Ripensare l’inconscio di F. Conrotto. Recensione di Laura Contran

Ripensare l’inconscio

Franco Angeli, pp. 111

Francesco Conrotto (2014)

Recensione di Laura Contran

Inizierei con un interrogativo a partire dal titolo di questo ultimo libro di Francesco Conrotto. Perché “ripensare” l’inconscio, dato che l’inconscio è per noi psicoanalisti il concetto chiave, e – mi si passi l’espressione – “scontato” del nostro lavoro teorico e clinico?
Eppure ripensandoci, appunto, non è esattamente così. L’uso del termine inconscio è ormai talmente diffuso, il suo utilizzo e le sue “applicazioni” ormai tanto estese anche in altri ambiti disciplinari, da correre il rischio di diventare un concetto “liquido” (per citare la celebre metafora del sociologo Z. Bauman). Del resto lo stesso Autore a questo proposito sottolinea “ […] che la centralità di questo concetto per la nostra disciplina non ci consente di lasciarlo galleggiare sui flutti del pluralismo teorico, senza farne comunque un’accurata riflessione critica; il rischio sarebbe di smarrirne totalmente il senso e il valore euristico” (10).
Il lavoro di Conrotto si propone (a mio avviso) un’operazione che di tanto in tanto si rivela utile e necessaria: una sorta di messa a punto o di manutenzione del nostro apparato concettuale in costante evoluzione, alimentato da nuove ipotesi e modelli teorici spesso in conflitto tra loro. Del resto nessun modello, è il caso di dire, può diventare la misura della complessità di una teoria quando l’oggetto di indagine concerne i fenomeni psichici. La premessa posta dall’Autore è che ogni teoria, anche la più scientifica, contiene aspetti mitici, come già sostenuto dallo stesso Freud.
Ernst Cassirer, in questo molto vicino Freud, sosteneva che il mito è il passaggio obbligato attraverso il quale l’uomo arriva a conoscere l’ordine delle cose, della realtà. Una modalità dell’Io di prendere posizione di fronte al mondo (“Filosofia delle forme simboliche”). Tuttavia, come scrive Conrotto: “[…] Non si tratta quindi di smitizzare la teoria ma soltanto di sottrarla ad una possibile feticizzazione operando una traduzione dei suoi concetti in un linguaggio più corrispondente alle aperture e alle scoperte/invenzioni delle scienze e della cultura contemporanee” (22).
In un puntuale excursus storico l’Autore riesamina l’inconscio dalle origini pre-freudiane in quanto già presente nel pensiero filosofico e scientifico, mettendo in evidenza il passaggio cruciale compiuto da Freud il quale, va ribadito, l’inconscio non l’ha “inventato” bensì l’ha teorizzato, inaugurando una nuova epistemologia che ha sovvertito radicalmente l’idea stessa di “soggetto” della conoscenza.
La psicoanalisi post-freudiana ha notevolmente ampliato i propri orizzonti. Vengono qui ricordati, tra gli altri, F. Fornari e la sua teoria coinemica, J. Kristeva e la Chorà, (modalità primitiva di significazione già presente nell’infans), I. Matte Blanco e la “bi-logica” che governa i processi inconsci. Occorre tuttavia sottolineare che le teorie elaborate da questi autori sarebbero state impossibili senza altre forme di sapere messe a disposizione dalla linguistica e dalla logica matematica.
Sulla posizione da assegnare alla psicoanalisi nell’ambito delle scienze, Conrotto ripercorre il famoso dibattito tra Popper-Grünbaum (mettendo però in evidenza una certa collusività insita nelle due tesi solo apparentemente contrapposte), si sofferma sulla contestazione radicale di Wittgenstein, riesamina la concezione ermeneutica della psicoanalisi attraverso i contributi di J. Habermas, P. Ricoeur, A. Lorenzer.
Quest’ultima corrente filosofica, in particolare, ha trovato grande rispondenza nella psicoanalisi nordamericana alla quale, se va riconosciuto il merito di aver affrontato con serietà e rigore la questione della scientificità della nostra disciplina, sull’altro versante ha aperto, di fatto, la “crisi della metapsicologia” e dei suoi concetti fondanti (50). La critica al “modello teorico freudiano” sfocerà, infatti, in orientamenti diversi tra loro, grazie ai suoi esponenti più significativi: D. Rapaport, M. Gill, e G. S Klein il quale dà l’avvio alla corrente narratologica a cui aderisce, in un secondo momento, lo psicoanalista R. Schafer.
Se ci spostiamo in Europa (in Francia) lo scenario cambia decisamente. E’ indiscutibile che il pensiero di Jacques Lacan con il suo “ritorno a Freud”, riletto attraverso la linguistica, la filosofia e la matematica, abbia costituto una svolta, e non solo per la psicoanalisi francese. Sul tema psicoanalisi/scienza Lacan ha dedicato molti dei suoi scritti e ha approfondito, problematizzandolo, il rapporto (riuscito e mancato) tra conoscenza, sapere e verità.
Tra gli autori post-lacaniani A. Green, J. Laplanche, P. L. Assoun, vengono indicati da Conrotto come coloro che più di altri si sono interessati alla questione metapsicologica e, più in generale, allo statuto epistemologico della psicoanalisi. Il loro contributo ha portato ad un allargamento dei confini del “sistema inconscio” nonché a una rielaborazione di alcuni concetti metapsicologici di derivazione freudiana. Sull’annosa diatriba se la psicoanalisi sia o no una scienza, alcuni autori appartenenti a quest’area hanno provocatoriamente proposto di sovvertire i termini della questione per cui “[…] più che mettere la psicoanalisi alla prova della scienza viene suggerito di mettere la scienza alla prova dell’inconscio” (64).
In tutt’altro contesto, lo psicoanalista post-kleiniano W. Bion ha introdotto elementi rivoluzionari nel tradizionale campo epistemico della psicoanalisi, attraverso “[…]a teoria delle funzioni e con l’invenzione di un metodo di notazione scientifica dei fenomeni psichici che è esitato nella creazione della ‘griglia’, a partire dalla quale, identifica quelli che definisce gli elementi della psicoanalisi” (66).
Non manca infine uno sguardo sull’attuale panorama psicoanalitico italiano colorato da un pluralismo teorico “che non ne fa un blocco monolitico come alcune altre “psicoanalisi” europee” (70).
Dopo aver ricostruito vicende e vicissitudini della metapsicologia (che ho potuto sintetizzare in modo lacunoso) Conrotto giunge al cuore della questione che lo interessa in continuità, peraltro, con il suo precedente volume “Per una teoria psicoanalitica della conoscenza” (2010).
Ribadisce innanzi tutto lo statuto necessariamente congetturale dell’inconscio e di conseguenza la verità sempre parziale delle nostre teorie contaminate da movimenti transferali ineliminabili.
Si tratta dunque di valutare a oggi la tenuta della metapsicologia freudiana, di stabilirne o meglio di riconfermarne “[…] il posto che le spetta nel complesso della teoria generale” (41) anche nei confronti di altre scienze che ne hanno sempre contestato la sua “sostenibilità” e che invece, da qualche tempo, ne riconoscono il valore come, ad esempio, le scienze neurobiologiche.

