Essere genitori

A cura di Marta Badoni

Se nella parola genitore è iscritto l’atto del generare, nella parola genitorialità dovremmo trovare, seppure in maniera condensata, quello che la società si aspetta dagli adulti in quanto genitori; di conseguenza quello che lo Stato fa per sostenere la funzione genitoriale.

Siamo subito in un rapporto dialettico tra privato e pubblico, tra quella che è una spinta creativa largamente sostenuta da un bisogno di portare a compimento una propria visione di sé e del mondo, di buttare uno sguardo oltre il limite delle proprie esistenze e, d’altra parte, un compito pubblico che la società assegna che è quello di educare.

Sul generare la questione è oggi assai complessa: si genera sempre più tardi rispetto al periodo naturalmente fertile della donna, si genera per procura, la coppia genitoriale non ha più confini stabili e ristretti, ma si estende alle coppie omosessuali, alle famiglie allargate che devono affrontare equilibri delicati tra figli di genitori diversi, nei casi di fecondazione eterologa la coppia genitoriale è caricata dalla fantasia di un terzo, il donatore, presente nei pensieri anche se sconosciuto. Pensieri che conoscono bene i genitori adottivi, con l’aggiunta del compito di lenire una ferita all’origine.

Inutile aggiungere che in un quadro di tale complessità l’intervento pubblico, che in Italia è da sempre carente, rischia di naufragare o di essere manipolato a seconda delle scelte politiche o delle regole religiose.

Eppure i genitori sono, tra gli umani, gli esseri più esposti a quello che (a partire dal saggio di Freud del 1914) chiamiamo il lavoro del lutto. Tale lavoro, che significa la capacità di trattare con i sentimenti di delusione che inevitabilmente gli “oggetti” ci infliggono, è, nel caso dei genitori, diretto a una costante ricerca di equilibrio tra la necessità di investire i propri figli, sui propri figli, di tifare per loro, e una continua, vigile attenzione a che le aspettative nei loro confronti non costituiscano una cappa soffocante e le inevitabili delusioni non scardinino, magari silenziosamente, la fiducia e la speranza. Fiducia anche nel proprio ruolo di genitori, speranza nelle rispettive risorse.

E’ lavoro di lutto quello che accompagna la nascita e che confronta i genitori allo scarto inevitabile tra bambino immaginato e bambino reale; è lavoro di lutto l’inserimento al nido, alla scuola materna, alla scuola elementare, ampliato dai primi non sempre incoraggianti confronti con altri modi di essere bambini, di essere genitori, di essere educatori; è lavoro di lutto quello che si presenta di fronte al figlio adolescente, in quanto esso mette al vivo, più degli altri momenti citati, assieme al tifo per il successo dei figli, il problema del succedersi delle generazioni e quindi il problema della propria morte.

Come resiste la coppia a questo tipo di pressioni? Come si distribuiscono compiti e ruoli tra i due o più genitori, quando le famiglie si allargano? Come lo Stato e le Istituzioni intervengono o potrebbero intervenire a rendere il lavoro dei genitori meno impossibile? E infine che cosa può dire, suggerire e fare la ricerca psicoanalitica al riguardo?

APPROFONDIMENTI

Nascita della genitorialità

A cura di Sandra Maestro

Da sempre la psicoanalisi si è interessata della costruzione dei primi legami tra il neonato e le sue figure di attaccamento, la madre e il padre, per offrire dei modelli interpretativi sulle fasi iniziali dello sviluppo psicoaffettivo e dare al tempo stesso delle chiavi di lettura della sofferenza e del disagio.

Winnicott sosteneva che, “non esiste un bambino senza la madre”. Questa affermazione, apparentemente paradossale, sta a significare che per comprendere il comportamento di un bebè, il filtro che l’osservatore deve utilizzare è quello dato dalle “rappresentazioni”, consce e inconsce che i genitori hanno di lui.

