Comunicazioni del Presidente

Cari colleghi,

dopo l’esito del voto sugli emendamenti proposti, permettetemi alcune note per contribuire in qualche misura alla riflessione che, penso, a questo punto ogni socio della SPI stia facendo.

Tutti abbiamo visto i numeri che decretano la non approvazione degli emendamenti. La partecipazione dei votanti è stata, per la storia delle votazioni nella SPI, abbastanza alta, ancorché insufficiente.

Fatta eccezione della recente votazione del febbraio 2017 sull’accreditamento all’Istituto Superiore di Sanità, dove si è raggiunto il 68% dei votanti, dobbiamo risalire al febbraio 2007 per avere il 52,6%, tenuto conto che nel novembre 2012 la votazione sul codice deontologico della SPI, che ha avuto il 50,6%, era solo consultiva e non deliberativa; inoltre nello stesso anno fu istituito il quorum costitutivo del 50% con una percentuale di votanti del 46,6%.

In tutte le altre votazioni, dal 2007 al 2016, l’oscillazione è stata dal 17,2 al 36,47 %.
Percentuali molto basse e lontane da questo risultato attuale che ha variato tra il 49,7%, della scheda N.1 fino al 45,1 % della scheda meno votata e cioè la scheda N.6.

La partecipazione rispetto alle precedenti votazioni è stata perciò buona, anche perché la possibilità di votare in internet ha facilitato molto.Tutto ciò ci dovrebbe far riflettere, soprattutto in considerazione del fatto che una parte di astensioni dal voto (circa il 30%) è fisiologica per tutte le società e perciò non espressione di una volontà politica precisa, ma frutto di situazioni di impossibilità, dimenticanza, oltre che dal disinteresse alla vita societaria che caratterizza attualmente una parte dei soci. Quest’ultimo fenomeno è certamente un problema, che molti di noi hanno rilevato da tempo, ingravescente, soprattutto nella vita di alcuni dei Centri psicoanalitici che vedono scarsissima partecipazione alle loro riunioni scientifiche e alle loro assemblee e che sono caratterizzati da lotte intestine, accuse reciproche di familismi e clientelarismi, incapacità di tollerare le differenze di modelli, dipendenze dai leader.

Malgrado l’assenza del quorum costitutivo, tutte le proposte hanno raggiunto il quorum deliberativo di due terzi favorevole, tranne la scheda 2.

Se scorporiamo la quota fisiologica di astensioni, possiamo concludere che la minoranza dei soci ha prevalso contro la maggioranza. È possibile vedere questo nell’astensione sugli emendamenti definiti “amministrativi”, e cioè di quegli emendamenti che non toccano di per sé motivazioni di politica culturale o scientifica. Tra essi il primo, la definizione della sede, è un obbligo di legge. Gli altri due avrebbero permessol’ammissione della SPI ai benefici del riparto del 5×1000 e l’accesso ai Fondi Europei per “la Valorizzazione del Patrimonio documentario delle Associazioni scientifiche”. Quest’ultimo ci avrebbe consentito di risparmiare sulle spese di gestione dell’archivio. La mancata approvazione degli stessi si tradurrà in un danno economico purtroppo rilevante che peserà sulla società e inevitabilmente sulle tasche dei soci che, in caso di approvazione, avrebbero potuto giovarsi di una qualche facilitazione, sia pur minima. Abbiamo gettato via più di 20.000 euro. L’esecutivo ha fatto tutto il possibile, a mio avviso, per evitare questo inutile autosabotaggio. Sia io che il segretario generale Gabriella Giustino siamo intervenute per spiegare la natura di tali emendamenti e come era possibile distinguere, scheda per scheda, tra astensione, scheda bianca e voto. In ultimo anche il tesoriere Leonardo Resele ne ha illustrato le ragioni in una newsletter. Voglio a questo proposito ringraziare in particolare la Commissione emendamenti e la dr.ssa Giustino per il lungo ed intenso lavoro fatto nella redazione dei testi e per la complessa consultazione legale effettuata.

Per quanto numerosi siano stati gli emendamenti (8), tuttavia era chiara la distinzione tra gli emendamenti amministrativi e gli altri, a tutti o almeno a coloro che si sono permessi quei 10/15 minuti di tempo necessari a leggere e votare. Non possiamo credere che gli psicoanalisti, che hanno alle spalle una formazione raffinata e complessa e che ogni giorno esercitano un lavoro sul pensare, sull’elaborare, sul contenere le angosce, facciano di tutta l’erba un fascio e non abbiano distinto tra una possibile decisione e l’altra, precipitandosi nella confusione. Come interpretare questa scelta? Come valutarla  dato che votare la scheda N. 8 e cioè la scheda che, definendo le norme sullo scioglimento della società come richiesto dalla nuova normativa, ci avrebbe permesso di accedere al 5 per mille e quindi di ricevere 10.000 euro circa, seguendo la  volontà della destinazione fiscale di alcuni nostri soci? Mi interrogo su quali messaggi sottendano una tale decisione, proprio per poter interpretare correttamente la volontà dei soci e svolgere al meglio il nostro compito. Un rifiuto generalizzato delle proposte dell’esecutivo? Una manifestazione autodistruttiva? La paura di qualcosa di indefinito? È stato messo nello stesso calderone tutto: il quorum, i vantaggi economici, Psiche.

