Psicoanaliste. Il piacere di pensare

A cura di Patrizia Cupelloni (2012)

Psicoanaliste. Il piacere di pensare – Milano, Franco Angeli, pp. 314

Recensione a cura di Laura Montani

Sappiamo che la nozione di gender è stata fatta e disfatta dalle pratiche discorsive che hanno impegnato intorno a questo tema tutti gli orizzonti disciplinari, nessuno escluso, e in modo particolare la psicoanalisi e la filosofia (Buttler, 2002; Fraire, 1995).

Nel discorso psicoanalitico, questo lavoro, incessante e appassionante, si è svolto, soprattutto per quanto riguarda la presa di parola, da parte delle psicoanaliste, sul femminile, affondando nella materia erotica, che è ineliminabile resto di qualsiasi lavoro di pensiero elaborativo. Il testo che presentiamo qui, a cura di Patrizia Cupelloni, che lo apre e lo chiude, con sapiente consapevolezza di questo “fondo” erotico, ne è palese testimonianza.

 

A partire da Lou Salomé, che di questo godimento della scrittura ne sapeva qualcosa, come sottolinea con complice acutezza A. Giuffrida (Salomè, 1979), nel discorso psicoanalitico, questo lavoro, incessante e appassionante, si è svolto, soprattutto per quanto riguarda la presa di parola, da parte delle psicoanaliste, sul femminile, affondando nella materia erotica, che è ineliminabile resto di qualsiasi lavoro di pensiero elaborativo.

«Gli spazi – ci dice Heidegger – sono una condizione fisica ante litteram dei luoghi e “luoghi” sono solo quegli spazi in cui si può sostare, abitare».

 

Lo spazio curato da Cupelloni, con Psicoanaliste, Il Piacere di Pensare, è, in questo senso, uno spazio particolare. Tramite la messa in gioco diretta del pensiero di dodici analiste del presente, che usano lo spazio per mettere in tensione quello di altrettante analiste del passato, questa raccolta crea un “luogo”, di libero godimento, dove mettere a dimora pensieri che circolarmente vanno dal passato al presente, dall’una all’altra autrice.

Così Amalia Giuffrida rilegge Lou A. Salomé; Manuela Fraire, Melanie Klein; Marina Malgherini, Sabina Spielrein; Gemma Trapanese, Anna Freud; Gabriela Tavazza, Margaret Mahler; Patrizia Cupelloni, Paula Heiman; Diomira Petrelli, Marion Milner; Maria Stanzione, Margaret Little; Chiara Cattelan, Frances Tustin; Angelique Costis, Piera Aulagnier; Rossella Pozzi, Janine Chasseguet-Smirgel; Fausta Ferraro, Joyce McDougall.

E’ ancora Heidegger a dirci che la dimora è un luogo reso libero: solo così il luogo diventa dimorabile, sostandovi, soggiornandovi, abitandovi. E’ indubitabile che il pensiero femminile sia ormai un luogo della psicoanalisi, luogo costruito dalle analiste del passato che vi hanno a lungo sostato e lo hanno reso abitabile con il loro pensiero messo a dimora, a fondazione del pensiero delle analiste del presente che continuano ad abitare questo spazio come un luogo di una genealogia in cui riconoscersi e a loro volta dimorare.

In italiano usiamo uno stesso termine: casa, sia per indicare l’edificio (che gli inglesi chiamano house), che lo spazio abitativo-affettivo (che gli inglesi chiamano home). Ciò che rende una casa- haus una casa-heim, come dice il tedesco, è la Cura.

Abitare ha anche il senso di “rimanere”, “stare”, “essere”, e nella sua radice contiene anche il verbo habeo. Essere e avere sono sintetizzati nell’abitare all’interno degli spazi, dei luoghi, delle situazioni e degli affetti.

E’ dunque una filosofia dell’abitare, con la sua disposizione a pensare “accanto” alle cose, realizzando quell’atteggiamento che Heidegger definì vicinanza, a tenere insieme il corpo di questa singolare opera di psicoanalisi. 

Se l’essenza dell’abitare consiste in una questione etica e l’abitare può essere considerato una metafora attiva dell’aver-cura, tutte le analiste che hanno scritto insieme questo testo insolito, si sono prese cura della psicoanalisi e, oltre ad un lavoro “genealogico” in senso stretto, già caro alla curatrice (2008, 15-21), ci hanno offerto un lavoro etico.

