Tutto Freud anche in e-book. Presentazione di Renata Colorni

Renata Colorni

 

Nel giorno – ed è, io spero, un giorno di festa, soprattutto per i lettori più giovani – in cui la casa editrice Bollati Boringhieri decide con generosa lungimiranza di offrire al pubblico italiano, anche nella forma e-book , la grande edizione delle Opere Complete di Sigmund Freud diretta da Cesare Musatti, impreziosita dalla magnifica copertina di Enzo Mari, mi è caro ricordare brevemente la storia di questa edizione alla quale ho avuto l’onore di partecipare, nonché di sottolineare le caratteristiche scientifiche e letterarie che fanno sì che essa possa legittimamente fregiarsi del titolo di “edizione di riferimento”. L’edizione italiana delle opere di Freud (o meglio dei testi psicologici dal 1866 al 1938) in 11 volumi più uno di Indici ( d’ora in avanti OSF ) pubblicata tra il 1966 e il 1980, è il frutto della iniziativa culturale e imprenditoriale di un editore torinese, Paolo Boringhieri, che alla fine degli Anni Cinquanta, dopo aver acquisito da Anna e Ernst Freud i diritti di traduzione delle “Gesammelte Werke ” si assicurò da James Strachey, il curatore della “Standard Edition” della Hogarth Press di Londra, la possibilità di attingere al ricco apparato di note storiche e critiche che l’edizione inglese già possedeva e che invece, paradossalmente, mancava del tutto all’edizione tedesca. Nei primi Anni Sessanta, a dirigere la sua impresa, intellettualmente pionieristica non meno che temeraria sotto il profilo economico, Paolo Boringhieri, che proveniva da una significativa esperienza di editore scientifico presso Einaudi e che era in quel periodo affiancato da Michele Ranchetti, chiamò Cesare Musatti, la figura più eminente della psicoanalisi italiana.

Autore di un fortunatissimo Trattato di psicoanalisi , Musatti si era già cimentato con diverse traduzioni freudiane (da una silloge di scritti minori raccolti e commentati nel 1949 per l’editore L’Arco di Firenze e dopo dieci anni ripubblicati da Boringhieri con il titolo Freud, con antologia freudiana alla traduzione , nel 1961, de Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di Wilhelm Jensen) e fu lui, insieme a Edoardo Weiss – lo psicoanalista triestino che diede notevole impulso alla Società Psicoanalitica Italiana e a cui si deve la sua affiliazione alla Associazione psicoanalitica Internazionale , cui fece seguito la fondazione della Rivista di Psicoanalisi – ad affrontare per primo la maggior parte delle questioni inerenti alla terminologia freudiana. Come lo stesso Musatti racconta nella introduzione all’ultimo volume (quello degli Indici) fu proprio a Roma, ad opera dei pionieri della psicoanalisi italiana ( tra i quali si segnalano Nicola Perrotti e Emilio Servadio ) che solevano riunirsi nello studio di Weiss, il quale aveva pubblicato nel 1930 la prima traduzione italiana di Totem e Tabù, che furono prese le decisioni (a maggioranza) riguardo alla traduzione di alcuni termini fondamentali del lessico psicoanalitico.

Si decise così, per dare solo qualche esempio, di rendere Psychoanalyse con psicoanalisi (e non psicanalisi, come preferito dai francesi); Übertragung con traslazione (ma in questo caso la maggioranza fu risicata ) che benché considerato “brutto” , in quanto usato per lo più per la traslazione delle salme, fu preferito a transfert, ritenuto un termine troppo “tecnico” e non appartenente al linguaggio corrente (va in effetti sottolineato che Freud non ha mai voluto adottare un linguaggio specialistico o gergale e ha sempre preferito attingere, appropriandosene in modo personale, alla lingua quotidiana, nonché alla cultura letteraria, filosofica e scientifica del suo tempo); Verdrängung con rimozione, per distinguerla da Unterdrückung, reso con repressione ( gli inglesi eusano repression per entrambi i termini, il che crea non poche confusioni); Affekt con affetto; Unbewusst con inconscio, e non subconscio (das Unterbewusste è usato da Freud assai raramente, e solo prima dell’Interpretazione dei sogni ); Lust e Unlust, rispettivamente con piacere e dispiacere; Instinkt con istinto ( con un significato prevalentemente biologico e statico) per distinguerlo dal più dinamico Trieb, reso con pulsione (nel senso, anche etimologico, di spinta psicologica); Besetzung con investimento, o talvolta carica ( entrambi riferiti alla libido) per conservare a questo termine sia il suo significato militare (di presidio o occupazione) sia il suo significato economico (investimento di denaro o di capitali); Agieren con “mettere in atto” ( e qui Musatti sottolinea di non essere d’accordo con la scelta di molti analisti italiani che ricorrono al termine inglese acting out, in quanto, sostiene, la particella out fa pensare a un agire al di fuori della situazione analitica anziché a materiali associativi che vengono portati nell’analisi. Hilflosigkeit, parola tedesca molto bella e difficile, che significa letteralmente mancanza d’aiuto, con impotenza o, talvolta, con inermità.

