“Soggetti sublimi”di G. Civitarese. Recensione di Olimpia Sartorelli

Soggetti sublimi, esperienza estetica e intersoggettiva in psicoanalisi

Giuseppe Civitarese, Mimesis, 2018

Recensione di Olimpia Sartorelli

 

La psicoanalisi si occupa oggi, come un tempo, di aiutare a migliorare la qualità individuale dell’esperienza vissuta nel proprio mondo interno in relazione con gli altri: essa è a pieno titolo una teoria e una prassi del diventare soggetti nel mondo.

Ma cosa significa per noi esseri umani divenire soggetti? Appropriarci in modo personale e creativo del nostro stesso umano limite,  come ricorda Civitarese: “non essere né animali, né angeli, ovvero sia animali che angeli” (p.68). Questo implica il cimentarsi costantemente con il difficile compito dell’integrazione somato-psichica nell’esperienza dell’impatto col mondo dell’Altro e con gli altri nel mondo. Per far ciò non abbiamo che il pensiero, in particolare, come ricorda Bion, alcune forme del pensare come quelle oniriche, espressioni della « funzione psicoanalitica della mente »: l’inconscio. Questo è però solo l’inizio del cammino, la « funzione psicoanalitica della mente », per poter permettere un “pensiero astratto che non rescinda le sue radici corporee” (p.69), deve essere resa vitale, sviluppata, coltivata nella relazione originaria con la madre prima e con gli altri significativi poi. La consensualita’ emotiva  immediata di “ciò che è sotto i nostri occhi e che sperimentiamo con tutti noi stessi nel qui e ora” (p.181) della relazione con l’altro, fonda il sentimento di verità che dà senso autentico al nostro essere nel mondo.

Come possiamo in psicoanalisi rappresentare tutto questo in una forma teorica, che dia conto della prassi clinica e definisca la scienza artistica della psicoanalisi e il suo specifico, rispetto ad altre scienze e saperi? Richiamandosi alla teoria filosofico artistica del Sublime, Civitarese propone un paradigma estetico. Con iI termine estetico l’autore intende riferirsi simultaneamente alla dimensione “delle idee e delle emozioni (o del corpo)” (p.182), a un’esperienza soggettiva,  maturata nel sociale, di “verità somato-psichica, integrata, non scissa” (p. 161).

In quest’ottica il lavoro psicoanalitico non è tanto finalizzato a “riappropriarsi di certi contenuti relativi al passato, ma sviluppare una nuova abilità a pensare…a andare a tempo con l’altro”, che tenga conto degli aspetti “non traducibili in parole” e del “cognitivo insito nel semiotico o non-verbale” e di come “si possa sviluppare la mente a partire dalla musica della relazione, prima delle parole ” (p.187)

I primi due saggi del libro, rispettivamente dedicati a Bion e il sublime: radici di un paradigma estetico e a La sublimazione reinventata esplorano questa prospettiva, mettendo in luce come la letteratura e l’arte sull’estetica del sublime contengano una teoria della soggettivazione in consonanza  con il pensiero psicoanalitico in particolare bioniano, ma riferibile in parte anche alla teoria freudiana.

Il concetto di Sublime, definito fin dall’antichità (il “Trattato sul Sublime” dello Pseudo Longino risalirebbe al I secolo a.c.), conobbe la sua massima fama nel 1800, dove a partire dalle considerazioni di Kant (1790) venne  tradotto in dipinti di grande impatto suggestivo dagli artisti romantici, tra i più noti dei quali ci fu il pittore tedesco Caspar David Friedrich. Il riferimento all’immagine artistica aiuta a comprendere in modo immediato cosa si intenda per “esperienza sublime.”

Paesaggi naturali belli e terribili (precipizi rocciosi, mari in tempesta, ghiacci polari, bufere di neve) si stagliano davanti a figure umane spesso minime per dimensioni, ma quiete nelle pose, contemplanti il paesaggio, che li avvolge, ma rispetto al quale hanno guadagnato una salvifica distanza. Le scene così composte non sono solamente fisiche (di natura), ma evocano un profondo valore psicologico, che si articola nella tensione tra realismo e emozione, cardini della pittura romantica.

“La poetica del sublime, come arte della passione e della distanza” (p.29), ci permettere a tutti gli effetti di pensare la nostra finitezza e caducità, poterla vivere, mettendoci direttamente in contatto con il lavoro di “elevazione” simbolica necessario alla psiche per far fronte alle turbolenze emotive e corporee che continuamente ci abitano e poterle rappresentare (spesso gli spettatori dei paesaggi sublimi sono collocati in posizioni elevate; si prenda come esempio il celeberrimo: “Viandante sul mare di nebbia” di Friedrich).