La tesi di fondo sostenuta dall’Autore e da lui stesso definita “visione costruttivista del funzionamento psichico” è “che l’apparato psichico nel suo funzionamento spontaneo, costruisce se stesso e produce conoscenza” (101). Nella sua “rivisitazione critica” dell’inconscio egli propone, alla luce dei contributi della linguistica e delle neuroscienze (con particolare riferimento alla grammatica generativa di N. Chomsky o agli studi sulla psicofonetica di I. Fonagy) un’immagine di inconscio che funziona come un sistema traduttivo-interpretativo rispetto al mondo, sia nei termini di esperienze sensoriali sia linguistiche, comprese quelle più primitive che riguardano l’area del pre-verbale e quindi del pre-simbolico.
Dalla prospettiva adottata da Conrotto e alla luce dei molteplici filoni di ricerca presi in esame gli stessi concetti di “pulsione”, “rimozione/fantasmi originari”, “tracce mnestiche”, vengono riletti all’interno e nell’ipotesi di “nuovo paradigma” nel senso descritto da T. Kuhn, storico della scienza, ovvero come insieme di teorie e strumenti che definiscono una tradizione di ricerca in cui le teorie vengono accettate universalmente e per un periodo di tempo.

Possiamo alla fine concludere con una considerazione ed un auspicio che riguarda la “metapsicologia allargata” intesa nei termini e per gli spunti che l’Autore ci offre. Dalla lettura di questo lavoro possiamo cogliere, insieme a quelli ritenuti essere i punti fermi, nuove aperture e possibilità che, se vogliamo, sono speculari alla pratica clinica (quale specificità della psicoanalisi), esposta costantemente ad un inedito soggettivo, sociale, culturale e linguistico in continua trasformazione.
“Speculare, teorizzare, fantasticare” contro l’arroccamento feticistico ai concetti.

Laura Contran

Giugno 2014