Sul masochismo di R. Valdrè. Recensione di S. Thanopulos

Sul masochismo. L’enigma della psicoanalisi di R. Valdrè. Recensione di S. Thanopulos

“Sul masochismo. L’enigma della psicoanalisi”

di Rossella Valdrè

(Celid, 2020)

Masochismo di vita e masochismo di morte

Recensione a cura di Sarantis Thanopulos

Il libro di Rossella Valdrè è un libro prezioso anche per un pubblico di non psicoanalisti. Il suo oggetto, l’enigma del masochismo, centrale per la comprensione dell’essere umano al di là di ogni giudizio morale precostituito (di fatto convenzionale e normativo), è trattato con un’ampiezza di vedute notevole e con rigore pari all’attenzione scrupolosa per ogni singola sfaccettatura. La questione che attraversa l’intero saggio, ricco di un sapere complesso ma molto ben presentato, è il “problema economico del masochismo”. Questo problema è affrontato in una duplice prospettiva. Da una parte la dimensione patologica (il peso dell’autodistruttività nel destino degli umani) e, dall’altra, una dimensione altrettanto irrinunciabile: in che senso il masochismo sarebbe funzionale utile, alla nostra esistenza?

Valdrè procede con ordine, evidenziando i tre passi importanti che, tra i Tre saggi sulla teoria sessuale (1905) e Un bambino viene picchiato (1919), portano Freud a impostare la sua teoria del masochismo. La primitività del masochismo sul sadismo, l’esistenza inconscia di fantasie fortemente erotizzate che equiparano l’essere amati con l’essere picchiati e il bisogno di essere puniti per espiare il senso di colpa. Ne Il problema economico del masochismo (1924) la teoria freudiana sul masochismo raggiunge la sua definizione compiuta nella distinzione di tre tipi essenziali: il masochismo primario/erogeno, il masochismo femmineo e il masochismo morale. Dal masochismo primario definito dall’autrice come “zona paludosa di pulsione di morte con cui veniamo al mondo” derivano gli altri due. Valdrè distingue correttamente il masochismo femmineo dal masochismo femminile. Il masochismo femmineo è legato a fantasie maschili di essere evirati, subire un coito, partorire, mettersi, in altre parole, nella posizione -da Freud supposta passiva- della donna. Nulla osta che anche le donne possano sviluppare fantasie simili (in fondo la posta in gioco è il piacere di sfidare/subire la castrazione), ma queste fantasie non sono una loro particolarità, per quanto, come si vedrà in seguito, il “loro” masochismo gli analisti stentano a definirlo.

Il masochismo morale è nel libro definito “come sessualizzazione della moralità, un godere della punizione morale come di una soddisfazione sessuale”. Tuttavia Valdrè cita  Kristeva (Sole nero. Depressione e melanconia 1987) per sottolineare una sofferenza precoce, primordiale, ai limiti della coscienza: “Freud insiste su quello che potremmo chiamare un grado zero della vita psichica in cui la sofferenza (masochismo primario, melanconia) non erotizzata sarebbe l’iscrizione primordiale di una rottura”. Dostoevskij, dice Kristeva, “assai vicino a questa visione, intende la sofferenza come affetto precoce ma primario, che reagisce a un trauma, certo, ma in qualche modo pre-oggettuale”. In questo quadro l’erotizzazione, sessualizzazione della sofferenza, associata sul piano metapsicologico all’espiazione di una colpa, al dolore morale, sembrerebbe secondaria. Ciò che conta, scrive Valdrè, è che la pulsione soddisfi se stessa nella sofferenza.

Nella ricca esposizione del pensiero post-freudiano sul masochismo occupano un posto privilegiato, in ordine di presentazione, Stolorow, Reik, De Masi, Laplanche e, soprattutto, Lacan. Stolorow vede nel masochismo il bisogno di un dolore acuto per rinforzare il sentimento di un sé coeso, come difesa dal sentimento di perdersi nell’intimità sessuale. Il masochismo sarebbe funzionale alla ricostituzione di un’“integrità narcisistica”, al restauro del confine di sé, quando la rappresentazione di sé è danneggiata.

