Psicoanalisi della vita quotidiana. L’umanità è in pericolo? di A. A. Semi. Recensione di Laura Contran

Antonio Alberto Semi (2014)

Psicoanalisi della vita quotidiana.
L’umanità è in pericolo?

Raffaello Cortina Editore, pp. 209
“Questo libro non pretende di mostrare eventi eccezionali o ricordi straordinari tirati fuori da una memoria che Freud ci ha insegnato non esistere nella forma comunemente immaginata. Pretende piuttosto, di riportare alla ordinaria straordinarietà la quotidianità. E magari di descrivere modalità d’essere attuali dell’individuo, nel suo tentativo di diventare protagonista della propria storia”.

Le parole di Semi, nell’introduzione al suo ultimo libro Psicoanalisi della vita quotidiana, racchiudono il senso del progetto che lo guida, ricco di riflessioni e denso di interrogativi che l’Autore andrà a sviluppare in modo interlocutorio e dialettico.

Il percorso, complesso e nient’affatto semplice da sintetizzare, è senza dubbio originale per due motivi. Il primo, appunto, è la scelta dell’Autore di seguire il filo della quotidianità (compresa quella dello psicoanalista) e di raccontare situazioni “cliniche”, episodi, piccoli frammenti di vita, con uno stile che si discosta dal lessico classico utilizzato per descrivere i “casi”, ma da cui emerge con evidenza che la clinica psicoanalitica (al di là delle nozioni di cura, terapia, guarigione, patologia, normalità) è innanzi tutto arte e scienza dell’ascolto.
Il secondo motivo, è l’idea di dedicare ampio spazio ad alcuni concetti non strettamente psicoanalitici quali ad esempio quello di coerenza, conformismo, uguaglianza e libertà, mostrando come in realtà anche l’esperienza analitica (nella teoria e nella pratica) ne sia profondamente implicata e come questi riferimenti personali e culturali, abbiano delle ricadute nella cura analitica. Essi, infatti, non riguardano solo il paziente, la sua storia, il suo mondo interno, le sue resistenze, i suoi fantasmi, ma interrogano lo stesso analista costretto a confrontarsi con i significati che egli stesso vi attribuisce e che sono strettamente legati alle sue convinzioni e principi o, ancora, alle teorie con cui si è formato. Si tratta di rendere soggettivi dei valori o verità ritenute “assolute”, mettendole, per così dire, alla prova dell’inconscio. La scoperta freudiana, infatti, ha definitivamente infranto l’illusione di una totale unificazione psichica dell’individuo rivelando, come ricorda Semi, le caratteristiche dell’inconscio tra cui “[…] la pluralità e contemporaneità di “fili” di pensiero, non validità del principio di non contraddizione, energia psichica libera, con conseguente possibilità di spostamento e condensazione, atemporalità, dominio del principio di piacere, sostituzione della realtà esterna con la realtà psichica” (93).

L’Autore, dicevo, non tratta di psicopatologia in senso stretto ma preferisce soffermarsi su momenti ed eventi di vita che a volte assumono una connotazione esistenziale e che possono lasciare lo stesso analista disorientato Il dispositivo analitico (il setting) non garantisce di per sé l’autenticità dell’incontro né gli effetti, in senso analitico, che esso produce. Affinché ciò avvenga è necessario che l’analista sappia attingere dal proprio inconscio, dalla propria memoria, dalle proprie rappresentazioni. Alcuni esempi clinici descritti dall’Autore dimostrano quanto il dolore fisico (o psichico), un lutto, un trauma o la stessa ineluttabilità del destino possano provocare una sorte di annullamento del pensiero: il reale prende il sopravvento e sembra annientare la parola e la sua dimensione simbolica, inducendo nello stesso analista una percezione di estraneità nei confronti del paziente. Da qui nasce il problema del limite che “si ribalta necessariamente nella costruzione della teoria”.

E a proposito di teoria e dell’annosa questione se la psicoanalisi freudiana debba ritenersi superata, credo che Semi in questo suo libro sappia metterne in luce tutta la vitalità e la sua portata ancora rivoluzionaria. Non si esime, tuttavia da segnalare i rischi dell’ “adattamento” (altra importante questione affrontata nel decimo capitolo) e del conformismo, ovvero la tendenza a rimanere ancorati alla “grigia teoria”, o “di assolutizzare parti del discorso metapsicologico freudiano” che porterebbe a derive ideologiche e riduttive rispetto all’indescrivibile ricchezza della vita psichica (36). Da qui, sottolinea Semi, la necessità di rettificare una certa lettura stereotipata della psicoanalisi freudiana (e post), vista come un’esperienza di ripiegamento su se stessi, come una sorte di arroccamento affettivo agli oggetti originari, rivissuti nel transfert (a sua volta a rischio di assumere aspetti claustrofilici), che non valorizzano sufficientemente la reale potenzialità della vita psichica: l’incontro con l’alterità che ci abita, con l’altro, con la possibilità di investire in “nuovi oggetti”.
L’ultima parte del libro tenta un’articolazione a partire dall’interrogativo indicato nel sottotitolo: quale pericolo corre l’umanità? L’autore ha già trattato questo tema seppure da un’altra prospettiva in un suo articolo apparso su Psiche (1/2006) dal titolo Verso la disumanizzazione? In questo contesto egli chiarisce la sua posizione rispetto alla contemporaneità che ci vuole sì individui ma performanti piuttosto che pensanti. Alla soggettività come processo creativo si vanno sempre più sostituendo nicchie identitarie che perseguono la logica dell’esclusione piuttosto che dell’apertura all’ignoto, al non conosciuto, alle differenze. “Quanto e come la diversità di ciascuno può essere sentita come la condizione per una vera uguaglianza?” (204).
La cultura in cui si nasce, si vive, nella quale ci identifichiamo – e da cui nessuno può uscire, come giustamente viene sottolineato – rimanda al senso di unicità e unitarietà che ci appartiene come bisogno irrinunciabile. Ma a quale prezzo? Questo tema viene affrontato dall’Autore in un interessante capitolo dove tratta del rapporto tra narcisismo, monoteismo e cattolicesimo.
L’impronta narcisistica del nostro tempo, la possiamo peraltro cogliere in vari ambiti e contesti: nei gruppi, nelle dinamiche delle Istituzioni e degli Stati (90) a cui la psicoanalisi, come forma di pensiero, non può che opporsi. In un libro datato, ma non per questo meno inquietante e attuale, Roudinesco scriveva “L’era dell’individualità si è così sostituita a quella della soggettività: concedendosi l’illusione di una libertà senza vincoli, di un’indipendenza senza desiderio di una storicità senza storia, l’uomo di oggi è diventato il contrario di un soggetto”. (E. Roudinesco, Perché la psicoanalisi?, 2000).

Se le questioni poste dall’Autore possono risultare a tratti grevi, in realtà questo libro è una testimonianza di fiducia sul contributo che in quanto analisti, a partire dalla quotidianità del nostro lavoro, riusciamo a dare e, almeno in una certa misura, a trasmettere: la capacità di lasciarci sorprendere dalla straordinarietà del nostro inconscio, di pensare liberamente e di continuare fermamente a credere “nel senso dell’avventura umana”.

Laura Contran

Gennaio 2015