Ma da dove scaturiscono queste rappresentazioni? Secondo Palacio Espasa ogni individuo nel diventare adulto sedimenta nel proprio inconscio delle immagini di se stesso bambino e dei propri genitori che vanno a costituire delle “identificazioni”. Tali identificazioni si riattivano con la nascita del bambino nel complesso processo trasformativo che l’autore definisce “lutto evolutivo”. La nascita del bambino comporta, infatti, l’inclusione di una “neoformazione” nella personalità del genitore, il “bambino reale”, per natura diverso da quello immaginato, e la perdita dello statuto esclusivo di figlio, che normalmente tende a risolversi con l’identificazione da parte del neo-genitore con i propri genitori. Ma il bambino reale non è mai solo “il bambino”, ma è anche il “bambino che i genitori avrebbero voluto essere…” e specularmente i genitori si identificano con “i genitori che avrebbero voluto avere…” Questa “gioco “di identificazioni incrociate è cruciale per la formazione dei primi legami ed è una delle chiavi di lettura per comprendere le interazioni tra genitori e figli.

Quindi per capire qualcosa di un bambino dobbiamo anche vedere ed ascoltare le persone che si prendono cura di lui. Dal punto di vista di Winnicot la “cura” prevede:

1) la “preoccupazione materna primaria” ovvero una condizione mentale della madre di intensa e totale dedizione al neonato capace di alimentare in lui l’illusione di essere tutt’uno con lei;

2) l’holding ovvero la capacità della madre di fungere da contenitore delle angosce del bambino, intervenendo per soddisfare i suoi bisogni emotivi e riuscendo a mettersi da parte nel momento in cui il bambino non ha bisogno di lei;

3) la “madre sufficientemente buona” cioè una madre che attivamente si adatta alle necessità del bambino, un adattamento attivo che a poco a poco diminuisce a seconda della capacità del bambino che cresce, di tollerare la “disillusione” e la frustrazione, conseguente al venir meno della totale corresponsione materna ai suoi bisogni emotivi.
Per Bion un’altra dimensione della cura materna è data dalla funzione di rêverie, ovvero uno stato mentale aperto alla ricezione di tutti gli stimoli provenienti dal bambino e in particolare alle “identificazioni proiettive” legate alle intense angosce di morte, elicitate nel neonato dalla condizione di assoluta dipendenza. Attraverso la sua “funzione alfa”, ovvero attraverso la sua capacità di pensiero, la madre metabolizza le ansie del bambino e gliele restituisce in un modo per lui più tollerabile.
Indipendentemente dalla declinazione che il concetto di cura ha per la psicoanalisi, il ruolo del padre è centrale, inizialmente per il sostegno dato alla madre, successivamente per la sua funzione di modulatore della separazione all’interno della coppia madre-bambino e per consentire passaggio da legami di tipo diadico a legami di tipo triadico.

Quindi per la psicoanalisi una dimensione centrale dell’ “l’ambiente” di crescita del bambino è rappresentata dall’assetto emotivo e dall’intrapsichico dei genitori, per la cui comprensione ed esplorazione servono contesti e strumenti specifici.

Ma il bambino come interagisce con tutto ciò?

La psicoanalisi oggi è molto interessata ad integrare le nuove conoscenze derivate dalla psicologia dello sviluppo e dall’infant research che hanno rivoluzionato l’immagine del neonato, non più rappresentato in una condizione di “autismo fisiologico” o di “ritiro narcisistico primario” ma al contrario, “orientato” con tutto il suo apparato sensoriale, fin dalle prime ore di vita, verso il contatto con madre.

Questa innata predisposizione del neonato all’interazione sociale con gli altri esseri umani, nonché all’interazione con altre “menti”, come suggerito da tutti quegli esperimenti che dimostrano la presenza fin dalle prime ore di vita dell'”intersoggettività primaria”, (Trevartheen) non esclude tuttavia la necessità di poter disporre di teorie relative allo sviluppo emotivo e psicoaffettivo, che forniscano delle ipotesi sulle “premesse della vita psichica”.

Nella storia della psicoanalisi alcuni autori hanno sviluppato le loro teorie a partire da osservazioni comportamentali empiriche dei neonati, seguendone lo sviluppo longitudinale nell’arco dei primi due anni di vita.

R.Spitz ha introdotto il concetto di “organizzatore” per descrivere alcune tappe evolutive fondamentali , coincidenti con salti evolutivi nel comportamento del bambino e della qualità delle sue relazioni con l’ambiente. Il primo organizzatore è la risposta del sorriso e si colloca al terzo mese di vita; il secondo organizzatore è “l’angoscia per l’estraneo” e coincide con l’VIII mese, l’ultimo organizzatore è “la risposta del no”, attorno al 18° mese.

L’interesse di queste intuizioni empiriche è stato confermato dall’evidenza che in questi periodi il SNC del neonato subisce dei cambiamenti strutturali maturativi che ne rendono il comportamento sempre più più finalizzato ed organizzato.

