4-5 febbraio 2017, Roma. Convegno internazionale “EMBODIED MEMORIES”

Report di Anatolia Salone   

Il convegno, organizzato da Rosa Spagnolo, Francesco Castellet y Ballarà e Claudia Spadazzi, del Centro Psicoanalitico di Roma, con l’endorsement di Neuropsychoanalysis, segue l’analogo evento tenutosi lo scorso anno nella tradizionale cornice dell’Hotel Quirinale.

In questa edizione gli ospiti internazionali sono stati Manos Tsakiris, Horst Kachele e Oliver Turnbull.

Stefano Bolognini, presidente IPA, apre il convegno, sottolineando l’importanza del dialogo tra la ricerca neuroscientifica e la teoria psicoanalitica, nell’ottica di una cross-fertilization tra i due campi di cui si avverte una profonda esigenza. Egli sottolinea al riguardo che il fatto che l’International Psychoanalytic Association destini il 20% dei propri fondi alla ricerca è la testimonianza concreta dell’importanza che istituzionalmente viene data a tale campo di indagine, ma anche che l’elevato costo degli studi neuroscientifici rende tale contributo quasi esclusivamente simbolico.

Bolognini introduce poi la relazione di Rosa Spagnolo, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, The body: beyond memory embodiment. Il termine embodiment, concetto centrale nel convegno, viene collocato all’interno di una cornice psicopatologica e clinica. Con il concetto di embodiment, sottolinea la relatrice, si mette in evidenza innanzitutto che la cognizione dipende dal  tipo di esperienza che proviene dall’avere un corpo con varie capacità sensomotorie, e in secondo luogo, che queste capacità individuali senso-motorie sono a loro volta integrate in un più inclusivo contesto biologico, psicologico e  culturale. Vengono prese in considerazione le teorizzazioni che sostengono che l’embodiment non è solo un fattore da aggiungere alla cognizione/memoria per giustificare il legame fra il corpo e la mente,  bensì un concetto più ampio che ci induce a pensare che il cervello non è il solo luogo dove avvengono i processi cognitivi. Viene ripreso il concetto di Damasio di  «marker somatico», che, inteso  come una forma di embodied memory, ci permette di superare la lettura delle percezioni come eventi parcellari periferici e di integrarle in maniera estensiva nella mappatura degli stati somatici interni (body inner states). Come evidenziato da Bechara e collaboratori, quando un individuo si confronta con un nuovo evento, che richiama esperienze emozionali precedenti, insieme alla memoria episodica vengono riattivati tutti gli stati fisiologici collegati alla memoria dell’evento .

Dalla embodied cognition e dalla embodied memory, dunque, passando attraverso una revisione del concetto di corpo dal punto di vista fenomenologico e psicoanalitico, in cui si può differenziare il korper (edificio corporeo o anatomia che può essere danneggiato nella sua integrità da una ferita o da una lesione), dal leib (radice del vivente, carne viva) e dal leiche (corpo morto, cadavere), Rosa Spagnolo introduce la riflessione sulla irriducibilità del nostro essere al nostro percepire cosciente. «Il corpo e le memorie corporee – dice- amplificano  la portata  del nostro sapere, sfuggendo al controllo totalizzante del sapere computazionale simbolico. Il corpo è immanente alla mente e ne travalica la conoscenza, ma anche la mente trascende continuamente il corpo autocreandosi. La psiche è estesa e  includendo nel suo continuo lavorio sia gli  individui che l’ ambiente,  travalica i confini del corpo e del cervello che ne limiterebbero la sua estensione all’approssimazione nel finito e ci permette di sperimentare l’infinito pur non possedendolo mai a causa della concretezza dei nostri corpi». La relazione si conclude con un esempio clinico che aiuta a comprendere meglio i modelli citati, i quali si prestano mirabilmente ad una sua comprensione e descrizione.

