Le Serie Televisive: la versione di uno psicoanalista

true detectiveIn Cinema una nuova rubrica sulle serie televisive 

    Bernardo Bertolucci ha dichiarato di recente (www.repubblica.it): “Le serie che vedo sono più belle di quasi tutti i film hollywoodiani anzi, le aspetto con ansia, e non aspetto più i film, nemmeno quelli con cast stellari. Trovo nella fiction quello che non vedo più al cinema. I bei film di questo momento per me sono dentro le serie, hanno riconquistato i tempi che il cinema ha fatto a pezzettini, ingoiato e fatto sparire; i tempi della serialità sono quelli del cinema che amavamo”. 

Se lo dice lui, di cui tutti conoscono l’amore per la psicoanalisi e Presidente Onorario dell’European Psychonalitic Film Festival, che si svolge ogni due anni, dal 2001, a Londra – Chairman è Andrea Sabbadini – e che possiamo considerare l’anello di congiunzione tra psicoanalisi e cinema, come non dargli credito? Interessarsene, per noi, è necessario: il fenomeno è diventato esplosivo. La qualità media di molti serial è alta, sono diventati codici espressivi particolarmente graditi alle star e, soprattutto, sono molto seguiti. Ci sono serie per ogni gusto e ogni età. Non sono “il Cinema” ma vengono da lì. Entrambi sono “l’incarnazione dell’immaginario nella realtà esterna” (Morin, 2001) e soddisfano, come direbbe Baricco (2006), il bisogno sempre più urgente di “entrare in sequenza”, essere in continuo movimento, seguire una – o più – traiettorie, entrare e uscire dalle storie quando e come si vuole.
Le serie televisive “offrono l’opportunità di sviluppare personaggi e ambienti seguendoli e descrivendoli da infiniti punti di vista”, dichiara la scrittrice Elisabeth Strout (la repubblica, 21 novembre 2014) il cui bestseller Olive Kitterige è diventato una miniserie attesissima che andrà in onda a gennaio, presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Se ne parla tra amici, vengono fuori nelle stanze d’analisi, spopolano sul web, imperversano nei canali televisivi. Ti inseguono e se ti prendono non ti mollano. Perché quella che fa per te, sicuramente, è in onda, o sta per arrivare o, se la cerchi, sicuro che da qualche parte la trovi.
Consigliata la visione in lingua originale (beh, magari sottotitolata) perché le voci degli attori sono straordinarie (altro è capire quello che dicono … ma il suono, il timbro … “indoppiabili”).
Vi propongo di seguito alcune tra le serie andate in onda nel 2014 per le quali è attesa la prossima stagione: House of Cards, True Detective, The Leftovers, Top of the Lake, The fall.
Ogni mese sarà pubblicata la segnalazione di una o più serie in onda (scelta, visione e versione personale).Commento di Elisabetta Marchiori

Aspettando la prossima stagione

House of Cards

La terza stagione è attesa per febbraio 2015 e, date le due precedenti, promette bene: stiamo parlando di House of Cards – Gli intrighi del potere – dall’omonimo romanzo scritto da Michael Dobbs, per anni braccio destro della Thacher da cui fu cacciato su due piedi. Concepita e prodotta da Beau Willimon, è ambientata nell’odierna Washington D.C. Come ben troviamo sintetizzato su Wikipedia “segue le vicende di Frank Underwood (Kevin Spacey), un Democratico eletto nel quinto distretto congressuale della South Carolina e capogruppo di maggioranza della Camera che, dopo essersi visto sottratto il posto da Segretario di Stato che il neopresidente gli aveva promesso, inizia un giro di intrighi per giungere ai vertici del potere americano”. Sua moglie Claire (Robin Wright) è sua complice, lo sostiene e lo sfrutta a sua volta.
Intervistato su la Repubblica (7 dicembre 2014) Dobbs dichiara: “Per fare House of Cards è bastato conoscere la politica per come è realmente e darne una rappresentazione edulcorata: altrimenti nessuno mi avrebbe preso sul serio”.
E, ancora, sul protagonista Frank Underwood: “Il modo migliore per descrivere il carattere del mio eroe. Uno che dice: perché strappare solo un braccio al tuo nemico visto che ne ha due?”.
Kavin Space e Robin Wright interpretano la coppia diabolica tesa alla conquista del potere in modo esemplare. Nonostante le situazioni diventino inevitabilmente, puntata dopo puntata, sempre più drammatiche e pesanti, nessuna strategia messa in atto dai due appare inappropriata o poco credibile, nella machiavellica determinazione a raggiungere il fine con qualunque mezzo.
È agghiacciante la loro lucidità.
La serie è un manuale di istruzioni su come difendersi dalla perversione del potere, che gioca un ruolo fondamentale non solo in politica, ma in ogni istituzione, anche sulla coppia.
Un manuale per immagini sulle relazioni e sulla comunicazione umana, dalla normalità alle più gravi patologie dei nostri tempi. Sul narcisismo e sulla perversione. Sui giochi pericolosi e sulle bassezze della politica. E sulla loro forza seduttiva: davvero difficile resistere.