M. Malher ha concettualizzato lo sviluppo psico affettivo del bambino nel periodo che va dai quattro-cinque mesi di vita fino circa al trentesimo-trentaseiesimo mese denominandolo come “processo di separazione ed individuazione”: Separazione e individuazione rappresentano due sviluppi complementari: la separazione consiste nell’emergenza del bambino da una fusione simbiotica con la madre e l’individuazione consiste nella progressiva assunzione da parte del bambino delle proprie caratteristiche individuali.

Più recentemente Daniel Stern si è impegnato attraverso un’attenta e approfondita ricapitolazione di tutte le conoscenze derivate dall’infant research, nella costruzione di ponti teorici tra il bambino della psicoanalisi e quello della psicologia dello sviluppo, proponendo una teoria dello sviluppo psico-emotivo, basata sullo sviluppo del Sé e della soggettività.

Si potrebbe concludere che uno dei punti di forza dell’approccio psicoanalitico sta nel fornire delle teorie esplicative dello sviluppo infantile strettamente connesse con lo sviluppo del suo sistema relazionale, offrendo quindi delle chiavi di lettura per comprendere le turbolenze emotive e i conflitti che accompagnano i processi di crescita del bambino. A questo proposito Anna Freud, in “Normalità e patologia” descrive la fisiologica fluttuazione dello sviluppo del bambino nelle diverse “linee evolutive”, per cui nel processo di maturazione ci si può aspettare una certa disarmonia, con momenti di regressione. Parallelamente i processi della genitorialità vanno incontro a periodi critici che possono essere legati a snodi specifici della crescita del bambino, o della vita familiare, o della storia personale… ma nella maggior parte dei casi i genitori si rivelano “sufficientemente buoni”, ovvero, sufficientemente permeabili e recettivi al cambiamento e capaci di maturare nel rapporto con il loro bambino quelle competenze necessarie a favorirne la crescita armonica.

Ma quando al contrario, nel processo di accudimento si re-iterano micro-fallimenti (“non riesco a farlo dormire”, “non riesco a calmarlo”, “non riesco a farlo mangiare”) il genitore non percepisce “il rinforzo del sentimento di competenza e fiducia nella propria funzione genitoriale” (Abidin) e il rischio è che gradualmente si strutturi una rappresentazione negativa speculare, ovvero quella di un “cattivo bambino con un cattivo genitore”…In questi casi è importante farsi aiutare!

Bibliografia

Abidin, R. R. (1983). Parenting stress and the utilization of pediatric services. Children’s Health Care, 11(2), 70-3.
Bion W. (1962). Apprendere dall’esperienza. Roma, Armando, 1996 .
Cramer B., Palacio-Espasa F. (1995). Le psicoterapie madre-bambino, Milano, Masson.
Freud A (1965) .Normalità e patologia del bambino: Valutazione dello sviluppo . Milano Feltrinelli,1974 .
Mahler S.M., Pine F., Bergman A. (1975). La nascita psicologica del bambino. Torino Boringhieri, 1978 .
Manzano J, Palacio Espasa F., Zilkha N. (2001). Scenari della genitorialità. La consultazione genitori-bambino, Ed Cortina.
R. Spitz: (1962). Il primo anno di vita del bambino. Firenze Giunti.
Daniel Stern. (1985). Il mondo interpersonale del bambino. Torino, Bollati Boringhieri, 1987.
Trevarthen C. (1998). Empatia e Biologia. Psicologia, cultura e neuroscienze. Milano, Raffaello Cortina Editore.
Winnicott D,(1971). Gioco e realtà. trad. Giorgio Adamo e Renata Gaddini, prefazione di Renata Gaddini. Roma, Armando, 1974.
Winnicot D (1974). Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo. Roma, Armando, 1974.

Genitori si nasce o si diventa?

A cura di Barbara Piovano

Esiste una preistoria infantile del desiderio adulto di paternità e maternità.
Le fantasie infantili di procreazione che risalgono all’infanzia e l’ipotesi di una pulsione universale a essere genitori costituiscono il substrato fantasmatico e biologico del desiderio di avere un figlio.