Non è possibile ricostruire qui tutti i passaggi che caratterizzarono l’inizio dell’avventura di Boringhieri e di Musatti. Basterà ricordare tre cose che permisero all’impresa di decollare:

1. Boringhieri attribuiva una grande importanza all’ordinamento cronologico (di composizione e non di pubblicazione) degli scritti di Freud e al livello scientifico dell’edizione (tutte le traduzioni dovevano essere nuove o riviste con estrema cura; le annotazioni dovevano avvalersi degli apparati dell’edizione di Strachey, che bisognava in ogni caso verificare e integrare; ogni volume doveva essere dotato di un elenco dei riferimenti bibliografici e di un ampio indice analitico). E si dichiarò disposto a provvedere personalmente, con l’aiuto del personale interno della casa editrice, alla realizzazione di questo lavoro.

2. Musatti si impegnò in totale solitudine a dirigere scientificamente l’edizione e a conferirle il crisma della massima autorevolezza e ufficialità. E in effetti, a tal fine, egli ha letto e approvato, dal primo volume fino all’ultimo, tutti i testi tradotti, ha scritto per ognuno dei volumi una introduzione generale che traccia le linee del pensiero di Freud nel periodo considerato narrando nel contempo le vicende cruciali della sua biografia intellettuale; e ha steso infine, per ciascuno degli scritti pubblicati, una Avvertenza editoriale che mette a punto le circostanze e i problemi legati alla sua composizione e pubblicazione, e indica inoltre i nomi dei singoli traduttori.

3. Elvio Fachinelli, giovane e geniale psicoanalista italiano, dimostrò grandissimo interesse per l’iniziativa di Boringhieri e Musatti, e insieme a sua moglie di madre lingua tedesca Herma Trettl si accinse alla traduzione del capolavoro freudiano Die Traumdeutung, “L’interpretazione dei sogni”, offrendo con ciò stesso un contributo importante alla ulteriore definizione e precisazione della terminologia freudiana. Una traduzione di Roberto Bazlen assai imperfetta, se pure a tratti geniale, era uscita per Astrolabio nel 1952 , ma era stata in seguito ripudiata dal suo stesso autore.

L’interpretazione dei sogni occupa per intero il terzo volume delle OSF, e fu il primo ad essere pubblicato, nel 1966. Seguirono, nel 1967 e nel 1968, il primo e il secondo volume, e ancora, nel 1970 e nel 1972, il quarto e il quinto. Ma il lavoro di traduzione, nonché di cura editoriale e redazionale richiesto da un’impresa come quella era enorme; e poiché la direzione scientifica di Musatti era certo assai incisiva e pregnante, ma com’è ovvio, dati i suoi molteplici impegni in ambito clinico e culturale, piuttosto lontana e intermittente, e come tale più che mai bisognosa di un solido punto di riferimento professionale all’interno della casa editrice, la quale aveva per parte sua tutto l’interesse, anche commerciale, di imprimere al piano delle pubblicazioni un ritmo più regolare e serrato, Paolo Boringhieri, a cui io ero stata presentata da Michele Ranchetti, decise di assumermi nella sua casa editrice e di affidarmi il compito esclusivo di curare l’edizione di OSF. Avevo a quell’epoca, siamo all’inizio del 1973, trentatré anni, ero laureata in filosofia, sapevo bene il tedesco perché mia madre Ursula Hirschmann, fine intellettuale berlinese, me lo aveva insegnato fin da quando ero bambina. Inoltre mi ero fatta una solida esperienza editoriale durata cinque anni presso Franco Angeli, dove avevo curato una collana di psicologia diretta da Marcello Cesa-Bianchi. E naturalmente provavo un’ immensa attrazione umana e curiosità intellettuale per il pensiero di Freud. Boringhieri, comunque, prima di consegnarmi i testi da pubblicare nel sesto volume,   mi affidò, e questo fu per lui e per me una sorta di test, anzi un vero e proprio experimentum crucis, la revisione della traduzione della Traumdeutung di Fachinelli Trettl. Fu amore a prima vista, non ho mai dimenticato l’impeto e l’emozione con cui affrontai quel lavoro. L’edizione da me capillarmente rivista e approvata da Fachinelli, che ricordo con affetto e con il quale si stabilì immediatamente un buon rapporto di collaborazione, uscì alla fine del 1973 nella collana economica “Universale scientifica” con l’indicazione della mia cura editoriale e una mia presentazione. Come tale il testo è stato poi riprodotto in tutte le successive ristampe di OSF e nelle edizioni economiche della casa editrice. Mi è stato di grande aiuto lo stesso Paolo Boringhieri, straordinaria figura di imprenditore – intellettuale con cui allora e poi per anni mi sono confrontata di continuo al fine di assicurare all’edizione rigore scientifico (attraverso la definizione e l’applicazione coerente del lessico psicoanalitico) e piacevolezza di lettura (attraverso un delicato lavoro di armonizzazione e uniformazione stilistica che recasse la traccia di una voce sola).