True Detective

Arriverà in autunno la seconda stagione di True Detective e nel frattempo, se non l’avete vista, trovate il modo di vedere la prima, ancora su Sky on demand, ormai un cult, la migliore serie del 2014, amata dal pubblico, osannata dalla critica, pluripremiata.
True Detective è ipnotizzante già dalla sigla: Far for any road, dei Family Handsome (ascoltatela, almeno questa).
Creata e scritta da Nic Pizzolatto (grande scrittore), diretta magistralmente da Joji Fukanaga, con una colonna sonora straordinaria.
È interpretata da un impeccabile Matthew McConaughey (premio Oscar, fantastico), il geniale e leopardiano detective Rustin “Rust” Cohle e da Woody Harrelson, il suo compagno Martin “Marty” Hart, tipico americano medio, luoghi comuni, chiesa-famiglia, barbecue e amanti.
“Due tipologie antitetiche di maschio bianco americano, che riescono a tirare fuori l’oscurità che entrambe nascondono, mostrando le pieghe più nascoste sia dell’accettazione che della rimozione della paura” (www.seriangolo.it). Un’oscurità che è anche il Male, l’orrore, la corruzione profonda, l’ipocrisia, la bestialità e il desiderio di vendetta che alberga in ognuno di noi. Fa forse la differenza la consapevolezza di Cohle, che tenta, invano, di obnubilare con l’uso di sostanze e di alcool.
Le vicissitudini della vita cambieranno profondamente i due protagonisti.
Attraverso archi temporali diversi e flashback mozzafiato sono rappresentate le vite private e le indagini dei due detective su una serie di omicidi che colpisce la Louisiana nell’arco di diciassette anni.
La storia si dipana su piani diversi, la realtà raccontata da ciascuno dei protagonisti secondo il proprio vissuto e “i fatti” così come li vede lo spettatore si fondono e si confondono, cosicché le “verità” si moltiplicano e risultano tutte in qualche modo vere in quanto realtà psichiche.
Ispirata alle atmosfere e ai temi della raccolta di racconti Re Giallo firmata da Robert W. Chambers (1865) ripubblicata dopo centovent’anni da Vallardi, True Detective è disseminata di riferimenti letterari e filosofici. Sono talmente tanti che, dai commenti leggibili sul web, è evidente come ognuno possa pescare dalla sua biblioteca personale: Conrad, Faulkner, Durrematt, Celine, Kristof, fino a Cioran e Nietzsche e ai romanzi polizieschi di Glauser, il cui autore ha avuto una vita simile a quella del detective Cohle. (Legione Straniera, droghe, ospedale psichiatrico) e molti altri si potrebbero citare.
Rimane il dubbio se “l’oscurità” prenderà il sopravvento sulla luce o viceversa, ma le stelle che continuano a brillare nel cielo un barlume di speranza lo accendono (per sapere di cosa sto parlando bisogna vedere la serie). E anche, guardando le stelle, continuare a raccontare storie a chi le sa ascoltare.
Una serie coraggiosa, che con la forza delle immagini e dei dialoghi si tuffa “giù, nell’ignoto, per trovare qualcosa di nuovo”. Per dirla con Baudelaire.

The Leftovers

Il titolo italiano Svaniti nel nulla si riferisce all’evento che dà l’incipit alla storia: improvvisamente, senza nessuna spiegazione possibile, il 2% della popolazione umana sparisce. Al solito, la traduzione è fuorviante, perché i dieci episodi della serie sono focalizzati sui leftovers, i rimasti, gli avanzi, gli ancora al mondo. Su di loro e sulle loro reazioni a una elaborazione del lutto impossibile. Rabbia, disperazione, senso di colpa, vergogna, vendicatività, odio tra persone che si schierano in sette contrapposte dove non c’è posto se non per una Fede che accieca.
Justin Theroux, con la sua bella faccia e tutto il resto, nel ruolo di Kevin Garvey, capo della polizia di una cittadina colpita pesantemente dalle sparizioni, ci accompagna per tutte le puntate, ognuna focalizzata su personaggi diversi. Particolarmente interessante lo sguardo sui vissuti degli adolescenti, in cui ci coinvolge la figlia di Garvey, Jill, interpretata da Margaret Qualley (meravigliosa figlia di Andie MacDowell).
Una serie televisiva sulle drammatiche reazioni emotive e sui “passaggi all’atto” determinati dalla perdita improvvisa e traumatica non solo di qualcuno di caro, ma di ogni certezza, non poteva che generare reazioni contrapposte, di coinvolgimento profondo o di rifiuto.
Per chi si interessa della psiche umana e di come le immagini filmiche possano rappresentarne le dinamiche, è imperdibile. Basta essere preparati, e già dalla sigla si intuisce a cosa si va incontro.
Come per True Detective, anche qui c’è lo zampino di uno scrittore straordinario, Tom Perrotta (autore dell’omonimo romanzo), che firma la serie con Damon Lindelof e Peter Berg.