Per Reik il masochista esercita in fondo un comportamento sadico, ben lungi dallo stereotipo di personaggio umile, dimesso, in disparte, agisce sotto la spinta della necessità di attirare l’attenzione, di disturbare, persino di trionfare sugli altri. Impantanato nella coazione a ripetere, il masochista ripete un’offesa subita nell’infanzia, cercando la sua risoluzione nella violenza della sua apparente sottomissione, senz’altro risultato se non un’ulteriore impantanarsi. Secondo De Masi che, seppure “al margine dell’interesse del libro”, cattura fortemente l’attenzione dell’autrice per l’originalità della sua posizione, il masochismo sarebbe indissociabile dal sadismo e dovrebbe essere visto come una perversione sessuale (sadomasochistica), circoscritta nell’ambito della patologia della sessualità senza sconfinamenti nel campo morale. La sessualizzazione, rigorosamente distinta dallo sviluppo psicosessuale, è vista come elemento di struttura patologica e non come difesa dall’angoscia, dal dolore o dal crollo di sé.

La concezione di Laplanche si iscrive all’interno della sua teoria della “seduzione generalizzata” che assegna il primato all’altro, consegnando alla passività  l’iscrizione del soggetto all’essere nel mondo  e vede la vita originare dal masochismo erogeno: l’inconscio sessuale dell’adulto, il suo fantasma e non il suo ruolo reale, intrude il mondo psichico del bambino. L’asimmetria della coppia adulto-bambino che fa entrare quest’ultimo nel campo della sessualità da una posizione passiva, sarebbe “la condizione antropologica generale”. Scrive Valdrè: “L’esordio della vita è quindi per Laplanche, come per Freud, sempre intrinsecamente drammatico, l’incontro del bambino con il fantasma del sessuale adulto è sempre eccedente, è sempre violento, è sempre un perturbante per la psiche.”

Lacan occupa una parte centrale nel libro. Questo è un merito, perché Lacan è tra i teorici più acuti dell’alienazione e del “lato oscuro” dell’essere umano e l’autrice usa il suo pensiero con grande serietà e competenza. La teoria di Lacan ha il suo limite nella non chiara distinzione tra ciò che è patologico e ciò che è naturale. Mentre è efficace nella definizione del “masochismo di morte”, non lo è altrettanto nella definizione del “masochismo di vita”, il secondo dei due pilastri del discorso di Valdrè, quello sui qui poggia la funzione economica del masochismo.

I due concetti fondamentali di Lacan funzionali alla comprensione del masochismo sono il godimento o godimento mortale, mortifero (la distinzione tra i due in Lacan non è ben definita) e il farsi oggetto. Secondo l’accurata descrizione del suo pensiero nel libro, Lacan introduce nell’universo masochistico accanto al godimento -piacere estremo che confina con la morte, forse, più precisamente eccesso di piacere, ricerca affannosa e incontentabile di un più di piacere- l’altro, oggetto di una relazione: il masochista esiste solo nel suo bisogno di mostrarsi all’altro. Il dolore è nel masochismo soprattutto il mezzo per suscitare il desiderio dell’altro, fino a provocarne l’angoscia. Legare l’altro a sé, attraverso il desiderio/angoscia che suscita in lui, facendosi oggetto-scarto, oggetto da buttare, figura dell’umiliazione: questo sarebbe l’obiettivo del masochista. Un terzo elemento presente nella concezione del masochismo da parte di Lacan è il reale (la realtà nuda di qualsiasi significazione, nella sua dimensione puramente traumatica, insensata): “È evidente che il godimento del reale comporta il masochismo, come Freud aveva riscontrato. Il masochismo è il massimo godimento dato dal reale.” (Seminario XXIII).