Nel contesto teorico evidenziato dalla relazione di Rosa Spagnolo si inserisce l’attività di ricerca di Manos Tsakiris, professore presso il dipartimento di psicologia della Royal Holloway University di Londra. La sua relazione, dal titolo Plasticity of embodiment and self-representations, è centrata su un campo di grande interesse ed importanza, ma anche fonte di forti controversie, in ambito neuroscientifico, cioè il Self. Nelle varie correnti di ricerca, Tsakiris si posiziona all’interno, ed è uno dei maggiori studiosi al riguardo, di quella linea che colloca profondamente la percezione di noi stessi nelle interazioni tra noi, il nostro corpo, ed il mondo esterno. Nell’ambito del cosiddetto bodily Self, la body ownership, cioè la percezione di appartenenza del nostro corpo a noi stessi, si inserisce sul piano neuroscientifico in una concezione a tre livelli del Self, con l’obiettivo di sviluppare un modello unificato, in cui il livello di integrazione multisensoriale si coniughi con la cosiddetta enterocezione, come aspetto a sua volta inscindibile dalla esterocezione. L’approccio teorico alla concezione del Self, in linea con la teoria del predictive coding, introduce profonde differenze rispetto alla visione psicopatologica tradizionale, ponendo l’attenzione sulle relazioni dinamiche tra le diverse modalità corporee, in cui sia aspetti di integrazione che di competizione tra le stesse contribuiscono all’unità e alla stabilità del sé corporeo. Per avere un’idea dell’importanza di questo campo di indagine basti pensare alle implicazioni di questo modello nella comprensione delle complesse interazioni Sé-altro e del confine del Sé e, di conseguenza, in ambito clinico nella comprensione di molti disturbi, innanzitutto le patologie psicotiche. I risultati che emergono da vari studi riportati da Tsakiris ed effettuati con paradigmi sperimentali basati sulla cosiddetta rubber hand illusion, mostrano chiaramente che un cambiamento nella percezione di un aspetto puramente corporeo del Self, come ad esempio la appartenenza a sé della propria mano o la rappresentazione mentale del proprio viso, non solo altera le associazioni ad un livello più elevato del Self, ma modifica anche gli aspetti affettivi e sociali della percezione altrui. (per una comprensione più approfondita si può consultare uno degli ultimi paper di Tsakiris ,The multisensory basis of the Self: From body to identity to others, The Quarterly Journal Of Experimental Psychology, 2016)

La mattinata si conclude con la presentazione di un caso clinico da parte di Simona Argentieri, membro ordinario con funzioni di training della Associazione Italiana di Psicoanalisi, e con la discussione con la sala.

Nelle sessione pomeridiana il chair Maggiorino Genta, membro ordinario con funzioni di training della Società Svizzera di Psicoanalisi, introduce la relazione di Claudia Spadazzi, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, dal titolo Psychosomatics today . La relatrice pone l’accento su quanto emergerà tra le righe dalle considerazioni della successiva relazione di Kächele, cioè innanzitutto una assoluta necessità di costruire un modello di psicosomatica psicoanalitica che attualmente appare lontano da un concreto dibattito con le neuroscienze. Partendo da una rivisitazione di vari modelli di psicosomatica, Spadazzi evidenzia il limite della psicosomatica psicoanalitica, come se «alla fine il ‘soma’ – sottolinea – nella sua concretezza biologica, risulta sempre di difficile messa a fuoco, oscillando tra una forte sovraesposizione e un’improvvisa evanescenza». La progressiva comprensione della relazione mente-cervello, le conseguenze sul sistema informativo di comunicazione con l’organo e, quindi, gli effetti sull’organo stesso, sono passaggi che si giovano del contributo della psicoanalisi per una visione antiriduzionistica della scienza medica. Il limite della psicosomatica psicoanalitica, tuttavia, dovuto inizialmente alla scarsità dei mezzi di indagine, a volte  è l’aver cercato di mettere in connessione i due sistemi estremi, la mente e l’organo (o la funzione),  colpiti da malattia, senza poter prendere in considerazione i passaggi intermedi.

La relazione di Horst Kächele, psicoanalista con funzioni di training della Ulm Psychoanalytic Institute, e professore presso l’Università Psicoanalitica Internazionale di Berlino, parte dall’evidente importanza del contesto ambientale nello strutturarsi del nostro stare nel mondo, dato l’inscindibile interfacciarsi del Sé con l’altro. Kächele cita il concetto di situational circle, per calare la dimensione della psicosomatica all’interno di una cornice bio-psico-sociale. Molti disturbi psicosomatici o somatopsichici portano ad un allontanamento di parti del proprio corpo che diventano parti aliene dal proprio body schema. L’approccio teorico basato sull’embodiment fornisce una cornice in cui anche i disturbi psicosomatici e somatopsichici possono essere concepiti come alterazione dell’embodied Self. Kachele richiama poi il concetto di core affect e pone l’accento su come la nostra percezione ed interpretazione degli oggetti e delle persone ed il nostro modo di reagire ad essi sono necessariamente correlati ad un particolare stato corporeo. Il core affect può essere concepito come il barometro della relazione di un individuo con l’ambiente in un dato momento e, dunque, come una pre-condizione per l’esperienza in prima persona del mondo in cambiamento e la base della nostra esperienza cosciente. I circuiti cerebrali responsabili di questa funzione mediano pertanto anche la codifica delle informazioni sensoriali provenienti dall’ambiente esterno, in modo da formare rappresentazioni interne dell’ambiente stesso. Lo schema emozionale, lo schema corporeo, pertanto, sono tutti concetti derivanti da tale visione, in cui l’ambiente, inteso soprattutto come ambiente relazionale, assume un ruolo centrale. La regolazione dell’affetto interpersonale tra bambino e caregiver, sottolinea Kächele, è essenziale per lo sviluppo ottimale dei circuiti cerebrali sottostanti il dolore somatico. Studi empirici dimostrano nei disturbi somatoformi un’alterazione della codifica degli stati emotivi e la spiccata tendenza a percepirli come mere sensazioni fisiche. Kächele sottolinea anche l’importanza dell’informazione nell’ambiente medico rispetto all’efficacia delle terapie non farmacologiche in pazienti affetti da disturbi psicosomatici.