Da quel momento in avanti, dunque, per sette anni consecutivi, mi sono dedicata a tempo pieno, in qualità di funzionario interno alla casa editrice, alla traduzione, ma anche alla cura editoriale e redazionale delle OSF. In sintesi il mio lavoro si è sviluppato su tre piani diversi, tra loro intensamente interconnessi:

1. La traduzione dei molti scritti di Freud che nei volumi dal sesto all’undicesimo non erano mai stati tradotti in italiano o dei quali non esistesse una versione di cui si potesse tener conto.

2. La revisione approfondita, che più volte ha sfiorato il rifacimento, di tutte le traduzioni già esistenti in lingua italiana, comprese quelle di Musatti, che confluirono via via nei volumi di OSF. Talvolta, come ad esempio per i Casi clinici già pubblicati da Einaudi nel 1952 a cura di Mauro Lucentini e Pietro Veltri, le traduzioni sono apparse con doppia firma, la mia e quella del primo traduttore.

3. Collaborazione con Musatti per le Avvertenze editoriali a ogni singolo scritto e preparazione di un apparato di note a piè di pagina che, come dicevo, si è largamente avvalso della Standard Edition di James Strachey per la correzione degli errori nel testo tedesco e per l’indicazione di fonti bibliografiche ( estremamente lacunose e sommarie nelle Gesammelte Werke), ma anche di varianti e aggiunte assai significative introdotte da Freud nelle edizioni successive alla prima di numerosi suoi scritti. L’edizione italiana delle OSF ha inoltre arricchito il lavoro critico e storico della Standard Edition con ulteriori precisazione bibliografiche e culturali, con l’indicazione di numerosi rimandi intertestuali , con un rispetto più rigoroso della sequenza dei testi secondo l’ordine di composizione e non di pubblicazione, ma soprattutto con l’inserimento nel corpus freudiano di parecchi testi di estremo interesse che non compaiono nelle edizioni inglese e tedesca perché reperiti successivamente (basti pensare agli appunti di lavoro, non destinati alla pubblicazione, relativi al Caso clinico dell’uomo dei topi, del 1909, trovati a Londra dopo la morte di Freud).

4.Progettazione e preparazione di altre edizioni freudiane (più economiche) come le antologie tematiche della “Universale scientifica”, costruite sul modello di quelle della “Studienausgabe” dell’editore Fischer, e i 35 volumetti di singoli scritti di Freud nella Piccola Biblioteca Boringhieri. Per ciascuna di esse mi è stato chiesto di scrivere qualche pagina di presentazione storica e filologica. Cosa che ho fatto con grande divertimento e passione, spesso inquinati tuttavia da troppa trepidazione.