Penso che la questione problematica nel discorso di Lacan è la dissociazione che, di fatto, opera tra godimento e il piacere naturale del vivere (e il suo nucleo centrale, la sessualità). Si può davvero godere in eccesso? Abbuffandosi, ottundendo i sensi? O dobbiamo pensare, piuttosto, che l’eccesso, la ricerca di un piacere illimitato, non abbia a che fare con la natura intima del godimento umano, ma, invece con l’angoscia causata dal desiderio inappagato, frustrato? Che sia legato contemporaneamente alla perdita del piacere del vivere e alla tensione psicofisica  causate dall’ ingolfamento del desiderio che trovano uno sbocco nella perversione del desiderio in bisogno e nell’inseguimento senza fine dell’alternanza tra eccitazione e distensione? Se seguiamo questa prospettiva possiamo comprendere meglio il versante “antidepressivo”, e in tal senso narcisistico, del masochismo patologico, il suo operare contro lo svuotamento melanconico del godimento profondo che deve avere sempre a portata di mano una soluzione di scarica calmante. Tutto sommato si potrebbe pensare che l’autolesionismo umano, il masochismo mortifero, abbia il suo nucleo inconscio  nell’identificazione con la morte, nel voler essere la morte. Nel doppio significato del trionfo onnipotente su tutto e del grado zero delle tensioni, dello stato di Nirvana assoluto.

Il passaggio da Freud a Lacan, nella linea di continuità che, a dire il vero, quest’ultimo rispetta e non rispetta, porta Valdrè all’individuazione di tre “economie” di masochismo: il masochismo buono, “garante della vita”, il masochismo religioso e il masochismo necessario. Il masochismo buono ha come suo referente teorico Benno Rosenberg (Masochisme mortifere, masochisme garante de la vie, 1991). Il piacere dovrebbe essere temperato, non deve invadere la vita perché non si può vivere di solo piacere e nella moderazione del desiderio gioca un ruolo determinante il masochismo. Il masochismo rendendo accettabile il dispiacere, frenerebbe la corsa al piacere puro e faciliterebbe l’accesso al principio di realtà.

Il masochismo religioso viene affrontato con la figura del “fantasma del sacrificio”. Per quanto questo fantasma coincida in gran parte con quello masochistico l’autrice sottolinea una lieve, ma significativa distinzione: il cristianesimo appropriandosene ne ha fatto la condizione dell’accesso alla vita eterna. La paura di essere libero sulla terra consegna l’essere umano, tramite il sacrificio del suo piacere, al sogno di una vita ultraterrena libera da conflitti e tensioni: “Il fantasma sacrificale, apparentemente così penoso e metapsicologicamente, sempre apparentemente, così antieconomico, ha avuto la meglio perché ci ha sgravati dell’onere indigesto della libertà”.

Per il masochismo necessario Valdrè  si rifà al discorso di Lacan sulla castrazione simbolica, sulla rinuncia necessaria a un godimento totale, all’assoggettamento al solo principio di piacere. Il masochismo come rinuncia “responsabile” al piacere, come investimento del dispiacere, sarebbe lo strumento di una limitazione del desiderio che consente di non ammalarsi.

Una parte ampia del libro è dedicata al materiale clinico. Le storie umane che vi vengono tratteggiate con sensibilità e acume restituiscono alla questione del masochismo tutta la tragicità che il discorso teorico non può cogliere. A materiale clinico fa da amplificazione l’attenta, meticolosa analisi di romanzi e opere cinematografiche (l’autrice è grande esperta e cultrice del cinema): La pianista di Elfriede Jelinek (trasposto in fila da Michael Haneke), Adele H., film di Francois Truffaut tratto da diari autografi di Adele, figlia di Victor Hugo, Le onde del destino, Idioti e Dancer in the Dark di Lars Von Trier, Serotonina e Sottomissione di Michel Houellebecq, L’angelo azzurro di Josef Von Stenberg, In cerca di Mr. Goodbar di Judith Rossner (trasposto in film da Richard Brooks). Lascio ai lettori del libro il piacere di scoprire le prospettive che l’autrice individua  con sguardo profondo e cura, senza interporre tra loro e il testo le mie considerazioni. Questo è un libro sul masochismo di piacevole, seppure complessa, lettura che non richiede sacrificio.