Il caso clinico presentato da Luigi Cappelli, membro ordinario con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana, conclude la giornata, stimolando una vivace discussione con la sala.

Chair della seconda giornata congressuale è Silvio Merciai, membro ordinario della società Psicoanalitica Italiana, il quale introduce la relazione del terzo ospite straniero, Oliver Turnbull, professore presso la Bangor University e tra i fondatori del movimento neuropsicoanalitico. Il titolo, Emotional memory despite profound amnesia, mette in diretto contatto con l’area di ricerca principale di Turnbull, cioè lo studio dei sistemi di memoria e dei loro correlati neurali. Turnbull mette innanzitutto in evidenza la segregazione anatomo-funzionale dei sistemi emotivi dalla memoria episodica, e la loro influenza, tramite circuiti a terminazione frontale mediale e dorso-laterale, sulle funzioni esecutive. Egli studia da tempo le basi cognitive ed emotive del complex decision making e dell’apprendimento, fenomeni alla base dell’esperienza che siamo soliti definire «intuizione», in cui le emozioni assumono un ruolo centrale, essendo capaci di influenzare l’apprendimento. E’ noto che l’apprendimento durante il complex decision making facilita la consapevolezza delle possibili conseguenze di decisioni complesse, proprio sulla base dell’aver sperimentato le conseguenze emotive di azioni precedentemente effettuate. Attraverso studi centrati sull’uso dello Iowa Gambling test, Turnbull evidenzia che la manipolazione affettiva prima del task influenza significativamente la performance al task stesso, determinando qualcosa di simile a ciò che definiamo pregiudizio. Proprio l’intuizione dell’indipendenza anatomica tra i sistemi che sottendono la memoria episodica e l’apprendimento emotion based, ha portato alla definizione di studi lesionali, di neuroimaging e clinici, in cui è stato evidenziato che in pazienti affetti da amnesia l’apprendimento emotion-based può rimanere intatto. Questa evidenza sperimentale comporta implicazioni non solo sul piano teorico, ma anche in ambito clinico-terapeutico, ad esempio nel trattamento della demenza (in cui va valorizzata la preservata capacità di apprendere e conservare informazioni emotivamente cariche), nella spiegazione della amnesia infantile (esaltando il ruolo delle relazioni affettive e dell’attaccamento nella possibilità da parte del bambino di apprendere e trattenere informazioni prima dello sviluppo delle strutture, ippocampo in primis, centrali nella memoria esplicita) ed infine nella maggiore comprensione dei meccanismi sottostanti al cambiamento in seguito a psicoterapia (le evidenze suggeriscono fortemente che l’alleanza terapeutica, conservata anche nelle amnesie, sia basata su sistemi di memoria differenti e separati da quelli che mediano la memoria episodica, e che dunque anche il miglioramento clinico sia determinato soprattutto dalla relazione emotiva che si stabilisce nella coppia terapeutica).

Francesco Castellet y Ballarà, membro ordinario della società Psicoanalitica Italiana, sottolinea con la sua relazione conclusiva, dal titolo The role of emotions in Trauma and Memory, l’importanza delle emozioni, e della memoria emotiva, nelle situazioni traumatiche. Partendo da una tassonomia delle emozioni, e passando attraverso una descrizione accurata dei livelli di elaborazione emotiva e della loro relazione con i processi di apprendimento e memorizzazione, anche alla luce della conoscenza neuroscientifica attuale, viene posto l’accento sui diversi tipi di trauma. In particolar modo viene distinto il cosiddetto early relational trauma dall’ adult onset trauma,  in quanto esistono evidenze non solo cliniche ma anche empiriche di come il trauma precoce sia in grado di alterare profondamente e precocemente strutture frontali che mediano il controllo inibitorio sul sistema limbico e, di conseguenza, i processi di attaccamento, la capacità di mentalizzazione e autoriflessività nel bambino.

Il caso clinico presentato al termine da Giuseppe Bruno, membro associato della Società Psicoanalitica Italiana, funge da stimolante spunto di riflessione pratica sui pazienti con esperienze traumatiche precoci.

A conclusione dei lavori, Anatolia Salone, membro associato della Società Psicoanalitica Italiana, effettua una sintesi delle relazioni presentate e introduce la prossima edizione degli Italian Psychoanalytic Dialogues con Joseph LeDoux e Stefano Bolognini, i quali saranno anche discussant reciproci, in una sorta di confronto-controversia, lasciando poi spazio nella seconda giornata ad una tavola rotonda allargata.