Psicoanaliste. Il piacere di pensare

Psicoanaliste. Il piacere di pensare

Franco Angeli Editore, pp. 320 , (2012)

Recensione di Rosa Spagnolo

Dodici psicoanaliste italiane rileggono l’intreccio fra la vita e le opere di altrettante psicoanaliste che molto hanno contribuito alla costruzione del profilo internazionale della psicoanalisi, con e dopo Freud. Partiamo da questo punto: psicoanaliste che scrivono di psicoanaliste. La declinazione dei sostantivi è di genere femminile, numero plurale, plurale femminile. Il plurale evoca la complessità del mondo femminile fatto di logos, pathos, eros e sensualità in perenne conflitto fra integrazione e sublimazione. La vita e le opere delle psicoanaliste presentate potrebbero essere lette attraverso questo codice identificativo in cui inserire ora l’una ora l’altra e far scorrere così 150 anni di psicoanalisi scritta al femminile; psicoanalisi delle origini e dell’evoluzione dal padre fondatore ad oggi, potremmo chiamarla.

La lettura si regge sul tripode “sessuale-femminile-materno” che disegna forme geometriche precise rappresentate dalle persone-analiste descritte; non appena si svincola uno dei tre vertici, attraverso la soggettivazione della lettura da parte delle autrici, si libera un asse che, come un fil rouge analitico, allinea e distende i tre vertici lungo una linea continua su cui si ritrova il piacere di pensare. “Il piacere di pensare” oggi, aggiungerei. “Il piacere di pensare” ieri è costellato di traumi, personali e storici, che evocano sia la fatica legata ai primi passi analitici delle prime donne analiste, che la sofferenza connessa al movimento differenziante per generare un pensiero autonomo. Potrebbero facilmente apparirci come dodici eroine che affermano il loro pensiero all’interno di un universo maschile non sempre disposto ad accoglierlo. Ma il libro non va in questa direzione, perché le biografie sono accennate quel tanto che basta per essere storicizzate e soprattutto perché le storie narrate (intrecci fra storie di vita, analisi personale, supervisioni e accesso al mondo psicoanalitico attraverso la dedizione clinica e la scrittura) sono indici di storia di un pensiero in perenne divenire. E’ questo il lascito delle 12 + 12 psicoanaliste: possiamo pensare oggi, con piacere, perché altre lo hanno fatto per noi, a volte in maniera effrattiva, ieri.

Da Lou Andreas Salomé (1861) a Joyce McDougall (2011) incontriamo riflessioni e concettualizzazioni, oggi ampiamente utilizzate, che, riportate al loro sorgere, danno ulteriore spessore e profondità al loro stesso movimento generativo. Senza il punto di vista femminile ci sarebbe stata la psicoanalisi infantile (M. Klein, A. Freud, M. Mahler, F. Tustin, per citarne solo alcune)? E la clinica della psicosi e degli stati limite quanto si è giovata degli studi pioneristici sul controtransfert, sul simbolo e sull’originario (P. Heimann, M. Little, M. Milner, P. Aulagnier)? Lo sganciamento della psicosessualità dal suo ancoraggio fallico, la bisessualità e il ricentramento della fase anale sono nodi concettuali pensabili solamente attraverso i lavori della P. Heimann, J. Mc Dougall e di J. Chasseguet Smirgel. E non basta, nel libro ritroviamo due ricostruzioni esemplari del pensiero e della vita di Lou Andreas Salomé e di Sabina Spilrein che, come antesignane di tutte le successive psicoanaliste, hanno permesso l’apertura della psicoanalisi al mondo femminile fino ad allora limitato all’orizzonte della donna isterica.

Il debito verso queste donne è ancora più ampio se pensiamo alla possibilità che si sono date di coniugare le loro vite con la psicoanalisi quando, per qualche decennio del secolo scorso, essere ebrei ed essere psicoanalisti era già indice di esilio, di fuga, di peregrinazione fra le varie Società Psicoanalitiche sorte in Europa e poi in America. Forse per questo motivo le prime storie di vita (e anche di vita analitica) tracciate nel libro inducono empatia e solidarietà (trasmessa attraverso la sapiente ricostruzione delle Autrici) verso la persona analista donna. Man mano, con lo scorrere delle pagine, la persona si intravede solo in controluce ed emerge il pensiero delle psicoanaliste: è differenziante rispetto al punto di vista maschile? La differenza è insita nell’anatomia o la trascende? Sono interrogativi odierni su cui ancora lavorare. Però possiamo tracciare un primo bilancio di questa ricerca condotta dalle autrici intorno al pensiero delle 12 psicoanaliste: la capacità delle donne di trattenere nel corpo il dolore (pensiamo al parto) e trattenere nel corpo il piacere (pensiamo all’orgasmo) opera quella sintesi mente corpo la cui chiave di lettura può essere il pensiero femminile. Non solo trattenere per non agire (attività passivizzante del femminile), ma anche trattenere per rimodellare continuamente il Sé in funzione dell’altro, fantasma o concreto che sia. Questo il legame, a volte forte, a volte fragile, che si ritrova, nei profili presentati, come bisogno dell’altro: penso in particolare ai tanti sodalizi analitici portati avanti tenacemente fino alla fine (Anna e Dorothy) o interrotti con bruschi tagli invidiosi (Melanie e Paula). Omosessualità, invidia, sostegno, passione e idealizzazione: tutte ne hanno sofferto (ne sono state “affette”) e attraverso se stesse ci hanno restituito la possibilità trasformativa del sapere autoanalitico che diventa episteme.

Non voglio entrare nel merito della cifra analitico-stilistica di ognuna di loro, voglio però chiedermi cosa le Autrici del libro hanno regalato alle psicoanaliste in oggetto attraverso questo studio. Senz’altro delle singole e suggestive monografie (tranche de vie) che possono essere lette come sintesi di un pensiero; senz’altro la possibilità di scorrere uno spaccato di storia della psicoanalisi attraverso un vertice fondativo ancora fecondo; soprattutto hanno restituito loro l’umana fragilità del paziente (tutte loro, tranne una, sono state pazienti prima di essere analiste, alcune di loro sono state a lungo pazienti di più analisti) che si dibatte fra reale e fantasma rendendo più gradevoli (o posando lo sguardo su di loro con maggiore empatia) anche profili tacciati, da sempre, di distacco e severità ( e lascio al lettore la scoperta intuitiva di quali).

E cosa le dodici psicoanaliste hanno dato alle dodici autrici. Conoscendone alcune personalmente ho letto in filigrana le loro storie e le loro passioni e mi sembrava di sentire le loro voci o lo scorrere dei pensieri mentre si trasforma in riflessione; un passo doppio, come suggerisce appunto Patrizia Cupelloni nel tracciare il profilo di P. Heimann, passo doppio fra confronto e lascito, come ella scrive nelle sue conclusioni: “ a noi il privilegio di un confronto, a loro il merito di un lascito scientifico”. Cosa lascia infine questo libro? Ci regala vari livelli di lettura intorno a cui farlo ruotare, ci regala dodici assi che rappresentano dodici snodi possibili della psicoanalisi, perché se è vero che per un punto passano infinite rette è vero anche che per due punti passa una, ed una sola retta: forse è questo che la curatrice ci ha voluto indicare nel segnalare l’uso del passo doppio, un movimento a due di costruzione e messa in forma che affianca la lettura senza appesantirla.

Luglio 2012