La stessa trepidazione che mi colse le prime volte in cui varcai la soglia della casa di Musatti in via Sabbatini a Milano con l’inquietante pensiero che non avrei superato l’esame. In realtà, dopo un periodo iniziale di più che comprensibile diffidenza, Musatti ebbe piena fiducia in me, e anzi fu grato a Boringhieri che aveva deciso di sollevarlo, almeno in parte, da una responsabilità che era per lui troppo cogente in quanto esigeva un’attenzione costante e minuziosa, ai limiti della maniacalità. Il rapporto tra noi si fece più sciolto, perfino amabile. Il suo fascino era grande, chiassoso, esaltato da una espressività talvolta irosa, mordace e intemperante, ma anche da accensioni improvvise di entusiasmo e di affetto. Musatti era un uomo molto spiritoso, autoironico, e anche, talvolta, sovranamente indiscreto, ma sapeva di essere irresistibile quando si rivolgeva all’interlocutore con quei suoi penetranti occhi di un azzurro chiarissimo, sormontati da irsute e candide sopracciglia…

Ho di lui un bellissimo ricordo. La certezza della sua stima mi onora. Io ero intimorita, ma anche appassionata e consapevole che era mia la responsabilità di garantire la correttezza, la coerenza e la limpidezza delle traduzioni. Le OSF erano una creatura mia, Musatti me lo disse tante volte, non meno che sua. Questo ho sentito e saputo in tutti quegli anni, e anche dopo. Lui era un uomo straordinario, un grande psicoanalista, uno studioso importante, io un puntiglioso funzionario editoriale e una giovane traduttrice dal tedesco – lingua alla quale ero legata da un amore antico, una specie di promessa di lunga fedeltà, o forse di risarcimento, fatta a mia madre, ebrea e socialista, che all’età di vent’anni, nel 1933, la barbarie nazista aveva costretto a fuggire dalla Germania.

Ho un ricordo pungente dell’ ansia di Musatti: temeva di morire (me lo diceva spesso in tono brusco) prima che il lavoro fosse finito e mi faceva fretta con irriguardosa brutalità. Ricordo una telefonata in cui mi investì più o meno con queste parole: “La smetta di cincischiare col suo amato tedesco, si ricordi piuttosto che io sono vecchio e che potrei morire da un momento all’altro! Lei ha un solo compito: finire tutte le Opere prima che io muoia, mi ha capito?” Intenerita ma anche irritata (perché al pari della prosa smagliante di Freud della quale dovevo e volevo “prendermi cura”, si trattava ora di “accudire” anche lui, Musatti ) riprendevo ogni volta il lavoro con maggior lena mista ad angoscia; per fortuna però quasi sempre lui richiamava per scusarsi e dirmi di andare avanti così, che questo o quel testo erano davvero magnifici. Quando l’opera fu conclusa, Musatti, che morì dieci anni dopo, nel 1989, mi mandò un mazzo di rose straripante, non ne ho mai ricevuto in tutta la mia vita uno più folto: corsi in un negozio per comprare un vaso che potesse contenerle tutte. E nel 1980, quando già lavoravo all’Adelphi, lessi con gioia nella Introduzione al volume 12, dedicato agli Indici, la sua dichiarazione a proposito dell’edizione OSF: “ Sotto la mia direzione, essa è stata realizzata per cura assidua della Casa editrice, in particolare della signora Renata Colorni.

L’edizione ha avuto subito grande successo. Già il 30 dicembre 1979, all’uscita del volume 11, Alfredo Todisco, in un lungo e dettagliato articolo di terza pagina del “Corriere della Sera” intitolato Ora l’Italia ha scoperto tutto Freud, parla di un’ impresa che onora l’editoria italiana e che per l’alto livello qualitativo delle traduzioni e la ricchezza degli apparati si colloca “in primissima fila nel panorama editoriale internazionale delle opere di Freud”. E assai più recentemente, nel 1997, il Dictionnaire de la Psychanalyse, di Roudinesco e Plon, parla con grande ammirazione delle OSF come di un “modello sul piano filologico”. Musatti ricevette il Premio Viareggio e a questo proposito mi è caro ricordare che vedendomi in sala perché nello stesso giorno riceveva un premio il mio patrigno amatissimo, il grande europeista Altiero Spinelli, disse pubblicamente che sarebbe stato giusto che il premio per l’edizione italiana delle Opere di Freud venisse attribuito anche a me. In effetti, in seguito, di premi per questo lavoro ne ho avuti anch’io più d’uno: dal Premio Goethe nel 1987, al Premio Nazionale per la traduzione nel 2002 che mi è stato consegnato da Carlo Azeglio Ciampi, al Premio Antonio Feltrinelli dell’ Accademia dei Lincei per la traduzione letteraria che ho ricevuto nel 2007 dalle mani di Giorgio Napolitano.