Il figlio, fin dal momento della programmazione e del concepimento promuove un cambiamento nei genitori. Un’intensa produzione di fantasie si attiva durante il processo di riorganizzazione della identità personale e di genere cui vanno incontro i genitori nelle fasi del concepimento, della gravidanza, parto, post-partum, allattamento. Il desiderio del bambino (e quindi il progetto cosciente) crea nella mente del genitore uno spazio virtuale atto a contenere l’idea del bambino e di se stessi come genitori. E’ il nuovo nato, diverso dall’irrappresentabile bambino immaginario, il bambino reale che sollecita i genitori a creare uno spazio psichico effettivo e non solo virtuale per il figlio .

La genitorialità è considerata nella teoria classica come uno stadio di sviluppo nella vita di un adulto (J. and K. Novick, 1998).

In termini più attuali la genitorialità va intesa non tanto e non solo come una fase dello sviluppo che viene raggiunta sotto la spinta biologica e fantasmatica a procreare, ma come un processo trasformativo che evolve nel corso della vita e attraverso il quale viene sviluppata una costellazione di capacità affettive e psichiche. Questo processo viene attivato dal progetto di avere un figlio e dalle interazioni con lui e richiede un tipo di funzionamento mentale e di disposizione affettiva in ciascun genitore ed un tipo di relazione coniugale – la genitorialità è quindi funzione della coppia nella sua totalità e non del singolo – che promuovono crescita e cambiamento psichico.

La creazione di uno spazio per l’investimento emotivo e la rappresentazione del figlio e di uno spazio di riflessione sulla relazione con il figlio, presuppone:

1— una triangolazione nella relazione di coppia.

Se si deve creare uno spazio per il figlio non può essere mantenuta l’illusione di una relazione fusionale simbiotica. Il passaggio da una relazione a due – che nell’innamoramento era per molti versi una relazione ad uno – ad una relazione a tre, comporta una serie di modifiche dell’assetto di coppia e un fondamentale processo di ri-distribuzione di energie e di investimenti affettivi.

2 — una triangolazione introdotta dal bambino reale.

3 —lo sviluppo di funzioni genitoriali sufficientemente buone.

Le funzioni genitoriali vanno considerate non come competenze innate o da acquisire, ma come funzioni psichiche che condensano la capacita di pensare, in contrapposizione all’agire o all’aderire all’altro, e quella di sostenere emotivamente ed affettivamente la crescita del figlio.
Ciascun genitore può svolgere adeguate funzioni genitoriali, intese come funzioni della mente, se può fare riferimento a un duplice referente materno e paterno, che gli consente di svolgere funzioni paterne e funzioni materne in armonica interazione.

La funzione materna di contenimento e rispecchiamento consente al bambino di sperimentare una continuità del sé e di raggiungere uno stato di coesione del sé.

La funzione paterna, introduce separatezza, profondità e processualità (senso del tempo) nella relazione con il figlio, favorendo in quest’ultimo l’accettazione del diverso da sé, la costruzione di un sé separato, la conquista di uno spazio psichico e di un’attività psichica (capacità di provare emozioni, di immaginare, di sognare).

La disposizione genitoriale affettiva include la capacità di generare amore, di sostenere la speranza, di contenere la sofferenza, oltre a quella di pensare ( Meltzer, 1986).
Essa presuppone che siano di continuo elaborati gli aspetti conflittuali delle relazioni dei genitori con gli oggetti del passato e con gli altri significativi del presente e che nel figlio possa essere proiettato il proprio sé infantile investito narcisisticamente (come dire una buona dose di autostima) ( Freud, 1914).

L’esperienza clinica insegna che in situazioni favorevoli, che non necessariamente conseguono al desiderio e al progetto cosciente di avere un figlio, quest’ultimo, per il fatto stesso di esistere, e per il suo potenziale di sviluppo può rappresentare un momento di crescita per i genitori nel senso che sollecita una serie di aggiustamenti che vanno dalla creazione di uno spazio psichico per il figlio, all’elaborazione di traumi e conflitti con figure significative del passato, alla revisione del legame di coppia, all’elaborazione del lutto dei genitori rispetto a superati valori, ad una maggiore apertura e confronto dialettico con l’ambiente sociale. E’ quello che si può definire come il contributo del figlio alla genitorialità (Piovano, 1998,2004). Se succede che i sintomi del bambino non siano più gestibili all’interno del nucleo familiare i genitori sono allora sollecitati a chiedere interventi specialistici dei quali essi stessi possono usufruire. E’ in questo senso che il sintomo del figlio rappresenta una speranza anche per i genitori. L’analista interviene a riparare dove il disagio e la sofferenza del figlio non è riuscita aprire spazi di riflessione su quello che non ha funzionato o non sta funzionando, nella speranza di saperne un po’ di più su ‘come fare crescere i bambini di qualunque età’ (Bion, 1975).