Last but not least il masochismo femminile, la chiave di un approccio soddisfacente all’economia del masochismo. Citerò un passo del libro perché riassume in modo conciso e esemplare tutti i nodi essenziali della questione:

“Quando ascolto le mie pazienti, osservo la donna nelle tante espressioni della vita, ripenso a crepe di me stessa, mi appoggio sulla letteratura, non posso fare a meno di pensare a quanto sia disposta a fare, la donna, per essere amata o, prima ancora, per sentirsi soggetto.”

“L’essere amata è per la donna superiore a quello di amare” (Freud, Sessualità femminile, 1931). Siamo dunque portati a proporre un’origine composita, per il femminile in cui tutte le nuance della costellazione masochistica poggino su quattro radici: 1) il fantasma di mio padre mi picchia = mio padre mi ama; 2) il farsi oggetto per essere amata, e poi erotizzare questa passività; 3) il farsi oggetto per soggettivarsi, sei tu che mi dai l’identità che mi dici chi sono; 4) la facile depressività femminile, o per severità del super io o per carenza narcisistica, e la ritorsione dell’aggressività verso se stessa.” (p. 120-21)

Penso che i punti davvero essenziali siano il punto 2 e il punto 3. I farsi oggetto per essere amati, desoggettivarsi per poter davvero soggettivarsi, sono movimenti naturali della vita. Le due componenti dell’eros sono l’amore “possessivo”, che è alle sue origini egoistico “spietato”, autoreferenziale, e l’amore “masochistico”, altruistico ed eteroreferenziale. È una convenzione coercitiva, che fa parte della cultura patriarcale, ridurre queste forme d’amore alle categorie di “attività” e “passività”. Esse possono essere applicate alla descrizione di comportamenti, ma non dei desideri e dei sentimenti che danno all’agire complessità, profondità e significato e lo espandono al di fuori della sua concreta linearità. Dicendo “attivo” e “passivo” esteriorizziamo, appiattiamo il nostro modo interno. Costruiamo un “falso ideologico”: dire che nell’eros l’uomo è attivo e la donna è passiva significa negare l’esperienza, quella sessuale in primo luogo. E non solo per le fondamentali identificazioni crociate tra i sessi. Ma anche perché possedere l’altro è insensato oltre che impossibile senza la spinta esterna che esercita su di noi la sua capacità di attrazione, il suo essere catturati da lui. E, viceversa, essere posseduti dall’altro -la dimensione masochistica senza la quale amare/ essere amati è impossibile- significa anche conoscerlo e possederlo nella sua intimità, impadronirsi del suo desiderio di possesso mentre si impadronisce di noi.

Farsi oggetto non è dunque necessariamente farsi oggetto di scarto, come dice Lacan: questo implica l’essere violentati nel desiderio dal bisogno (non il desiderio) dell’altro, il che può comportare (Ferenczi) che diventiamo essere bisognosi di scarica, a rischio di violentare, a nostra volta il desiderio altrui. Per quanto farsi oggetto implichi il rischio di essere feriti, perfino violentati, la tendenza naturale è esporsi senza calcoli all’altro che è, non scordiamolo, co-costitutivo della nostra soggettività fin dal primo momento. Desoggettivarsi “tra le sue” mani, perdersi nel rapporto con lui, perdendo i confini della nostra identità, è la condizione di una soggettivazione vera che lo include. È uscire dall’autoreferenzialità, dischiudersi alla vita, sbilanciarsi. Perdere il senso di sé per ritrovarsi pienamente presenti nel mondo.

