Ricerca in Psicoanalisi a cura di A. Nicolò

Perché ogni psicoanalista dovrebbe essere un ricercatore e perché si deve insegnare ricerca nel training psicoanalitico

ANNA NICOLO’

Nel 1927, Freud sottolineava il legame stretto tra terapia e ricerca, quello junktim spesso ricordato a parole ma nei fatti dimenticato. Egli  affermava che “il nostro procedimento analitico è l’unico a conservare gelosamente questa preziosa coincidenza” (Freud, 1927, p. 422). Certo oggi siamo lontani da come all’epoca di Freud si concepiva la ricerca. Eppure ancora oggi è vera la sua osservazione che ogni trattamento ci insegna qualcosa di nuovo.

Lo psicoanalista, alle prese con lo studio del singolo caso e della  relazione analitica, è per sua natura un ricercatore e la ricerca in psicoanalisi non è solo clinica, ma anche empirica e concettuale. Ursula Dreher, ad esempio, sostiene che la ricerca concettuale è preziosa perché tenta di chiarire l’uso esplicito e implicito dei concetti ed è uno strumento critico che può rivelarsi utile nella valutazione di altre attività di ricerca (Dreher, 2002).

Si è molto scritto se la psicoanalisi possa essere considerata una scienza al pari di una disciplina biologica e al pari delle scienze naturali o piuttosto non sia un’ermeneutica, e molti di noi sottolineano lo statuto speciale della psicoanalisi come scienza. Tuttavia non mi voglio soffermare su questi dibattiti che hanno animato gli ultimi decenni del mondo psicoanalitico.

Mi sembra invece più importante mettere in luce come  la mente dell’analista sia, di fatto,  quella di un ricercatore che usa curiosità e dubbio nel setting al fine di evitare posizioni dogmatiche e acritiche. Ogni processo analitico, ogni seduta, sono le manifestazioni di una ricerca all’opera. L’analista non sa cosa potrà aspettarsi dall’evoluzione dell’analisi e, seduta dopo seduta, costruirà il suo intervento pronto a cogliere gli aspetti nuovi e imprevisti nel paziente e in se stesso, alla ricerca di una verità mai completamente raggiunta né completamente raggiungibile, ed evitando che il suo intervento sia poggiato su posizioni apodittiche, derivanti da una teoria assunta e data per scontata una volta per tutte.

Sono sempre rimasta colpita dall’enorme spreco di risorse che gli psicoanalisti fanno. Non credo che esista in nessuna parte del mondo un’associazione i cui membri abbiano una tale omogeneità di formazione e, malgrado la babele degli orientamenti e dei modelli, condividano esperienze di lavoro tanto simili. Ritengo un enorme spreco non potere usare questa ricchezza per crescere ulteriormente nella nostra disciplina. La spinta alla conoscenza – affermava Bion – è determinata dalla curiosità che è per noi una sorta di impulso, e l’essere umano ha bisogno di verità dentro di sé e come risposta dell’altro, perché la verità è essenziale per la crescita mentale (Bion, 1962; Grotstein, 2010). Curiosità e ricerca della verità mi sembrano due caratteristiche che accomunano la mente del ricercatore e quella dell’analista. E tuttavia, spesso nella prassi le implicazioni di queste attitudini vengono dimenticate.

I dibattiti accesi e amaramente personalizzati tra fautori di discipline diverse o di differenti modelli analitici idealizzati, difesi strenuamente dagli uni o dagli altri senza possibilità di confronto o di verifiche, rischiano oggi, come molti affermano, di distruggere la nostra disciplina.

In tutto ciò ancora una volta ci aiuta Freud, che afferma “La psicoanalisi non è un sistema del tipo di quelli filosofici, che partono da alcuni concetti fondamentali rigorosamente definiti, tentano di comprendere in base ad essi la totalità dell’universo, per poi, una volta compiuta tale operazione, non lasciare alcuno spazio per nuove scoperte e più adeguati approfondimenti. Al contrario essa si attiene ai dati di fatto del proprio campo di lavoro, tenta di risolvere i problemi immediati dell’osservazione, procede a tentoni avvalendosi dell’esperienza, è sempre incompiuta e disposta a dare una nuova sistemazione alle proprie teorie oppure a modificarle. Non meno che la fisica e la chimica, la psicoanalisi tollera che i suoi concetti supremi siano poco chiari e le sue premesse provvisorie, nell’attesa che una determinazione più precisa di questi concetti e di queste premesse emerga dal lavoro futuro” (Freud, 1992, p. 457).

È straordinario come il fondatore della psicoanalisi illustri l’importanza, per  la mente dell’analista, della tolleranza nei confronti dei concetti poco chiari e delle premesse provvisorie in attesa di verifiche dal futuro.

Tutto questo sembra straordinariamente importante non solo per la ricerca in sé, ma anche per la vita delle società e degli istituti di psicoanalisi e per la formazione dei candidati.