Già, la traduzione letteraria: è proprio questo il lavoro a cui mi sono dedicata, pur mescolandolo e intrecciandolo ad altre attività – che da molti anni hanno preso il sopravvento – all’interno delle case editrici in cui ho lavorato dopo i sette anni di quella appassionante avventura freudiana con Boringhieri e Musatti: all’Adelphi prima e poi in Mondadori, dove da diciotto anni sono responsabile della collana “I Meridiani”. E’ un lavoro, la traduzione letteraria, ma anche una creazione. Un dono, imprevisto e impressionante, che Freud mi ha fatto. Un dono che ha impresso una svolta decisiva alla mia vita e alla mia attività professionale. Proprio perché Luciano Foà e Roberto Calasso hanno grandemente apprezzato la qualità e il valore letterario delle traduzioni freudiane delle OSF, sono stata assunta all’Adelphi nel 1979, e lì sono rimasta per sedici anni dedicandomi alla revisione e correzione di moltissimi testi di letteratura tedesca. Da allora ho tradotto in prima persona molte opere di grandi autori del Novecento austriaco e tedesco, da Elias Canetti a Thomas Bernhard, da Joseph Roth a Arthur Schnitzler, da Friedrich Dürrenmatt a Franz Werfel; e infine, assai più recentemente, in Mondadori, a Thomas Mann.

I buoni traduttori letterari, di questo sono sempre stata convinta, non possono non amare gli autori, o quanto meno i testi di cui si mettono al servizio; io penso che sia necessario un qualche, sia pur misterioso o ambivalente rapporto di consanguineità tra autore e traduttore, e solo il desiderio di premiare questi autori e render loro onore fa sì che la estrema oblatività connaturata al mestiere del traduttore letterario non sconfini in un malsano masochismo. Chi traduce letteratura punta in alto, si sceglie un grande libro, un grande autore, decide di dargli voce in un universo linguistico nuovo, non sempre arrendevole, spesso addirittura recalcitrante e ostile. Il traduttore è chiamato a diventare in questo universo la “sua” voce; sembra che egli accetti di mettersi in ombra (velamento e accudimento sono aspetti caratteristici, qualcuno dice tipicamente “femminili”, dell’ attività del traduttore) e certamente è così se si considerano gli avari riconoscimenti che di norma egli ottiene dal mondo. In realtà, nel profondo, il traduttore sente che può aspirare a un ruolo di eccellenza nella letteratura ( simile a quello di un grande interprete musicale o, come diceva Cesare Garboli, di un grande attore). Nei casi estremi, quando traduciamo alta letteratura ci cimentiamo in una impresa rischiosa, quella di ritagliare un posto nella nostra lingua, e nella nostra cultura, per una voce nuova, mai sentita, o troppo stonata per poter essere davvero “sentita”; provochiamo, dunque, e forziamo la nostra lingua a fare cose che non aveva mai fatto prima pur di accogliere lo straniero e permettergli di dialogare, di entrare in un proficuo contatto con la nostra letteratura. Ciò che intendo sottolineare è proprio questo: le buone traduzioni letterarie entrano a pieno titolo nella tradizione letteraria del Paese della lingua d’arrivo se e in quanto riescono a determinare un autentico potenziamento del suo campo linguistico oltre che, naturalmente, una espansione del suo patrimonio ideativo e culturale.

Che Freud sia non solo un pensatore e scopritore che ha permesso di guardare in modo radicalmente nuovo noi stessi e il nostro soffrire e, più in generale, la civiltà che abbiamo costruito, ma anche un eccellente scrittore cui spetta un posto di assoluto rilievo nel panorama della letteratura novecentesca, è stato sostenuto con forza da molti importantissimi autori del secolo scorso, da Mann a Auden, da Muschg a Sartre a Wittgenstein . E non a caso James Hillmann ha voluto sottolineare che a Freud, mai insignito del Nobel per la scienza, è stato attribuito, nel 1930, quando aveva ormai settantaquattro anni, l’importantissimo Premio Goethe per la letteratura.