Bibliografia

Bion, W.R (1975). Memorie del futuro. Trad.it. Raffaello Cortina, Milano
Freud.S (1914). Introduzione al narcisismo.OSF vol.7
Meltzer, D.Harris M. (1968).Il ruolo educativo della famiglia: un modello psicoanalitico dei processi di apprendimento. Centro Scientifico Torinese.
NovickK.K., Novick,J.(2009).Il lavoro con i genitori. Franco Angeli Milano
Piovano.B. (2004).Parenthood and Parental Functions as a Result of the Experience of Parallel Psychotherapy with Children an Parents. Int.ForumPsychoanal 13: (187-2004)
Piovano, B (1994) Le esperienze parallele: percorsi psicanalitici dal bambino al genitore. BorlaRoma-Trad. Ingl. Parallel Psychotherapy with Children and Parent, NY Jason Aronson 1998.

Interrogativi sull’oggi della maternità-genitorialità

A cura di Carla Busato Barbaglio

Riflettere sull’oggi della maternità- genitorialità è un invito a ripensare ad un ‘gioiello’ di possibilità che abbiamo come psicoanalisti, psicologi, psichiatri, ginecologi, pediatri, operatori dei servizi, insegnanti: possibilità attinenti alla cura e alla prevenzione, e più precisamente perché la prevenzione si attivi prima della cura. Il “gioiello” è costituito sia dalle acquisizioni teoriche sulla crescita e lo sviluppo di un bambino, che ormai sono patrimonio comune, sia dalle possibilità di lavoro a contatto con la nascita e la crescita della maternità quale genitorialità. Infatti, non c’è solo la nascita del bambino ma nel concepimento viene avviata quella maternità in fieri, data dalla possibilità di farlo crescere, che è la genitorialità e poi la “nonnità”.
La maternità oggi sembra collocarsi in una linea di frontiera complessa. Ci sono, infatti, ricerche sempre più raffinate, frutto del lavoro di osservazione della relazione madre bambino che si estende all’indietro fin dal tempo del concepimento, (da segnalare il bel lavoro a cura di Gina Ferrara Mori sulla maternità interiore ) tese ad approfondire il difficile compito della costruzione del’grembo materno’. Anche le ricerche accuratissime dell’Infant Research, vedi per esempio Tronick, presentano un modello di regolazione reciproca secondo il quale madre bambino sono legati da un sistema di mutuo adattamento,in cui il bambino costruisce le proprie capacità di regolazione emotiva. Gli studi stessi delle neuroscienze sembrano supportare tali ricerche. Rizzolati afferma che il possesso dei neuroni specchio e la selettività delle loro risposte determinano uno spazio di azione condiviso, all’interno del quale ogni atto e ogni catena di atti, nostri o altrui, appaiono immediatamente iscritti e compresi, senza che ciò richieda alcuna esplicita o deliberata “operazione conoscitiva”. Lettura questa interessante, perché dà consistenza agli studi sull’identificazione proiettiva, sottolineando un movimento riflesso tra i partners della relazione che non passa immediatamente e sempre per una struttura rappresentativa, eppure è presente. E questo riguarda l’essere l’uno di fronte all’altro, l’uno con l’altro. Possiamo perciò ipotizzare che ci sia fin dal concepimento l’iscrizione nel corpo non solo di un programma genetico, ma anche di un alfabeto relazionale che si tradurrà poi nell’esistere in un determinato modo e con una certa qualità di reciprocità.

Si sa inoltre che la depressione, l’ansia, la rabbia, perfino l’ottimismo/pessimismo vissuti dalla donna incinta possono avere effetti stressanti sul feto. Lo stress materno è sempre più associato allo stress del feto e in particolare l’ansia, collegata ad alti livelli di cortisolo (“l’ormone dello stress”) e presente soprattutto negli ultimi mesi di gravidanza, si ritiene possa essere un fattore predittivo di un ritardo mentale e motorio ai 3 mesi del neonato e soprattutto di un ritardo motorio agli 8 mesi.( Tiffany Field). Ogden afferma che “l’esperienza sensoriale è il bambino”, e ogni brusca discontinuità di forma, simmetria, ritmo, pressione epidermica e così via, segna il “non-essere” del bambino.