Top of the Lake

Il mistero del lago è una miniserie televisiva del scritta dal premio Oscar Jane Campion (Lezioni di Piano, 1993) e Gerard Lee e diretta da Garth Davis e Jane Campion.
Girata e ambientata in Nuova Zelanda, è incentrata sulle indagini della detective Robin Griffin, interpretata da Elisabeth Moss, sulla scomparsa della dodicenne Tui Mitcham, dopo un tentativo di suicidio in seguito al quale si scopre essere incinta. Probabilmente è stata vittima di una violenza, forse di un incesto. La comunità del luogo reagisce in modo omertoso, violento, inquietante. L’ambientazione amplifica un’atmosfera onirica, affascinante, avvolgente: le montagne, i boschi, il lago.
La Moss è perfetta nella parte del detective tormentato (ha vinto per questa un Golden Globe), con fame di verità, piena di rabbia e desiderio di vendetta. Si identifica profondamente con la giovane scomparsa, essendo a sua volta stata vittima di violenza, e mantiene un’espressione stupefatta che si attaglia perfettamente al personaggio. Ben delineato il rapporto conflittuale con la madre gravemente malata e convincente la storia d’amore che vive parallelamente.
Nel cast c’è anche Holly Hunter, inquietante guru di una comunità di donne maltrattate, che vivono isolate dalla società.
Ambientata in una Nuova Zelanda dal contesto sociale conservatore e maschilista, affronta il tema della violenza, dei maltrattamenti, degli abusi sulle donne e sulle adolescenti, del segreto, dell’omertà, della complicità e della corruzione che li circondano e danno ossigeno per continuare ad essere perpetrati.
La regista mette magistralmente in luce quel nucleo primitivo, arcaico, che attraversa i generi e cultura e civiltà non hanno ancora mutato: il possesso del corpo e della psiche della donna da parte dell’uomo. Donna che, in fondo, può arrivare ancora a pensare che tutto è inutile perché le cose non possono che essere così.
La tenace detective Griffin lo ha sperimentato sulla sua pelle: il silenzio uccide quanto un coltello o una pistola. Lo fa sperimentare anche agli spettatori.

The fall

“Il diavolo, signori miei, è letteralmente nei dettagli … dettagli, dettagli e ancora dettagli”.
Stella Gibson, la detective incarnata da Gillian Anderson, chiamata da Londra a Belfast a supervisionare le indagini su un omicidio, lo sa per certo. Come recitano i versi di Callimaco: “L’ospite aveva una piaga nascosta […] e per gli dei, ho ragione di dirlo, io, ladro, riconosco i segni del ladro”.
Gli ingredienti del thriller con serial killer e poliziotti ci sono tutti, ma sono dosati e amalgamati tra loro in modo originale e con ritmo inusuale, in questa miniserie Made in UK, prodotta dalla BBC e da RTE One. Sicuramente non annoia, visto che se la sbriga in cinque puntate, con già in cantiere la seconda stagione.
Ecco l’assassino, con la solita infanzia rubata, di giorno consulente psicologico, padre affettuoso di due bimbi, moglie prosperosa (di cui pare il terzo figlio) infermiera in un reparto di neonatologia. Paul Spector ha il bell’aspetto di Jamie Dornan (scelto come protagonista della versione cinematografica di 50 sfumature di grigio): “anche un pluriomicida può avere le sue buone qualità o una bella faccia” – afferma la Gibson osservando una identikit. Noi sappiamo da subito di cosa è capace. Uccide donne in carriera, carine, soffocandole piano piano – spremendone la vita – le lava, le mette in posa, le fotografa. Dopodiché si riprende il suo zainetto e lo nasconde in soffitta, da cui accede dalla stanza della figlia. Che soffre di incubi notturni e disegna soggetti inquietanti. La macchina da presa “sorvola” sui personaggi, li riprende dall’alto, come se non esistessero tetti sulle case né difese a proteggere le loro menti.
Le ipotesi della Gibson si confermano, passo dopo passo, sempre corrette, in un gioco di dinamiche mentali speculari.
Per entrambi, è evidente, è una questione di potere, controllo, eccitazione, intimità.
Il cuore della questione è che Stella, Paul e altri personaggi (il medico legale, il capo della polizia locale, una delle vittime) sono “raddoppiati” in due Sé, che vivono di vita propria. Potremmo riferirci al vero Sé e al falso Sé winnicottiano, ad un disturbo dissociativo, ad una personalità multipla. Ma è qualcosa di diverso e Stella Gibson usa un termine preciso: “dubling”.
Ho scoperto che è stato coniato da Lifton (1986) per spiegare l’orrendo comportamento dei medici Nazisti verso i prigionieri dei campi di concentramento. “Dubling” è un processo attivo, una forma di adattamento a situazioni estreme, che permette di evitare il senso di colpa e le conseguenze delle scelte dal punto di vista morale: “The division of the self into two functioning wholes, so that part-self acts an entire self. […] Doubling is the psychological means by which one invokes the evil potential of the self”. The evil is in details …

Febbraio 2015