Alcuni ci hanno detto che è stata una reazione di paura dei cambiamenti possibili, non solo di quelli presentati, ma anche in previsione di cambiamenti futuri che ancora non si sa bene quali possano essere dato che non sono stati né definiti né discussi. Altri colleghi ci hanno suggerito che questo cortocircuito emotivo potesse dipendere dal rifiuto delle indicazioni che ci vengono dall’IPA relative ad una modificazione del training o della proposta di un’eventuale Fondazione, che consisterebbe (conviene ricordarlo) solo in un escamotage amministrativo per poter usufruire di introiti possibili da convegni o congressi.

Se così fosse, dovremmo allora concludere che abbiamo confuso il bambino con l’acqua sporca, e cioè che, per evitare future decisioni rispetto alle quali i soci avrebbero potuto argomentare, contribuire o opporsi, questi ultimi abbiano preferito un terrorizzato rifiuto a qualunque proposta, buona, cattiva, utile o inutile.

Un altro capitolo che merita menzione è costituito dagli emendamenti sulla rivista Psiche, per i quali ci troviamo ora di fronte ad una situazione alquanto bizzarra. Anzitutto, malgrado la maggioranza dei votanti si sia espressa a favore dell’inserimento di Psiche nello statuto e dell’elezione del direttore da parte dell’assemblea dei soci, negli emendamenti 3, 4, 5 non si è raggiunto il quorum costitutivo del 50,1%. Ma l’emendamento N.5, che riguarda solo le procedure, è stato approvato, dato che in questo caso non è necessario il raggiungimento del quorum. Abbiamo perciò a questo punto, a proposito di Psiche, disposizioni contraddittorie e contrapposte nello statuto e nelle procedure al regolamento.

La conclusione finale è che le cose non sono cambiate rispetto al passato. Le decisioni sulla vita della rivista Psiche restano, per volontà degli astensionisti, nelle mani dell’Esecutivo, senza necessità di ascoltare un parere assembleare intorno al futuro della rivista e alla sua direzione. Dovrà l’esecutivo tenere in conto la volontà espressa chiaramente da parte del 46 e del 47 % dei soci? Infatti le votazioni intorno alla rivista Psiche, quantunque non utili legalmente a causa del quorum non raggiunto, erano favorevoli, a maggioranza, alle proposte dell’esecutivo.

Ci sia consentito di esprimere forti dubbi sul considerare un’indicazione di volontà dei soci il numero globale delle astensioni. In questo numero infatti è compreso anche quel 30% che mai vota, ma che coloro che hanno usato l’astensione come scelta politica vorrebbero utilizzare machiavellicamente.
Il fatto è che ci troviamo di fronte ad una grande trasformazione nella forma della Società Psicoanalitica Italiana che è passata da una struttura familiare, dove tutti più o meno si conoscevano e le decisioni venivano prese a monte delle assemblee, negli accordi tra i leader riconosciuti di vari gruppi, ad una struttura societaria molto più ampia, con una molteplicità di punti di vista, di orientamenti e di interessi. In un’istituzione di questo genere, a cui ci stiamo da poco abituando, è facile assistere all’emergere di processi primitivi che si traducono in angosce di dissolvimento, con atteggiamenti di persecuzione, di indifferenza o rassegnazione e nella convinzione che solo alcuni sono i “defensores fidei”, depositari della tradizione e della salvezza della “vera psicoanalisi”.

Tutte le istituzioni hanno una componente oppositiva al cambiamento e alle persone che hanno la responsabilità gestionale, secondo il principio di “Piove, governo ladro”. Possiamo pensare che tra queste si segnalino in particolare le società psicoanalitiche, che si caratterizzano per una diffidenza anti-istituzionale prodotta dalla natura intrinseca e solitaria del nostro lavoro clinico e dall’elevato livello di idealizzazione dell’oggetto del nostro studio.

Abbiamo bisogno però di garantire il futuro dei nostri soci più giovani e dei nostri candidati e di credere nel futuro della nostra Società, nella possibilità che emergano meccanismi psicologici più maturi che sostengano quella che Di Chiara definiva nelle istituzioni “la cultura della cura e della responsabilità”. Dovrebbe, questa, costituire un patrimonio collettivo costruito insieme nel lavoro solidale e nel confronto aperto e umile.

Ed è questo l’augurio che voglio fare a tutti noi.

Il Presidente SPI
Dr.ssa Anna Nicolò