Gli studi sull’allattamento confermano tutto ciò. Nell’andamento della relazione tra il bambino e la madre, dal modo di essere tenuto in braccio, al rispetto delle pause, dei tempi e alla risposta ad essi, non solo viene favorita l’alimentazione, ma sono poste le basi della comunicazione vera e propria.

Tutte queste ricerche sembrano andare in controtendenza rispetto ai ritmi di una società il cui comun denominatore è la fretta, il consumo, il guadagno. La debolezza, la fragilità, le angosce e tutti i fantasmi legati alla maternità sembrano in essa trovare ancora più difficoltà di radicamento e accoglienza. Quale posto trovano la solitudine e l’angoscia a diventare madre, e quale contenimento viene dato al nuovo rapporto che si va creando quando i ritmi di lavoro poco tutelano la crescita di un bambino? Interessante poi come la proposta che viene dal mondo che si occupa della nascita di un bambino solleciti una risposta materna di azione, più che di pensiero e di interiorità. Pensiamo alle diete cui si sottopongono le madri in gravidanza o alle visite mediche che sembrano essersi moltiplicate su un crinale molto difficile da reggere, tra il vivere un evento che fa parte della vita e una medicalizzazione troppo forte che sposta l’ottica di ciò che sta avvenendo. Si moltiplicano studi sulla vita intrauterina, studi sulla placenta… e poi la donna è lasciata sola, assolutamente non aiutata, anzi spesso si infierisce su di lei in momenti delicatissimi. Quante donne prese da mille visite si sottraggono all’ascoltare il proprio corpo e a costruire l’alfabeto relazionale che come il codice genetico nasce già in utero? Non accadono continuamente espropri? Barbara Duden segnalava il problema del corpo della donna come luogo pubblico, quanto continuamente ancora ciò accade?
Nuovi problemi vengono anche posti dalla grande offerta di possibilità di andare oltre l’infertilità. Possibilità bellissime e inedite, difficili a volte da coniugare nell’esistenza senza che si traducano in un attacco al corpo, alla vita di coppia nella non accettazione di un limite che a volte la vita pone. E che spazio c’è per pensare alla fecondazione eterologa e a ciò che mette in atto prima che ci siano problemi seri per il bambino? Un bambino che uno dei genitori guarderà sempre per scrutarvi un oltre. Non segnalo tutto ciò per chiudere alla ricerca e alla scienza ma per continuare incessantemente a pensare sul fatto che ogni scelta mette in atto meccanismi di cui è meglio sapere prima, per quanto possibile. Così come per le fecondazioni nelle coppie lesbiche, o per i bambini adottati da coppie omosessuali. Quale spazio viene dato, fuori dalle ideologie, al riflettere seriamente su come viene costruita una ‘maternità interiore’, una genitorialità? Questo vale anche per le adozioni. Quale la domanda sottesa alla ricerca di un bambino, e quale spazio c’è perché genitori e bambino crescano assieme?

Vedo poi sempre più adolescenti nati da coppie miste. Altre culture, sradicamenti forti che non hanno trovato accoglienza e comprensione e che rendono difficilissimo il passaggio adolescenziale nel figlio. Interessante a questo proposito il bel testo ‘Maternità in esilio’ di Marie Rose Moro, Dominique Neuman e Isabelle Réal ).

Tutto ciò pone interrogativi sull’eccessiva medicalizzazione della prevenzione, gestita esclusivamente sul fronte degli accertamenti diagnostici strumentali ed ematochimici, che pure debbono avere un loro posto, ma non possono saturare il campo e lo spazio tra madre-feto-bambino-padre-ambiente.E come integrare il lato medico, le ricerche con un tempo di contatto profondo al proprio interno con ciò che sta avvenendo dandosi anche tempi per sognarlo? Questo vale anche per altri percorsi nei quali la richiesta istituzionale non veglia a sufficienza sulla buona riuscita dell’incontro. A questo proposito ci sono interessanti sperimentazioni in Italia. Alcune si collegano al metodo osservativo di Ester Bick, e propongono una formazione agli operatori che si occupano del farsi della vita, aiutandoli ad essere attenti ai loro stessi vissuti per poter accogliere al meglio e sostenere ciò che sta avvenendo.

