Luis Kancyper

Nel centro della nostra estate ci colpisce ancora una volta la morte improvvisa e prematura di un collega, di un maestro della psicoanalisi, Luis Kancyper. Ci colpisce in particolare perché amico di molti di noi, noto agli psicoanalisti italiani e spesso invitato nei nostri centri. A Lui e alla sua collaborazione con Ferro si deve il primo incontro tra la SPI e l’Associazione Psicoanalitica Argentina, che si ripeté due anni dopo a Bologna.

Medico e psicoanalista, didatta dell’Associazione Psicoanalitica Argentina, allievo dei Baranger, Kancyper era anche esperto di bambini e adolescenti e a questi ultimi ha dedicato i più recenti lavori, tradotti anche in italiano.

Pensatore originale, mai ovvio e mai banale, studiò temi che ci apparvero molto significativi dopo la lettura dei suoi scritti. Tra essi lo studio su “Il Risentimento e il rimorso”, la cui presenza blocca il processo psicoanalitico e ostacola l’elaborazione del lutto e il “Complesso fraterno” a cui Kancyper conferisce un’importanza radicale dato che lo considera come una delle tre strutture, insieme con l’Edipo e il Narcisismo, che organizzano la vita psichica.

Un attenzione particolare è stata poi dedicata da Kancyper all’adolescente che ha imponenti compiti elaborativi, sopratutto quello di rimettere in discussione i modelli genitoriali e risignificare le identificazioni alienanti subite, in particolare quelle rivendicative, a causa delle quali si esercita una fortissima pressione genitoriale sui figli. Per comprendere tali identificazioni e metterle in luce, occorre studiare “il campo dinamico parento-filiale e fraterno”.

Uomo gentile e generoso, parlava con semplicità e naturalezza di argomenti profondi e complessi; la sua casa era aperta agli amici, di molte nazionalità diverse, con cui dialogava su tanti temi, e anche sul futuro della psicoanalisi. E a questo proposito finirò il mio ricordo citando le sue parole dall’intervista che concesse a Spiweb e che mi sembrano significative ad illustrare il coraggio e l’equilibrio che lo caratterizzavano, parole che molti di noi condividono:

“La psicoanalisi attuale ci pone in una prospettiva temporale che guarda al futuro con uno sguardo bifronte e interlocutorio rispetto alle conquiste e agli errori commessi fino ad oggi. A mio parere, è a questo livello che la funzione trasformativa della psicoanalisi, accanto a quella di altre discipline, potrà affermarsi nella clinica, nella cultura e nella società. Perciò ritengo che ogni analista, nella pratica, dovrebbe sempre rivedere la composizione del proprio patrimonio teorico e riconoscere in quale misura il suo attuale approccio clinico corrisponda alla sua vigente visione metapsicologica. A mio parere, le molte sfide che la post-modernità lancia con i suoi cambiamenti vertiginosi e aldilà degli effetti positivi o negativi che essi generano in ciascuno, riguardano anche l’analista. Immerso in questa cultura del disincanto, egli si trova continuamente esposto al rischio di una diluizione delle proprie convinzioni psicoanalitiche e di una banalizzazione dei fondamenti metapsicologici e tecnici della sua pratica clinica. Da qui, perciò, la necessità che “si proceda verso la continua ricerca di nuove metapsicologie in grado di dare fondamento ai cambiamenti delle soggettività nella nostra epoca”.

Anna Nicolò