Ecco che allora è possibile “riscoprire il sublime estetico come una componente del sublime psicologico.” Nell’area intermedia e mediatrice dell’arte, “dall’incontro – se felice, ossia realizzatosi attraverso una forma percepita come bella – di un impulso materiale/sensibile/fisico (aisthetikos) con un impulso razionale/soprasensibile/logico/morale si crea  così un effetto di integrazione personale, una conciliazione intellettuale e di intuitivo corrispondente alla natura ‘mista’, ‘anfibia’, dell’umanità.” (p. 60).

Le risonanze con i termini della teoria psicoanalitica bioniana, esaminati dall’autore nello specifico, risultano così evidenti, come il riferimento al concetto freudiano di “sublimazione”, di cui Civitarese ricorda con accuratezza genesi e ombre.

Nell’esperienza sublime centrale è l’aspetto del piacere negativo, il bello terribile che porta con sé quel che già con Freud si delinea come il mistero del “piacere del dolore”.

A questo tema sono dedicati i successivi saggi del volume, che affrontano Il Masochismo e il suo ritmo e L’Ipocondria e le politiche del narcisismo.

Nell’indagare questi fenomeni clinici quanto umani, l’autore sottolinea nel masochismo il ruolo essenziale di una “messa in scena” dolorosa, riferita alla relazione primaria, la cui riedizione procura piacere poiché permette al soggetto di mettere in forma  una rappresentazione che  gli consente  la possibilità di esistere,  emergendo (ex-sistere) dall’originario traumatico, anziché dissolversi in esso.

Anche l’ipocondria coinvolge la relazione con l’altro, rimandando ad esso incessantemente l’interrogativo sul negativo del corpo, su ciò che il corpo fisico umano costantemente non è, vale a dire, un corpo meramente riconducibile alla sua dimensione organico-concreta.

Civitarese ricorda, riprendendo il pensiero di Lacan, come  al centro dell’ossessione ipocondriaca troviamo di fatto il corpo culturale, costituito dalla socialità attraverso il linguaggio, in cui il soggetto si ritrova alieno a se stesso, se l’altro non ha consentito fin dall’inizio un sufficiente libero gioco di scambio emotivo, immaginativo e simbolico nella relazione.

In entrambi i quadri, masochismo e ipocondria riconducono alle origini della vita soggettiva nella relazione primaria, dove prima della parola sono flussi di scambi comunicativi somato-psichici, che possiamo immaginare, suggerisce l’autore, sotto forma di vortici e ritmi, a creare le precondizioni per il simbolico soggettivo a venire (si veda in merito il saggio Vortici, ritmi, idee: esperienza estetica e costituzione intersoggettiva dell’individuo).

Il volume, ricco di spunti che spaziano dalla psicoanalisi, alla filosofia, all’arte, alla critica testuale, ospita nella seconda parte due lavori sui testi freudiani:  I Poscritti di Dora e Dove comincia il principio di realtà? Il lavoro dei margini nel saggio di Freud: Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico. L’analisi attenta e originale dei celebri testi, ha il sapore di un omaggio del tutto contemporaneo a Freud. Civitarese si sofferma più che sui noti “contenuti manifesti” degli scritti, sui brani a margine, sulle conclusioni e puntualizzazioni successive che suggeriscono, al pari dei dettagli marginali nel sogno, inedite e essenziali aperture di senso che preannunciano il futuro della psicoanalisi.

In questa prospettiva sfumano i gravosi dibattiti da Freud a Bion, che spesso contrappongono teorie e modelli analitici come entità tra loro incommensurabili e mutualmente escludentesi, per evidenziare invece un percorso di pensiero psicoanalitico coerente nella sua genesi storica, pur sfociando in paradigmi clinici differenti.

Conclude il libro una riflessione sulla verità, al cuore dell’esperienza analitica, e le sue possibile accezioni (Verità come immediatezza e unisono: un nuovo common ground in psicoanalisi?). Anche in questo caso Civitarese predilige un pensiero psicoanalitico inclusivo che, pur rispettando le differenti prospettive teorico-cliniche contemporanee, rintraccia un possibile comune denominatore nella rilevanza attribuita dagli analisti oggi all’esperienza di verità in seduta, legata ai momenti di immediatezza e unisono in grado di favorire cambiamenti vitali nella cura.

Sul filo della memoria psicoanalitica storica e attuale così evocata, si può tornare all’inizio del volume, dove si nota la dedica del libro: “A mio padre”. I padri ricordati nel testo sono molti, per limitarsi a quelli analitici ne spiccano almeno tre: Freud, Bion, Lacan, ai quali si aggiunge il padre interiore dell’inizio. Tra padri storici e padri interiori non sembra esserci qui contraddizione ma un mutuo e arricchente fluire continuo di senso. Come Friedrich ricorda in un suo celebre aforisma: “Il pittore non dovrebbe dipingere solo ciò che ha davanti, ma anche ciò che vede dentro di sé. Se dentro non vede niente, allora dovrebbe smettere anche di dipingere ciò che ha davanti.”

Non vale forse lo stesso per lo psicoanalista? Questo libro sembra suggerirlo.

 

 

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