Psychoanalytic Reflections on Politics: Fatherlands in Mothers’ Hands

esztersalgoEszter Salgó (2014)

Psychoanalytic Reflections on Politics: Fatherlands in Mothers’ Hands

New York,  Routledge, pp. 190

Eszter Salgó, docente all’American University di Roma, con il suo libro dall’accattivante titolo “Psychoanalytic Reflections on Politics: Fatherlands in Mothers’ Hands”,  si presenta come una nuova e  brillante voce nel campo delle scienze politiche e della psicoanalisi. 

Sebbene il compito che la nostra autrice si è data non sia semplice, far dialogare scienze politiche e psicoanalisi, autori come Winnicott e Lacan, il tutto a confronto con la instabile e mutevole contemporaneità socio politica internazionale, possiamo affermare con assoluta tranquillità che il testo della Salgo’ supera brillantemente tutti i possibili ostacoli derivanti da tale complicato intreccio.   Questo, a mio parere, si deve al fatto che l’autrice non ci propone esclusivamente degli spunti e delle riflessioni “politiche”, che renderebbero lo scritto un libro comune e forse di minor interesse da un punto di vista psicoanalitico, ma intende presentarci un paradigma, basato su teorie psicoanalitiche, per leggere i fenomeni della politica.

Nel suo libro la Salgó, infatti, ci fornisce degli occhiali per interpretare la realtà politica, le cui lenti sono la psicoanalisi da un lato (Freud, Winnicott, Lacan e Ferenczi gli autori più citati) e le scienze politiche dall’altro.

Tesi centrale del volume, e punto di partenza dal quale la Salgò muove le sue riflessioni, è che noi percepiamo e partecipiamo alla realtà politica non tanto attraverso la nostra ragione e razionalità ma attraverso le nostre fantasie inconsce. 

Secondo l’autrice le comunità politiche, come del resto già Winnicott suggeriva (1971), ipotizzando che l’unione tra le persone e la formazione di gruppi possa avvenire grazie alla similarità e condivisione delle nostre illusioni, si fondano su fantasie consce e inconsce condivise. Le fantasie, che rappresentano i mattoni sui quali costruiamo le nostre “famiglie immaginarie”, si organizzano attorno a differenti sceneggiature simboliche.

In quest’ottica il cittadino, l’elettore, i partiti e i governi, sono dei personaggi, o meglio dei bambini, che inconsciamente creano e al tempo stesso partecipano come attori al teatro della politica.

La politica viene intesa così come una forma di gioco creativo, un teatro simbolico: il problema, non è però se una comunità politica basi le sue fondamenta su questo tipo di attività, in quanto secondo l’autrice tutte le comunità politiche lo fanno, ma il problema rimane quale tipo di rappresentazione una comunità politica mette in atto (Cap.1).

La Salgó osserva che nei periodi di transizione, come quello che tutti noi stiamo vivendo, caratterizzati da caos e paura, si riduce la fiducia nella leadership politica e le persone rispondono a questa incertezza mettendo in atto delle forme di regressione (Cap.2). Queste regressioni si caratterizzano per un disinvestimento da un presente spaventoso e si manifestano o attraverso un rifugio nella fantasia inconscia condivisa di un ritorno a un’età dell’oro, un passato mitico, quell’età fertile e idilliaca, precedente alla perdita della Juissance (Žižek, 1993) o in alternativa in una visione idealizzata del futuro che prevede il ristabilirsi di una condizione narcisistica che è stata persa.

I leader politici divengono quindi gli attrattori ma anche i promotori di queste fantasie inconsce, attraverso proposte politiche basate sull’illusoria promessa di un ritorno ai tempi mitici, al paradiso perduto che forse ha rappresentato i primi stadi dello sviluppo psichico, caratterizzati da fusionalità e non separatezza. E’ ciò che adesso speriamo di ritrovare nella politica e nelle sue promesse che spesso alimentano la nostra vita emotiva e fantastica a scapito dei nostri processi riflessivi.

Le famiglie immaginarie che “governano” durante questi periodi di crisi si caratterizzano tra le altre cose per la presenza di padri autoritari che negano qualsiasi partecipazione a delle madri “sufficientemente buone”, e per la promozione di un funzionamento narcisistico orientato alla negazione dei confini e dei limiti, nella ricerca costante del godimento (62).