Del fatto che L’Interpretazione dei sogni, il primo testo freudiano con la cui traduzione mi sono confrontata, sia un assoluto capolavoro, mi sono subito accorta perché davvero la sensazione palpabile è stata quella di avere dinnanzi un libro che procede, come reciterà appunto, a trent’anni dalla sua uscita, la motivazione del Premio Goethe, “ con metodo rigorosamente scientifico, ma al tempo stesso con ardite interpretazioni delle similitudini coniate dai poeti”; e, come ha detto Didier Anzieu, che si tratta di un libro ispirato, vivace, intrepido, la cui originalità è data non solo dalle idee nuove che contiene e dalla complessità della sua architettura concettuale, ma anche “dall’incertezza del genere letterario adottato dall’autore: trattato scientifico, diario, confessione, chiave dei sogni, viaggio fantastico, ricerca iniziatica, saggio sulla condizione umana e, inoltre, vasto affresco allegorico dell’inconscio…”. Da allora in avanti, sia quando si è trattato di tradurre in prima persona, sia quando ho rivisto le traduzioni di altri, ho avvertito che il mio compito era quello di trasportare nella nostra lingua, dandole degna ospitalità, la prosa di un grande scrittore.

Quella di Freud è una prosa colta, alta e densamente articolata, di questo mi sono resa conto sempre di più nel corso degli anni, nobilmente architettata con geometrica armonia, sottile e variegata nei registri stilistici e nelle modalità retoriche adottate via via con sorprendente flessibilità e ardimento, appassionata e avvincente come quella dei romanzi (tali sono in effetti alcuni dei suoi scritti più celebri: basti pensare ai Casi clinici), profondamente radicata nella grande tradizione della letteratura tedesca e nutrita della pensosa e ammirata lettura dei classici. Tradurre Freud è stata una fatica per la grande quantità di letture che ho dovuto fare per impadronirmi di una materia umanamente coinvolgente, certo, ma anche scientificamente complessa; per la pluralità e l’ampiezza dei riferimenti culturali non sempre espliciti che dovevo provare a decrittare; e, soprattutto, per l’esigenza di assicurare a un corpus assai vasto di opere la coerenza terminologica che non poteva e non può mancare a una disciplina sulla quale si è fondata una professione terapeutica rigorosamente strutturata e anche, non va dimenticato, una letteratura psicoanalitica i cui orizzonti si sono nel frattempo immensamente ampliati; ma è stata anche, questo il mio ricordo a distanza di oltre trent’anni, una profonda emozione.

Di Freud impressiona la vocazione divulgativa, che si traduce in uno sforzo inesausto, perfino commovente nella sua ostinazione, di far passare nella cultura psichiatrica del tempo, improntata sostanzialmente al positivismo ottocentesco, la novità rivoluzionaria del suo pensiero. Tutto questo gli è riuscito con un nitore e una “semplicità” espositiva che nulla tolgono a momenti e accenti di sorprendente accensione visionaria, e il fatto che il fondatore della psicoanalisi, scienza nuovissima e perfino astrusa, eviti il più possibile di ricorrere a un linguaggio tecnico specifico, conferisce ai suoi scritti un fascino straordinario. Non esiste moderna divulgazione della psicoanalisi che possa reggere il confronto con i numerosi scritti, più o meno lunghi, che Freud stesso ha dedicato alla illustrazione complessiva della sua dottrina o di parti di essa. Consapevole del fatto che sta costruendo un edificio teorico che andrà incontro alla diffidenza, alla critica, o addirittura al dileggio dei contemporanei, Freud non si stanca di accompagnare il lettore con parole piane, figurazioni allegoriche, immagini mitologiche, metafore e similitudini fantasiose e ricche di umorismo, argomentazioni energiche e spesso non prive di un’austera solennità, sul sentiero solitario e avventuroso della scoperta dell’inconscio. In una parola, Freud pone il suo talento letterario, che è immenso, al servizio della “scienza nuova” che sta edificando. E in molti suoi scritti l’arte, la letteratura e il linguaggio (a cui ha dedicato saggi specifici indimenticabili, ma a cui si appella anche per rendere vivide, eloquenti e presenti all’immaginazione del lettore le sue formulazioni teoriche più ardue e astratte) si sposano, in tutta la loro bellezza, con la severa necessità della dimostrazione scientifica. Le difficoltà per il traduttore non stanno tanto nella comprensione del pensiero di Freud, che è quasi sempre limpido (e di cui è comunque essenziale tutelare e restituire, laddove ci sono, le promettenti e mai casuali succose ambiguità) né nella sua sintassi, che è classicamente ordinata, quanto nella restituzione di un equilibrio da lui ottenuto con miracolosa naturalezza tra quella “bellezza” e questa “necessità”.

 

Milano, 14 marzo 2013