Psichiatria, psicoanalisi e nuova biologia della mente

Di là dall’ossequio formale, egli di fatto svaluta piuttosto grossolanamente la psicoanalisi, decretando in maniera apodittica e sorprendentemente disinformata che essa negli ultimi decenni non avrebbe compiuto alcun significativo progresso. Kandel esplicita nel modo più compiuto le sue tesi in due articoli successivi: “Un nuovo contesto intellettuale per la psichiatria” e “La biologia e il futuro della psicoanalisi”. La psichiatria che egli ha di mira è quella influenzata dalla psicoanalisi e centrata sulla psicoterapia. Pena la perdita della sua vitalità e credibilità, la psicoanalisi dovrebbe cercare di fondare sulle scoperte neuroscientifiche le sue intuizioni “umanistiche”. Essa è in altri termini in attesa di convalida dalle neuroscienze, come nel caso della distinzione fra memoria esplicita e implicita, che autorizzerebbe a parlare di un inconscio non rimosso lasciando “in sospeso” l’inconscio rimosso freudiano.

 Quello che Kandel propone non è un dialogo fra due discipline con oggetti e metodi d’indagine diversi, bensì la subordinazione dell’una all’altra, oscillando in modo incoerente fra riduzionismo metodologico, riduzionismo ontologico e tentazioni dualiste. Di fatto, non è tanto per il loro rigore metodologico che egli concepisce le neuroscienze come banco di prova della psicoanalisi, bensì perché tende a identificare la mente col cervello. Eppure, Kandel si limita ad affermare che ogni processo mentale “è anche” (non “solo”) un processo neurale, auspicando ad un tempo che la psicoanalisi introduca un po’ di “umanesimo” (un po’ di “spirito”?) nella concezione neurobiologica della mente. L’Autore non perde occasione di elogiare la psicoanalisi, ma non possiede i requisiti per condurre un adeguato discorso interdisciplinare, dato che se è eccezionalmente competente come neuroscienziato, non lo è altrettanto come psicoanalista e come epistemologo.