Sentirsi esistere – Inconscio, coscienza, autocoscienza

Sentirsi esistere

Massimo Marraffa e Alfredo Paternoster (2013) 

Sentirsi esistere – Inconscio, coscienza, autocoscienza

Roma-Bari, Giuseppe Laterza e Figli, pp. 207

Sentirsi esistere è un libro importante, utile e stimolante, che sollecita la nostra disciplina ad affacciarsi sul variegato e complesso universo della scienza cognitiva, programma di ricerca largamente dominante negli ultimi decenni, dopo la crisi irreversibile del comportamentismo, in ambito accademico. Si tratta di un universo concettuale, teorico e metodologico in rapida espansione, situato al crocevia di discipline diverse, come la psicologia cognitiva, la linguistica e le neuroscienze, che fonda le sue conclusioni sull’applicazione di rigorose procedure sperimentali. Con tale universo la psicoanalisi non può non confrontarsi, alla ricerca di affinità tematiche, ma anche di differenze specifiche, utili a evidenziare e definire la propria identità e, con essa, la peculiarità della propria collocazione all’interno del panorama scientifico-culturale contemporaneo. Il terreno di confronto proposto dagli Autori, entrambi filosofi della mente esperti di scienza cognitiva, è quello della crisi del soggetto cartesiano, unitario, compatto e perfettamente trasparente a se stesso. Un tema certamente non nuovo, sia per il contributo, universalmente riconosciuto, della psicoanalisi, sia per quello della filosofia, da Nietzsche a Heidegger e a Foucault, senza dimenticare, secoli prima, Hume. La peculiarità dell’apporto della scienza cognitiva, tuttavia, consisterebbe nel fondare su basi più rigorose le concettualizzazioni psicoanalitiche relative al carattere “costruito”, precario e “difensivo” di quella soggettività autocosciente e autotrasparente, che da Platone, Agostino e Cartesio ha caratterizzato nei secoli la rappresentazione occidentale dell’uomo.
Il concetto di fondo è quello secondo cui, mentre l’inconscio psicoanalitico è, tutto sommato, “personale”, l’inconscio cognitivo è, invece, nella sua essenza “sub-personale”. L’inconscio della psicoanalisi presuppone un soggetto, con desideri, angosce, fantasie e difese, suscettibili di divenire in parte coscienti, cosa che l’avvicinerebbe a quella “psicologia del senso comune” di cui essa rappresenterebbe la versione inconscia. Freud, in altri termini, penserebbe all’inconscio come a “un diverso tipo di conscio (…) un contenuto più profondo ma che ha una similarità di struttura col conscio (…) un soggetto che ha desideri e impulsi diversi dal soggetto conscio, ma è, appunto, assimilabile a un soggetto” (20).

L’inconscio cognitivo, invece, avrebbe a che fare con processi “molecolari”, paralleli e distribuiti, per definizione “sub-personali” e inaccessibili al soggetto, che lo precedono e lo costituiscono come effetto di superficie e come autoinganno; processi, pertanto, più profondi e radicalmente inconsci. Gli Autori, che si soffermano principalmente sul secondo, parlano di due diversi livelli di analisi, che procedono da due diverse metodologie osservative, uno che potremmo definire “molare” e l’altro che potremmo definire “molecolare”, il cui rapporto, come suggeriscono le loro acute e documentate argomentazioni, merita senza dubbio un’indagine approfondita, anche in vista di possibili integrazioni. Eppure, e questo è forse il limite di questo interessante volume, essi considerano il secondo livello più “vero” del primo: qualcosa come considerare la fisica più “vera” della chimica o della biologia.
Per la psicoanalisi, confrontarsi con quello che è il programma di ricerca scientifica sul mentale attualmente più diffuso e accreditato, significa anche non lasciare agli scienziati cognitivi il compito, tutt’altro che scientifico nel senso sperimentale del termine e nella sua essenza, invece, epistemologico, di stabilire rapporti e/o gerarchie fra le diverse discipline.
Una ragione di più per ribadire che confronto non significa subordinazione e che, nella misura in cui la scienza cognitiva coglie un livello “sub-personale” inaccessibile alla psicoanalisi, senza l’apporto di quest’ultima essa ne perde uno “personale”, certo non meno importante del primo per la conoscenza (e la cura) della realtà psichica umana. 

Giugno 2013