La costruzione della maternità-genitorialità è un cantiere aperto che non si esaurisce con il concepimento e la nascita ma richiede un continuo lavoro di integrazione tra ciò che la vita propone, a volte anche crudelmente ( aborti, lutti in famiglia, malattie, difficoltà nella coppia stessa, figlio diverso dal sogno, propria storia personale) e la possibilità di mantenere viva e vitale, ricca di interrogativi, curiosità e capacità di pensare e ripensare, la ‘camera gestazionale’ .

Bibliografia

Busato Barbaglio C., Mondello Ml., Tra femminile e materno: l’invenzione della madre. Milano Franco Angeli, 2008.
Busato Barbaglio C., Maternità: fortezza da due debolezze? In N.Neri e C.Rogora., Desideri di maternità. Roma Borla 2010
Duden B., (1991) Il corpo della donna come luogo pubblico Torino, Bollati Boringhieri 1994
Ferrara Mori G., a cura di Un tempo per la maternità interiore Roma, Borla 2008
Field T., 2007, “Being a fetus (Prenatal Growth and Development)” in “The Amazing Infant”, Blackwell Publishing.
Moro MR., Neuman D., I Réal., Maternità in esilio.Milano, Raffaello Cortina Editore, 2010
Ogden T. H., (1989). Il limite primigenio dell’esperienza. Roma, Astrolabio 1992.
Rizzolati G., Sinigaglia C., So quel che fai. Milano, Raffaello Cortina Editore, 2006.
Soubieux M-J.,Soulé M.,La psichiatria fetale. Milano, Franco Angeli, 2007
Tronick E., Regolazione emotiva. Milano, Raffaello Cortina Editore, 2008.

Attualità della figura paterna nello sviluppo psichico dei bambini

A cura di Mario Priori

Nella famiglia della cultura occidentale le figure genitoriali hanno subito profonde trasformazioni negli ultimi decenni. La madre, da “angelo del focolare” totalmente assorbita dalla cura dei figli, si è trasformata in una figura orientata verso nuove realizzazioni che la vedono superare i confini della famiglia, protesa verso nuove mete di lavoro e di impegno sociale. Ancor più radicale è stata la trasformazione della figura paterna. Erede di una tradizione che lo ha visto in una posizione a dir poco marginale rispetto al compito dell’allevamento della prole, il padre ha comunque rappresentato nella famiglia la massima espressione dell’autorità. Con il crollo dei grandi totalitarismi che dell’autorità paterna erano l’espressione simbolica, ha preso avvio un processo che nel periodo delle contestazioni giovanili del sessantotto ha definitivamente messo in discussione il principio di autorità paterna.
Tutti questi cambiamenti sembrano aver restituito una figura paterna rinnovata: siamo ormai quasi abituati alle immagini patinate di questi nuovi padri in atteggiamenti di tenerezza verso i loro figli neonati, coinvolti nelle mansioni di un quotidiano che la tradizione aveva esclusivamente attribuito alle figure femminili. La figura del padre sembra essere sopravvissuta ai mutamenti degli ultimi decenni proprio enfatizzando quei tratti di partecipazione alla cura dei figli che nella tradizione gli erano valsi, invece, la denominazione di “padre assente”. Messo in discussione nei suoi ruoli tradizionali, il padre è stato infine convocato ad una partecipazione, meno istituzionale e più esplicitamente affettiva, nella crescita dei figli.

Il pater familias ha rappresentato per secoli la funzione del padre all’interno della famiglia. In una rigida ripartizione di funzioni con il ruolo materno, preposto all’educazione più che alla cura dei figli, il padre ha rappresentato in seno alla famiglia la legge e l’ordine, la continuità della tradizione ed ha avviato la prole alla vita sociale. Una figura, quindi, che interviene nella vita dei figli in un secondo tempo. Sarà con la psicoanalisi freudiana che il ruolo paterno verrà riconsiderato in modo più completo e ne saranno poi mostrate le profonde funzioni rispetto allo sviluppo psichico dei figli, fin dalle epoche precoci della loro vita.