Questa è l’assoluta novità di questo testo, dove il dialogo è possibile sulla scorta di una scelta di piacere e di un riconoscimento di appartenenza e di discendenza implicito nel pensiero di ogni singola analista che ha scelto l’altra, facendola emergere dal passato per riportarla nel presente vivo del proprio personale pensiero al lavoro. Ma la novità non consiste solo in questo pur significativo gesto che riguarda, per ciascuna delle autrici, la presentazione di un’analista del passato, ma soprattutto nell’evidente piacere di pensare insieme, in un gesto di comunione inedito che riconosce la validità del pensiero dell’altra, delle altre, dando una sua propria, direi morbida piegatura all’equazione inconscia sapere/potere e la flette verso il senso di “potere pensare” o, se vogliamo, verso un’altra piegatura, meno morbida e più assertiva: “il diritto di pensare”. Ma non c’è diritto senza riconoscimento dell’altro, dell’altra, in questo caso. Questa modalità di scambio colpisce, perché inaugura un metodo: stare insieme, pensare insieme, pur mantenendo ciascuna autrice la propria singolarità. A due a due, con un passo che ricorda un quadro famoso di Magritte, L’ésprit de geometrie (1937), sfilano per il lettore queste coppie elettive.

Non a caso, il saggio di Cupelloni su P. Heimann, che affronta la differenziazione teorica di questa psicoanalista rispetto a M. Klein, è intitolato “Passo a due”.

La diacronia che è stata scelta, oltre  al racconto del farsi del pensiero della studiosa prescelta in cui rispecchiarsi e riflettere/riflettersi, mette in scena come, nel corso  del tempo, il pensiero di ciascuna analista si sia dovuto confrontare non solo con le lotte e gli scontri che hanno infuriato nella comunità psicoanalitica, ma soprattutto tra loro, proprio loro le analiste, come tali, sempre l’una contro l’atra, nonostante apparenti momenti di  “sororanza,”subito reinghiottiti dal conflitto. Credo che questo essere insieme, come analiste e proprio in quanto tali, accettando le proprie diversità e le proprie filiazioni senza contrapporle, faccia parte del piacere di pensare che la lettura di questo testo intensamente comunica.

 

A livello simbolico, non ci troviamo di fronte a una “storia della psicoanalisi al femminile”. In proposito, in una nota di questo suo saggio, Cupelloni (pag. 12) lo sottolinea sobriamente.  Una qualità altra, dunque, rispetto a una possibile definizione di genere, perché tutti i lavori presenti in “Psicoanaliste. Il piacere di pensare”, sono certamente la polifonia di un pensiero femminile al lavoro, ma si muovono, ciascuno a suo modo e con un proprio stile.   Ciascuna autrice in fondo affronta con passione e coraggio, la storia stessa della psicoanalisi, al di là del genere e, se svela come la stessa epistemologia psicoanalitica sia andata trasformandosi sotto la forza del pensiero di M. Klein, di P. Aulagnier e delle altre pensatrici qui convocate e rilette su come ciò accade al di là della contrapposizione maschile/femminile, ma emerge di per sé, come un “fatto scientifico”. Fatto certamente non neutro, dal momento che, secondo una propria inclinazione, un proprio modo d’essere, ciascuna analista di oggi, a partire da sé, restituisce attraverso la propria scrittura, il debito che sente verso la propria genealogia personale e lo esplicita chiaramente.

Il diritto di pensare, duramente conquistato dalle analiste del passato rende possibile il piacere di pensare delle analiste del presente: il debito, che questo testo implicitamente paga, è questo.

 

Questo confronto con l’altra, per ritornare a sé, è il filo rosso che dà unità compositiva al testo e anima l’incontro di ciascuna analista con un’interlocutrice privilegiata, scelta in base a un proprio senso di appartenenza a una genealogia interna, luogo di fondazione e di discendenza. Un vero e proprio lavoro di trasmissione, dunque, in cui ciascuna analista trasmette alla comunità scientifica, non solo il proprio lavoro teorico-clinico, ma la cifra piacevole di questo lavoro, inequivocabilmente tracciato dalla passione del femminile, oltre che da quello per la ricerca: un pensiero al lavoro sulla coppia femminile – donna in psicoanalisi, che, evidentemente, non cessa di interrogare l’orizzonte epistemico della nostra disciplina.

 

Bibliografia

Buttler J., (2002), La disfatta del genere, Meltemi editore, (2006)

Fraire M., (1995), Arte del fare e del disfare, “Lapis, ”28 pp11-14

Salomé L., La Materia erotica, edizioni delle donne, (1979)          

Heidegger M. L’arte e lo Spazio, Il melangolo, Genova (1997),

Heidegger M. “Poeticamente abita l’uomo”, e “Costruire, Abitare, pensare”.  in Saggi e discorsi, Mursia, Milano (1991).

Cupelloni P., (2008) “Plasma germinale”, Generi e Generazioni dentro l’urgenza della vita,

in “Generi e generazioni. Ordine e disordine delle identificazioni”, Franco Angeli

Gennaio 2014