Se la cura si ammala. La caducità dell’analista.

Se la cura si ammala. La caducità dell’analista.

Edizioni Kolbe, pag. 200 , (2011)

Recensione di Antonella Granieri
 

“Se la cura si ammala. La caducità dell’analista” affronta le difficoltà che incontra un analista al lavoro quando si ammala di una severa patologia organica. Ogni persona, in presenza di una seria affezione, è unica nel suo modo di entrare in contatto con la propria spiritualità, col proprio corpo malato, con le emozioni che sperimenta; così come è unica nelle funzioni psichiche che produce a partire dal suo rapporto conscio-inconscio.
Il libro non tratta direttamente il tema della morte e del morire, né affronta la biologia del dolore e della sofferenza fisica; il leit motiv di questo scritto è il limite dell’esistenza per ognuno di noi e ciò che esso comporta per ogni essere umano. L’Autrice scrive, infatti, nelle pagine iniziali: «Cerco di evidenziare come l’intenso potere traumatico della malattia obblighi l’analista a riflettersi specialmente nella propria area somatica, sperimentando linguaggi inediti di comunicazione con l’Altro, linguaggi che, spesso, tradiscono l’insufficienza della parola parlata nel rapporto duale ed annunciano il primato esercitato dalla voce del corpo». E a questa affermazione segue spontanea la domanda su che cosa accada, nel campo bi-personale analista/paziente, quando è lo stesso analista ad ammalarsi gravemente. Questo il quesito cruciale del libro.
Un interrogativo affrontato all’interno di una precisa e salda cornice concettuale nella quale si susseguono le diverse argomentazioni. Il merito che va riconosciuto a Rita Corsa è dunque quello di aver sollevato un tema delicato che suscita tra gli analisti, sia a livello individuale, sia a livello di identità professionale, contraccolpi emotivi spesso silenti. Del resto, riflessioni e saggi che si sono susseguiti in questi decenni hanno il più delle volte privilegiato i problemi che si presentano nella stanza d’analisi quando è il paziente ad ammalarsi gravemente; raramente sono andati nell’opposta direzione o hanno affrontato l’aspetto nella sua duplicità.
Gli psicoanalisti sono preparati alle diverse turbolenze che possono minare la stabilità del setting, ma su quanto siano attrezzati rispetto ad eventi deflagranti per il loro corpo e la loro mente durante un’analisi, rimane un punto interrogativo ancora non sufficientemente esplorato.
L’Autrice così ci porta a riflettere insieme su problemi importanti quali la self-revelation e la self-disclosure: quanta realtà dell’analista va svelata dallo stesso analista e, ancora, quanta realtà di quest’ultimo è colta dall’analizzando? Se da un lato può apparire più proficuo a livello clinico l’atteggiamento astinente in cui i diversi eventi disturbanti legati alla malattia vanno spogliati dei significati reali per permettere la sintonizzazione con le fantasie inconsce perlustrate alla luce del transfert/controtransfert, è pur vero che laddove si crea un’evidenza del danno fisico nella persona dell’analista, detto assetto vacilla. In proposito l’Autrice cita una serie di analisti – tra cui Dewald e Halpert – che si esprimono in modo inequivocabile su quegli aspetti che in dette circostanze minano pesantemente la bontà di un’analisi. Halpert si spinge anche ad affrontare la questione sul piano etico sino ad affermare che l’analista esposto all’esito infausto di un’affezione, «ha l’obbligo di concludere tutti i trattamenti in corso».
Per contro, osserva ancora Rita Corsa, i rappresentanti della cosiddetta corrente confessionale, appartenenti all’area interpersonale-relazionale e intersoggettiva, ci mettono in guardia rispetto all’insorgere di “transfert distorti” mossi proprio dai profondi vissuti di abbandono e tradimento conseguenti all’assenza di informazione rispetto a eventi indubitabilmente gravi per l’analista. Interessante la posizione dell’Autrice che suggerisce una delicata self-disclosure: «La partecipazione ad un’esperienza umana tanto comune può essere impiegata a favore del processo analitico e rivelarsi per il paziente un’occasione per mettere in campo zone del sé più adulte e mature» (89).
In conclusione, si tratta di un libro ricco di spunti di riflessione argomentati in modo puntuale dall’Autrice che, al termine del suo excursus, sottolinea come etico – laddove accade che per una malattia grave una porzione importante di realtà invada la mente dell’analista – assumersi la responsabilità per il dolore provocato al paziente tanto da poter prendere le distanze da quel “pudore” e “silenzio” di ferencziana memoria, capaci di rendere mortifera e crudele la stessa relazione analitica.
Nella parte finale il libro è arricchito da un excursus storico attraverso il quale si narrano le vicende di Sabina Spielrein e di Otto Gross, pazienti di Jung e pionieri del movimento psicoanalitico, entrambi toccati dalla dolorosa esperienza della malattia mentale. Il momento storico in cui si realizzò il percorso clinico dei due, alimentato da talento e personalità non disconosciuti seppure con luci ed ombre, divenne un catalizzatore assai fecondo per osservare e sperimentare l’importanza del transfert e del controtransfert, strumenti tecnici centrali nel lavoro psicoanalitico.

Settembre 2011