La capacità masochistica (perché implica la sofferenza, innanzitutto melanconica, di riconoscere l’importanza dell’altro, co-costitutivo della nostra esistenza, l’essere mutilati nella nostra onnipotenza) è più sviluppata nella donna,  meno narcisistica dell’uomo, checche se ne dica, e più disposta, per la natura stessa della sua costituzione psicosessuale, a perdersi per ritrovarsi. Dire che per la donna essere amata è più importante dell’amore, come pensa Freud (che avrà amato le donne, ma da debita distanza) significa capovolgere la realtà. Amare per la donna viene prima dell’essere amata. Nell’amare, quando lei si sente libera, realizza la sua inclinazione naturale più intima. Anche se quando non è ricambiata, è colpita nel cuore del suo amore per l’altro e la vita e senza l’incontro il dispiegamento del suo desiderio, che implica coinvolgimento e sconvolgimento, rischia di crollare su se stesso. Accettare di essere amata, senza poterlo esserlo nel pieno del suo amare, ottenere amore in cambio della sua rinuncia alla forza liberatoria, per sé e per l’altro, del suo desiderio  è la sua più grande sconfitta. Questa sconfitta la determina la paura della libertà erotica (per nulla identificabile come eccesso di piacere, la gabbia dell’eccitazione in superficie) che è diventata canone nel nostro mondo.

Masochismo e amor possessivo si regolano tra di loro nella relazione con l’altro. La loro regolazione, che evita di ferire l’altro a causa del proprio egoismo o essere feriti da lui a causa del nostro altruismo, è la condizione di una reale soddisfazione del nostro desiderio. L’inermità dell’essere umano all’inizio della sua vita non si traduce automaticamente in passività, in suo assoggettarsi al desiderio dell’altro. Il bambino è protetto, quando i genitori sono eroticamente vivi, sani, dalla parità necessaria del soggetti desideranti nelle relazioni di desiderio (e quindi in tutte le relazioni significative, profonde sul piano dei sentimenti e del pensiero). La legge naturale dell’ eros implica il rispetto dell’oggetto desiderato perché altrimenti esso non si mantiene vivo, desiderante e desiderabile e il desiderio che gli viene rivolto muore. Le violazioni dello spazio dell’altro (che fanno parte dell’intesa erotica) non possono superare un limite o diventare unilaterali in modo stabile e strutturante. Se tutto va bene i bambini sono desiderati dai genitori che non possono godere del legame con loro senza rispettare le loro inclinazioni, i loro tempi e ritmi e le loro modalità di esplorare lo spazio del gioco erotico con la vita. E quando i genitori invadono il campo erotico dei loro figli che il masochismo può imporsi come struttura difensiva che implica sempre (l’autrice lo coglie bene) un’ “identificazione con l’aggressore”, più precisamente con il sistema di relazione che fa dell’aggressore vittima e carnefice al tempo stesso.

È importante non sovrapporre masochismo (una specifica forma di sofferenza) e dolore in genere. Come la conoscenza anche il desiderio, e il piacere che esso comporta e insegue, include il dolore, il patire (provare, sperimentare). Patire l’incertezza, l’imprevedibilità, la sorpresa, il lutto necessario alla trasformazione della nostra materia psicocorporea e della relazione con l’altro (senza la quale non si ha desiderio, né soddisfazione). È altrettanto importante non sovrapporre desiderio e bisogno. Il primo rappresenta la persistenza di tensioni complesse, che coinvolgono l’essere umano in profondità,  il secondo insegue la liberazione dalle tensioni  (il che può implicare anche uno stato di eccitazione in superficie che abolisce l’esperienza). Quando si parla di “scarica” e del bisogno che si parla. La sovrapposizione rende molto impegnativa la distinzione tra masochismo di vita (che tempera il narcisismo) e masochismo (narcisismo) di morte.

In conclusione il libro di Rossella Valdrè, bello e stimolante d leggere, dà risposte e pone interrogativi (che invitano alla riflessione) ugualmente importanti. È un libro irrinunciabile per chi al masochismo come patologia e come forza di vita guarda con curiosità e interesse.

 

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