Di contro in democrazia ogni persona si può collocare più come soggetto agente che come oggetto all’interno della trama narrativa politica, instaurando con quest’ultima un rapporto creativo. La famiglia immaginaria al centro di un processo democratico si caratterizza secondo l’autrice per il connubio tra la figura di un padre simbolico, che impedisce al bambino di vivere ritirato in un mondo onnipotente (Lacan, 1938) e di una madre “sufficientemente buona” che restituisce al bambino un senso di soggettività, autenticità e agency (Winnicott, 1971).

Secondo l’autrice ciò che “differenzia la democrazia da altre forme di società è la legittimazione del conflitto, la celebrazione delle differenti concezioni del bene, e il rifiuto di eliminare la diversità attraverso l’imposizione di un armonioso ordine autoritario” (68). In altre parole potremmo dire, prendendo a prestito il pensiero di Jessica Benjamin, che la democrazia si caratterizza per la possibilità che i cittadini hanno di essere soggetti tra soggetti, riconoscendo quindi similarità e differenza con gli altri e mantenendo costante la tensione tra queste polarità dell’esperienza (Benjamin, 2015): una società democratica è quindi una società che celebra il conflitto, ne onora in termini winnicottiani gli impliciti paradossi e non si illude di risolverlo arbitrariamente negando le parti in causa e disconoscendo narcisisticamente le differenze.

Nella seconda parte del volume l’autrice analizza tre “famiglie immaginarie”: quella ungherese (Cap.3), quella italiana (Cap.4) e quella della comunità internazionale (Cap.5).

Nel terzo capitolo l’autrice ci propone delle riflessioni sulle ragioni dell’attuale esplosione del nazionalismo in Ungheria (si pensi alla recente costruzione di un muro ai confini della nazione per impedire il transito di immigrati), sulle fantasie che muovono la (artificiale) politica di trascendenza del governo e sulla maturità emotiva come precondizione necessaria per una società democratica. Negli anni ‘80 e ‘90 la comunità Europea assunse connotazioni mitiche: nell’immaginazione dei magiari era la visione di una società ideale, caratterizzata da libertà e benessere illimitati, e rappresentava un sogno, un desiderio da tempo fortemente sentito.  Quando divenne chiaro che le aspettative escatologiche non potevano essere realizzate, il partito di Viktor Orban, cavalcando emozioni di umiliazione e di paura già presenti in una società caratterizzata da una lunga storia di sconfitte e regimi che avevano imposto di volta in volta nuove forme di identità collettiva, ha proposto un’altra costruzione immaginaria, una nuova fantasia collettiva legata all’utopia della ‘famiglia nazione’. È stata così inaugurata una ‘politica di godimento’ basata sulla negazione del limite, sull’attaccamento alla madre-terra e sull’eliminazione della già debole sfera pubblica winnicottiana. Attraverso la sacralizzazione del Tempo e dello Spazio, si pensi alla creazione di un nuovo calendario segnato da nuove feste; la rinominazione delle strade, l’erezione di statue e monumenti che offrono una nuova e fittizia narrazione storica e un diverso modo di sentirsi ungheresi, il governo mira a creare l’illusione di un mondo immaginario, di una comunità rinata, dell’imminente ritorno dell’età dell’oro.

Il quarto capitolo propone un’interpretazione della natura spettacolare del leader del Movimento 5 Stelle – che si è calato di volta in volta nei panni di Forrest Gump, Garibaldi, Oliver Cromwell, Gesù Cristo e Superman etc. – sul palcoscenico della politica italiana. Grillo mette al centro dell’attenzione non solo la sua capacità retorica ma anche il suo corpo (si pensi per esempio la traversata a nuoto dello stretto di Messina), nella scia di leader autoritari come Mussolini, Mao, Putin. L’autrice pone in evidenza come Grillo sembra proporre un’idea politica vicina a un carnevale in senso Bachtiniano:

« Tutti venivano considerati uguali durante il carnevale. Qui, nella piazza della città, una forma speciale di contatto, libero e familiare, regnava tra le persone che di solito erano divise dalle barriere della casta, del reddito, della professione e dell’età. » (Bachtin, 2001)

Secondo questa prospettiva quindi Grillo alimenterebbe la speranza di una democrazia diretta attraverso le piazze e il web, nelle intenzioni capace di rovesciare le gerarchie e di portare ad un rinnovamento attraverso l’azione della collettività, che tutto uguaglia, ma che di fatto, nelle sue illimitate possibilità di espressione, diventa solo arena di una politica narcisistica e autoritaria. 