L’attivazione per esempio di gruppi di ricerca, a cui possono partecipare analisti di orientamento diverso per quanto riguarda la ricerca concettuale  o i modelli clinici, favorisce un continuo confronto e lo sviluppo di una cultura di verifica tra pari, una “peer review culture” (Tuckett, 2002) di cui necessitiamo non solamente per le finalità scientifiche, ma anche per sanare i climi spesso malati dei nostri centri psicoanalitici.

Per quanto riguarda la formazione dei candidati, Kernberg (2016) ipotizza la creazione di un dipartimento di ricerca che possa interagire con le facoltà universitarie e sostiene l’organizzazione di progetti di ricerca negli istituti di training condotti insieme con i dipartimenti universitari. Seminari e forum sulla metodologia della ricerca sono la naturale conseguenza di questo approccio.

Mi sembra però che il suggerimento più importante sia quello di aiutare gli insegnanti, i didatti, a lavorare sulle questioni controverse nel nostro campo e trasformarle in progetti di ricerca clinica che includano la metodologia scientifica.  A questo punto diventa conseguente dare la priorità a ricerche che riguardino l’efficacia della psicoanalisi e i diversi metodi trattamento, e collegare questi processi di ricerca con altri condotti in altre istituzioni psicoanalitiche. Tutte queste operazioni dovrebbero avere come effetto la creazione di una cultura di lavoro tra pari che arricchisca la formazione, dato che si pongono al di fuori di una struttura gerarchica. Accanto allo sviluppo di una sana dipendenza che il candidato può sperimentare nella sua analisi personale e nei seminari curriculari, questo lavoro tra pari può diventare un’esperienza preziosa di cui i candidati hanno bisogno per non ripetere all’infinito i comportamenti pseudo adattativi e compiacenti che a volte caratterizzano certi funzionamenti degli istituti di training.

Per realizzare tutto questo non possiamo negare che ci troviamo davanti ad ostacoli rilevantissimi e quesiti importanti: anzitutto che cosa intendiamo per ricerca, quanto e come riusciamo a usare la ricerca empirica e le scoperte che essa ci fornisce, e che sono basate su esperimenti documentati e provati. Abbiamo inoltre degli ostacoli interni che sono determinati dalla paura che un approccio nuovo faccia piombare i nostri istituti nell’incertezza e ci faccia perdere la nostra unitarietà. Un’altra paura è certamente insita nel fatto che, come dice Ponsi (2002, p. 50), “la ricerca empirica non fornisce un sistema concettuale articolato e congegnato in modo tale da costituire un modello teorico onnicomprensivo”, e questo è ancor più stridente per noi, anche perché ci viene spesso fatta la critica che il corpus psicoanalitico si autoconferma grazie a spiegazioni che trovano validità solo al proprio interno e perciò sono autoriferite e tautologiche.

Da quanto ho detto nasce la proposta che abbiamo fatto di introdurre gruppi di ricerca sia nella vita della società psicoanalitica che nel training.

La ricerca a questo punto non è solo un obiettivo, ma diventa un modello di funzionamento della mente dell’analista, un attivatore della sua trasformazione, e si costituisce come un veicolo per arrivarci. Voglio ancora sperare che essa sia un piccolo aiuto per il superamento delle lotte interne che spesso caratterizzano la vita degli istituti analitici e, per quanto riguarda il training, si riveli utile per insegnare ai candidati libertà di pensiero e capacità di confronto, per autorizzarsi a cimentare le teorie e le scoperte in modo da continuare un cammino che ci porti ancora più avanti.

Bibliografia

Bion W.R. (1962). Apprendere dall’esperienza. Roma: Armando, 1972.

Dreher U. (2002). La Ricerca concettuale in psicoanalisi. In: Bonaminio V., Fabozzi P. (a cura di), Quale ricerca per la psicoanalisi?. Milano: FrancoAngeli, pp. 278-303.

Freud S. (1922). Due voci di enciclopedia: “Psicoanalisi” e “Teoria della libido”. In: OSF, vol. 10, pp.437-462. Torino: Boringhieri, 1977.

Freud S. (1927). Poscritto del 1927 a “Il problema dell’analisi condotta da non medici”. In: OSF, vol. 10, pp. 416-423. Torino: Boringhieri, 1977.

Grotstein J.S. (2010). Un raggio di intensa oscurità. Milano: Cortina.

Kernberg O.F. (2016). Psychoanalytic Education at the Crossroads. London: Routledge (with The Institute of Psychoanalysis).

Ponsi M. (2006). Sulla ricerca empirica, Rivista di Psicoanalisi – Monografie “Il dialogo scientifico sull’osservazione e sull’esperienza psicoanalitica”. Roma: Borla, pp. 43-52.

Tuckett D. (2002).  The New Style Conference and Developing a Peer Culture in European Psychoanalysis, Presidential Opening Address: Prague, EPF Bulletin, 56: 32-45.