“Discorsi alla Nazione” di Ascanio Celestini

 

“DISCORSI ALLA NAZIONE” DI ASCANIO CELESTINI.
Commento partecipato di una psicoanalista.

Laura Ravaioli

Dopo un’attesa di qualche mese, dovuta al rinvio per un malanno dell’attore e alla necessità di riprogrammare il cartellone, eccomi finalmente assistere all’ultimo spettacolo di Ascanio Celestini, nella serata di sabato 17 aprile al Teatro Bonci di Cesena, in cui mi accingo a conoscere questo artista più che mai poliedrico: oltre ai lavori teatrali come attore ed autore, è scrittore, regista, cantante e diverse collaborazioni televisive, radiofoniche e cinematografiche lo hanno reso noto al grande pubblico.
L’ apertura di “Discorsi alla nazione” definisce il leitmotiv di quello sarà un lungo e affascinante monologo: alla ripetizione incalzante “io sono di sinistra”, l’attore alterna commenti in cui si discosta sempre più dai valori di responsabilità civile, libertà e tolleranza. Un’ iniziale condivisione è dunque sostituita da uno stato di disorientamento nello spettatore, che diventa angoscia e si placa quando raggiunge un cosiddetto “punto di rottura” che stabilisce, senza possibilità d’errore, che l’attore sta ferocemente canzonandoci. Ciò che lascia sgomenti… è che per le prime due o tre battute non ce ne si fosse accorti.
Arrivano poi i personaggi, tutti interpretati da Celestini, tutti inquilini di un condominio di un immaginario paese in cui imperversa la guerra civile ma si parla solo della pioggia incessante, in cui i morti sono “cose” che ostruiscono il passaggio, quando semplicemente non sono invisibili, “perché solo uomini invisibili possono vedere altri uomini invisibili”.
Curatissimi nell’aspetto psicologico, i personaggi si svelano a poco a poco, alcuni accompagnando il dialogo con tic e somatizzazioni, e testimoniano le vicissitudini che portano a un’ escalation di violenza: un virus che si impossessa pian piano della mente dell’individuo come “un’alternativa possibile” e che trova l’ambiente adatto per prolificare nella povertà dei valori di ordine sociale.
All’ultimo discorso il capo ringrazia il suo popolo di avere assicurato la dittatura: smettendo di lottare, non avendo saputo allearsi con lo straniero, preferendo identificarsi con il detentore del potere, invidiato ed idealizzato. E lasciandomi a riflettere quanto l’ invidia e l’idealizzazione, sentimenti apparentemente opposti, non siano invece molto affini.
Seguono gli applausi: finti, e veri, del pubblico in sala che crede lo spettacolo sia finito. Amaro è il sorriso dell’attore, che non si aspetta un applauso in risposta ai suoi insulti.
Somiglia troppo all’applauso che seguì il discorso del Presidente Napolitano al suo secondo insediamento, perché qui, come allora, applaudire significa prendere le distanze, fingere che le parole non siano affatto riferite a noi: con un atto si nega e si perverte la situazione, cercando di volgerla a proprio vantaggio.
Non si può affermare che sia “uno splendido spettacolo”: lascia cupi, sgomenti come la pioggia incessante in cui è ambientato, ognuno ormai consapevole del proprio fardello di colpa (almeno chi ha mantenuto un minimo senso civico).
Ascanio Celestini ci sbatte in faccia la nostra ipocrisia ed egoismo, e per farlo assume le sembianze del dittatore.
Gli psicoanalisti ritroveranno, con le dovute differenze, l’assonanza con i meccanismi transferali per cui si accettano le proiezioni di aspetti (e affetti) del paziente, tollerando di rappresentare talvolta quegli aspetti tirannici senza sconfessarne subito la reale provenienza ma attendendo invece che il lavoro analitico favorisca la consapevolezza e poi l’integrazione nel paziente.
Allora di questo possiamo davvero ringraziare Celestini: di compiere non solo un “teatro civile”, ma di darci una possibilità di confronto col dittatore interno a noi, e, crescendo, emanciparci da esso.