Molti termini psicoanalitici fanno ormai parte del linguaggio comune ed hanno finito per sostituire in modo approssimativo parole di uso corrente. Così come “rimuovere” è spesso usato come sinonimo di “dimenticare”, in maniera analoga, il “complesso di Edipo” è usato più che altro per indicare un eccessivo attaccamento alla figura materna. Seguendo queste brevi considerazioni sulla funzione del padre, è il caso di chiarire che per la psicoanalisi il “complesso di Edipo” sottende un elemento di novità che irrompe nella scena, un passaggio dal “due” del rapporto madre-bambino al “tre” che si realizza, appunto, con l’entrata in scena della figura paterna. Se nelle origini mitologiche di questo concetto psicoanalitico la comparsa del padre è riferita alla proibizione dell’incesto (S.Freud, 1913), secondo un’ottica riferita allo sviluppo psichico del bambino la funzione della figura paterna che rompe il sodalizio madre-bambino è più che altro rivolta ad un passaggio evolutivo che si realizza nel distogliere il bambino da un vissuto di totale e continua disponibilità della figura materna. Uno stato mentale che prende origine dall’allattamento e che se non trovasse nel “terzo incomodo” paterno un’esperienza di limite renderebbe un figlio poco adatto a vivere in una realtà che prevede inevitabilmente rinunce, attese e frustrazioni. Un padre che contende l’esclusivo possesso della madre e che fa tramontare la fantasia del bambino di essere un tutt’uno con la madre svolge una funzione separativa, permettendo l’instaurarsi di una realistica distanza che crea i presupposti per le future identificazioni. Bisogna pensare a questa funzione paterna non soltanto come esercitata da un padre in carne ed ossa ma anche come una funzione presente nella mente di una madre che, orientata verso un progetto evolutivo, vede nell’esperienza della separazione un passaggio importante e necessario nella vita di suo figlio, qualcosa che le consentirà di tollerare con maggiore serenità le proprie inevitabili indisponibilità alle richieste del figlio. Ma la funzione del padre inizia ancor prima della nascita di un figlio. Già durante la gravidanza egli è chiamato a svolgere una funzione contenitiva, condividendo con la sua compagna le ansie e le preoccupazioni che le trasformazioni corporee della gestazione possono generare, così come sarà chiamato, alla nascita del figlio, a svolgere una funzione protettiva per la delicata esperienza della coppia madre-bambino.

Questa nuova esperienza di vicinanza può sprigionare vissuti spesso difficili da conciliare con i tratti di una identità maschile ancora venata dai lasciti della tradizione. L’avvicinamento dei padri all’intimità dell’esperienza della maternità può far balzare in primo piano più espliciti sentimenti di tenerezza o di esclusione, se non di gelosia o di invidia, sentimenti a cui è spesso difficile dare una collocazione. Quella del divenire padri è diventata quindi un’esperienza complessa che investe livelli profondi dell’identità maschile.

Se la figura materna è impegnata in una più intensa partecipazione alla vita sociale che la costringe ad esitare meno a lungo nelle cure primarie della prole, il padre si allontana dagli antichi fantasmi dell’autoritarismo diventando spesso una figura amicale per i figli. Da queste nuove figure genitoriali crescono nuovi figli modellati da precoci richieste materne sul piano dell’autonomia e delle prestazioni, figli assai poco conformati in relazione ad un principio di autorità, sicuramente poco inclini ad accettare le norme costituite, le opinioni e l’operato stesso dei genitori. Tutto ciò produce una contrapposizione generazionale più esplicita ma espone anche le nuove generazioni ad un bisogno di protezione che si traduce molto spesso in una ricerca di rassicurazione attraverso il successo economico e nel perseguimento di obiettivi socialmente riconosciuti.

In definitiva, il contraccolpo delle trasformazioni socio-culturali della figura paterna da un lato espone l’uomo ad una rivisitazione profonda dei canoni della propria identità e dall’altro rischia di imporgli un radicale allontanamento dai fantasmi dell’autoritarismo degli antichi padri attraverso la totale rinuncia a qualsiasi tratto di autorevolezza. Sembra che il padre debba trovare un nuovo modo di svolgere il proprio ruolo attraverso la possibilità di rappresentare anche quella funzione di limite che, senza risvegliare le ombre del padre-tiranno, possa costituirsi come elemento che orienti e protegga la crescita dei figli.

Bibliografia

Freud S. (1913), Totem e Tabù in O.S.F., vol.7, Boringhieri Ed. 1974.
Guerriera C., Il padre nella mente, Idelson-Gnocchi Ed., Napoli, 1999.
Quagliata E. (a cura), Essere Genitori, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 2010.
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