In memoria di Michel de M’Uzan

Il 7 gennaio 2018 è deceduto, all’età di 97 anni Michel de M’Uzan.

De M’Uzan è stato uno dei più noti e prestigiosi psicoanalisti francesi degli ultimi trenta anni del 20° secolo e dei primi anni del secolo attuale. Membro della Società Psicoanalitica di Parigi (SPP) ne è stato direttore dell’Istituto dal 1969 al 1971. Nel 1972 è stato insieme ad altri, tra cui, Pierre Marty. uno dei fondatori dell’Istituto di Psicosomatica.

Il suo interesse teorico e clinico si è rivolto prevalentemente alle cosiddette patologie extra-nevrotiche e intorno a questi temi ha prodotto riflessioni e contributi di grandissimo interesse. Rispetto alle situazioni di patologia psicosomatica egli riteneva che il “pensiero operatorio”, tipico di queste situazioni cliniche, fosse in realtà una difesa dalla forclusione che è un meccanismo specifico delle psicosi. A suo avviso, la patologia psicosomatica si manifesta la dove l’autoconservazione vince sulla pulsione orientata verso l’oggetto. Il tema della debolezza dell’identità è stato da sempre un suo oggetto di studio ed egli riteneva che l’identità debba “vacillare” affinché qualcosa possa effettivamente cambiare. Pertanto, il lavoro psicoanalitico si propone, sia nel paziente che nell’analista, di produrre un “vacillamento identitario” e non una identità stabile ma uno “spettro di identità”. Questo significa che ci sia una ambiguità e una incertezza nella distinzione tra sé e l’altro. Dal punto di vista metapsicologico, il suo lavoro è andato nella rivalutazione della prima topica freudiana. A suo avviso, l’identità si formerebbe attraverso un incontro tra le pulsioni di autoconservazione e l’oggetto. L’ipotesi di un tempo anteriore a quello dell’incontro con l’altro, lo ha condotto a ipotizzare una fase di funzionamento psichico precoce da lui definita come  fase del  “gemello parafrenico”. Tutto questo comporta una sottolineatura della precarietà dei limiti tra Sé e non-Sé. Questi concetti sono stati da lui sviluppati nel testo “De l’art à la  mort”.

Negli ultimi anni aveva sviluppato il concetto della “Chimera inconscia” (chimère inconsciente) che sarebbe una situazione tipica delle persone la cui vita psichica è piena di sofferenze. A suo avviso anche gli psicoanalisti ne soffrono perché la seduta psicoanalitica è come un essere vivente che genera un “mostro”. A suo avviso, non si può essere psicoanalisti se non si è animati da una inquietudine permanente. L’analista in seduta deve potersi sentire “estraneo a sé stesso”. E la “chimera” sarebbe una sorta di identità terza che si costituisce tra l’analista e il paziente.

Il contributo di De M’Uzan ci risulta particolarmente prezioso ora che la psicoanalisi si è aperta sempre di più allo studio e al lavoro con le cosiddette patologie extra-nevrotiche e in cui questo genere di pazienti abbondano sempre di più nei nostri studi professionali.

 

Francesco Conrotto