Ubi Maior

La maggior parte delle versioni, attribuendo al termine maior una connotazione non necessariamente insita nel vocabolo, equipara il “più grande” al “più potente… sapiente, importante”, rivelando un’intenzione interpretativa arbitraria, frutto di un’ideologia di tipo autoritario.

La psicoanalisi nasce all’interno di una cultura che era contraddistinta dall’ubi maior.

Freud mostrerà un’attenzione nuova verso il minor, indagherà il bisogno primario dei bambini di avere chi li accudisca, li protegga, li guidi. Intuirà che l’adulto è figlio del bambino, ponendo l’infanzia al centro della propria teorizzazione, ma non sarà, egli stesso, scevro da tratti autoritari, a causa della propria ambivalenza.

Se, nel processo analitico, l’analista cala il suo sapere sul paziente senza averlo condiviso con lui, realizza la profezia insita nel motto: ubi maior minor cessat.

Per l’Autore, nella cura, fattore terapeutico non è la psicoanalisi in sé, ma il suo inscindibile fondersi con le qualità dell’analista: la psicoanalisi deve farsi “carne e sangue” di chi la pratica. Ciò implica una responsabile e profonda analisi dell’analista, che permetta di elaborare e superare la logica della colpa. L’analista deve assumere, con coraggio, la responsabilità del rapporto asimmetrico ed esercitare l’autorità funzionale, secondo l’espressione di Adorno (1950), volta a far sì che il paziente (bambino o adulto) “sviluppi l’intuizione e l’amore disinibito per la conoscenza che si raggiunge con l’esperienza” (p. 50). Deve accogliere i vissuti persecutori del paziente: non confermarli, ponendosi inconsciamente come persecutore, né evitarli, blandendoli o ignorandoli. Se esiliate dall’analisi, le aree scisse rischiano di perdere per sempre il diritto di cittadinanza…

Tale disposizione mentale è il vertice dal quale l’analista osserva non solo se stesso, ma la psicoanalisi e gli autori che hanno dato un contributo fondamentale alla disciplina. L’Autore si chiede se sia lecito che l’indagine sulla produzione scientifica di tali autori si estenda al loro privato; ritiene che lo sia, a patto che venga effettuata con criteri epistemologici adeguati e usata per validare o invalidare un modello teorico, all’interno della disciplina stessa.

Indaga poi il pensiero e i lavori di Melanie Klein, la quale, da un lato, afferma che l’oggetto buono è principalmente frutto di una scissione e, dall’altro, insiste sul bisogno di preservare l’oggetto buono. L’oggetto buono, in quanto scisso, è un oggetto che non esiste e l’integrazione del Sé non si raggiunge preservando l’oggetto buono o idealizzato, bensì scoprendo l’oggetto reale, nei suoi lati positivi e negativi. La ricerca biografica sulla Klein che segue, aiuta, secondo l’Autore, a comprendere come si sia potuto formare il pregiudizio dell’analista come seno o oggetto buono tout court.

Nell’ultima parte del libro, l’A. mostra come il metodo delle libere associazioni possa essere ampliato se si trasformano le metafore del linguaggio in revêrie da esplorare come fossero sogni: un approccio che, per arrivare al senso, tocca più sensi.

A cura di Nelly Cappelli