Il quinto capitolo tratta della nuova strategia inaugurata dall’ONU, mirante a svolgere il ruolo di genitore ideale: in reazione agli effetti della crisi finanziaria ed economica si è offerto un nuovo disegno ispirato alla saggezza himalayana, con un riferimento al F.I.L., l’indice di felicità usata in Bhutan e al misticismo indigeno latinoamericano che attribuisce un valore sacro alla madre terra. L’obiettivo è quello di misurare ed offrire felicità collettiva, in cui il compito dei governi è creare le condizioni affinché si possa definire e perseguire la propria felicità, allontanandosi così dalla prospettiva liberale occidentale che ha un approccio individuale alla felicità. Anche qui l’autrice osserva come i concetti di ‘famiglia globale’ e ‘cittadini del mondo’ rispecchino una nostalgia regressiva per l’età dell’oro e siano in conflitto con la natura umana.

E’ importante ricordare, come fa l’autrice nell’ultimo capitolo del suo libro, che essendo le strutture politiche un prodotto e un riflesso del nostro mondo interno, noi siamo i primi responsabili della creazione di queste forme di organizzazione sociale.

Possiamo quindi affermare che sono due i “matrimoni” proposti dall’autrice in questo importante contributo. Il primo è quello tra la politica e la psicoanalisi, due delle tre professioni impossibili come ricordato da Freud a suo tempo (Freud, 1905), il secondo, egualmente complicato, tra Winnicott e Lacan.

Nel corso degli ultimi anni in diversi hanno lavorato in tal senso, cercando di far dialogare i contributi di questi autori, solo apparentemente così distanti tra loro (Kirshner, 2011), altri hanno riletto alla luce della teoria lacaniana i fenomeni socio politici (Žižek, 2006) ma nessuno aveva osato questo doppio matrimonio (psicoanalisi/politica; Winnicott/Lacan).

Quando si intraprendono queste operazioni il rischio più grande che un autore può correre è quello di una confusione concettuale, di un eclettismo calato dall’alto e privo di fondamenta. La Salgó invece riesce in questa complessa unione mantenendo chiare e distinte le posizioni di ognuno, mostrando anche una ricca e solida cultura psicoanalitica, intessendo con gli autori e i concetti un dialogo creativo. 

Spesso, nel recensire un libro, l’attenzione è rivolta ai contenuti, che ho solo in minima parte fin qui presentato, avendo tralasciato per esempio la bella parte in cui l’autrice discute della funzione integrativa della bellezza e del possibile ruolo dell’arte nella politica, riflettendo su opere contemporanee quali quelle di Pistoletto per esempio (Cap.4), mentre minor enfasi viene posta rispetto all’esperienza che il lettore può fare del testo. Ecco, oltre le cose già dette, credo che il vero punto di forza di questo libro risieda proprio nell’esperienza di gioco che l’autrice ci invita a fare.

Questo non è un libro che fornisce risposte, o perlomeno tende a farlo solo in minima parte, bensì un volume agile che attiva nel lettore altre domande e riflessioni, dando luogo a un processo trasformativo, l’oggetto trasformativo di Bollas per dirla in altre parole (Bollas, 2007), il cui fine non è il raggiungimento di una soluzione, di una risposta, ma il processo stesso. Tutto questo perché, come la stessa autrice ci ricorda nella prefazione riprendendo il Talmud, le buone domande non hanno risposta mentre le cattive non la meritano. Questo libro contiene molte buone domande.

Bibliografia

Bachtin, M. (2001) L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Torino: Einaudi.

Benjamin, J. (2015). Legami d’amore. I rapporti di potere nelle relazioni amorose. Milano, Raffaello Cortina.

Bollas, C. (2007). La vitalità degli oggetti. Roma, Borla.

Freud, S. (1905). Jokes and the Relation to the Unconscious. In J. Strachey (ed. & trans.) The Standards Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud, vol. VIII, pp. 1 – 247. London: Hogarth Press

Lacan, J. (1938). The family Complexes in the Formation of the Individual. Trans. C. Asp.Critical Texts, 5(3) 12 – 29

Kirshner, L.A. (ed) (2011). Between Winnicott and Lacan: A Clinical Engagment. New York and London: Routledge

Winnicott, D.W. (1971).  Playing and Reality. London: Tavistock Publications

Žižek, S. (2006). How to read Lacan. Granta publications, London 2006.

Antonello Colli

Novembre 2015