituzione e dalla sua leadership, pena il fallimento del gruppo e il suo disgregarsi prima della fine concordata. Un gruppo di formazione mal gestito in istituzione si può trasformare in quello del gruppo degli adolescenti descritti nel “Il Signore delle Mosche” di William Golding (bel romanzo da cui han tratto un film anni ’70).

Oggi assistiamo a un notevole dibattito su ciò che è psicoanalisi e ciò che non lo è: dibattito sterile, in quanto i nostri modelli teorici ci permettono applicazioni sul gruppo formativo come dimostrano le Autrici con innumerevoli esempi. Sarebbe invece più utile chiedersi: come possiamo lavorare anche fuori dalla stanza d’analisi grazie al nostro training e ai nostri modelli teorici? Certo, il nostro training si fonda prevalentemente su una matrice duale, ma in momenti come questi, in cui diventa sempre più difficile proporre le tre-quattro sedute settimanali, vale la pena di considerare le esperienze portate da chi lavora sulla formazione dei gruppi, con modelli teorici squisitamente psicoanalitici.

Inoltre variare l’attività clinica duale con l’attività formativa sui gruppi di lavoro, può creare quell’esperienza di “relatività” e di terzo occhio sul nostro stesso lavoro quotidiano nella stanza d’analisi. Pertanto, in queste pagine, attraverso l’esperienza di come le Autrici hanno utilizzato vari modelli teorici sui gruppi di formazione, si apre una nuova frontiera di occupazione verso un committente “Terzo”, inclusa la possibilità di verificare metodi e risultati del lavoro svolto. In altri termini è bene non dimenticarsi che esiste sempre un Edipo, un Altro che svolge una funzione paterna e con cui dobbiamo confrontarci. Ricordarlo forse male non fa.

Carlo Pasino

Giugno 2012