Capozzi P. (2015). Discussione della relazione di Maria Ponsi “Avere in mente il cervello. Le ricadute sulla clinica delle ricerche sulle neuroscienze” presentata al Centro Milanese di Psicoanalisi. 26 Nov 2015.

Comincio il mio intervento ricordando l’invito di Kernberg fatto al congresso IPA del 2002, che sottolineava in quella sede gli enormi sviluppi delle neuroscienze, della psicologia cognitiva, delle teorie degli affetti e della biologia della memoria (ma io aggiungerei anche i risultati dell’Infant Research, della Teoria dell’Attaccamento, della genetica, della biologia evoluzionista), a creare una nuova alleanza tra neuroscienze e psicoanalisi in modo da diventare i due pilastri della conoscenza della mente umana. In quell’intervento Kernberg, giustamente, ricordava l’atteggiamento che ciascuno, nell’incontro interdisciplinare, deve assumere: la consapevolezza delle proprie metodologie e delle proprie limitazioni. Anche Kandel, nel suo ormai storico articolo del 1998, A new intellectual framework for psychiatry, dopo aver dichiarato la profondità cui è giunta la psicoanalisi nella conoscenza dell’inconscio dinamico, del determinismo psichico, dei processi mentali inconsci nella psicopatologia, sottolinea la necessità di una revisione metodologica all’interno del pensiero psicoanalitico senza per questo ridurre i concetti psicoanalitici a quelli puramente neurobiologici. E perciò ormai da 20/30 anni assistiamo a un confronto e dialogo con le neuroscienze, confronto con posizioni molto variegate. Ad esempio, ci sono molti psicoanalisti che tendono a usare le neuroscienze solo per dimostrare la validità della loro particolare teoria psicoanalitica nella vasta pletora dell’attuale pluralismo, ossia cercano la conferma neuro scientifica. Ma questo non basta perché bisognerebbe anche mettere in discussione quelle teorie che risultano incompatibili con le recenti conoscenze neuroscientifiche (come dice Pulver, le spiegazioni fornite dalla psicoanalisi devono essere compatibili con quelle delle neuroscienze, ossia ci deve essere congruenza). Altri psicoanalisti, ad esempio Solms, pur ribadendo che le due discipline hanno differenti metodologie e indagano due aspetti complementari della mente, quello oggettivo concreto tangibile e misurabile, e quello soggettivo intangibile e non misurabile, tentano di sviluppare un dialogo tra le due, pur nella loro irriducibilità, nella rivista Neuropsychoanalysis, con il motto cooperazione e non incorporazione. Altri ancora (Blass&Racheli nel loro articolo sull’Int.J.Psychoanal. spiegano ordinatamente le loro motivazioni) la ritengono irrilevante, se non addirittura nociva, in quanto secondo loro conoscere il substrato biologico dei fenomeni mentali non sarebbe necessario per la comprensione della mente, la psicoanalisi ha già in sé gli strumenti necessari a capire e curare i pazienti, e dunque le teorie psicoanalitiche bastano da sole. Eppure è incontrovertibile che i fenomeni mentali derivano dall’attività biologica sottostante, e il sottolinearlo non vuol dire equiparare il mentale con il biologico, ossia non è riduzionismo. Il lavoro di stasera di Maria Ponsi, lucido e misurato, entra però nel vivo della questione, che non è tanto se intrattenere un dialogo-confronto con le neuroscienze, che di fatto c’è già, ma che riguarda i risultati sempre più numerosi delle ricerche neuro scientifiche: esse hanno delle ricadute nella clinica psicoanalitica? È questo il punto più problematico. Prima di entrare nel vivo della questione, voglio ricordare le aree di studio delle neuroscienze che hanno una evidente ricaduta sulla psicoanalisi: a)le motivazioni e gli affetti: i sistemi motivazionali sono l’esito dell’evoluzione, si sono sviluppati per l’adattamento, non sono pulsioni da scaricare, ma significati da attribuire, schemi da formare. Gli affetti sono entità motivazionali complesse con componenti fisiologiche, psicologiche e neurofisiologiche. b) la regolazione degli affetti, l’auto- ed etero-regolazione, acquisizione sulla quale hanno lavorato producendo notevolissimi contributi Lou Sander, tutta l’infant Research e i teorici dell’Attaccamento soprattutto sull’attaccamento disorganizzato in seguito ad abusi, violenze, trascuratezze o rotture della comunicazione affettiva con le figure genitoriali. c)i sistemi dei neuroni specchio, dell’intersoggettività e della simulazione incarnata, che è la spiegazione funzionale a livello neuronale per comprendere l’intersoggettività. Prima di qualsiasi riconoscimento riflessivo di sé c’è un senso di sé come sé corporeo che ha a che fare attivamente con altri sé corporei. d)il trauma e le memorie, soprattutto le memorie implicite, che sono terreno privilegiato di confronto con le neuroscienze, e nel trauma sono interessate soprattutto le memorie implicite emotiva e affettiva. Il trauma psichico, che implica una continua oscillazione e interazione tra il mondo interno e quello esterno, obbliga la psicoanalisi anche a lavorare alla frontiera con le altre discipline che se ne occupano, in particolare con le neuroscienze, e la teoria dell’Attaccamento; possiamo dire che il concetto di trauma psichico è come un ponte tra le varie discipline, che dovrebbero considerarlo all’interno del proprio ambito, tenendo presenti gli avanzamenti fatti dalle altre discipline. Mi dilungo sul trauma perché ritengo che sia il più esplicativo della convergenza tra psicoanalisi e neuroscienze, non solo nella teoria ma anche a livello della clinica. Le memorie traumatiche sono registrate in modo tale da non poter essere recuperate, come ci ricorda anche Maria Ponsi, non per i limiti della tecnica psicoanalitica, ma per la biologia cerebrale. A questo proposito anche Westen&Gabbard, come prima aveva detto Kenberg, affermano che il contributo interdisciplinare deve essere significativo, ciascuno consapevole delle proprie metodologie e delle proprie limitazioni. In questo caso i dati neuroscientifici sui tipi di memoria costituiscono evidentemente un vincolo e un’opportunità per le teorie psicoanalitiche. Nel suo articolo Yovell parla di timing adatto per interpretare quando il paziente è in un momento di calma emotiva, dato che l’amigdala e l’ippocampo sono compromessi (d’altronde già Rosenfeld ci diceva nei suoi seminari milanesi quanto fosse controproducente dare interpretazioni a un paziente agitato, e consigliava di aspettare che prima si calmasse per poi interpretare quando si fossero ristabilite le condizioni di una sua ricettività). Non ricordo se Yovell o qualcun altro ha detto che in questi casi bisogna battere il ferro finché è freddo… Inoltre, siccome i pazienti traumatizzati rivivono l’esperienza traumatica quando ne parlano, superando a stento la difficoltà di metterla in parola, si pone il problema di come processare il trauma in modo da estinguerlo invece di accenderlo (per usare il linguaggio neuro scientifico, mentre noi psicoanalisti parleremmo di come rendere simbolizzabile e verbalizzabile un’esperienza preverbale e presimbolica). La questione si complica ulteriormente se introduciamo a questo punto i recenti lavori sul riconsolidamento delle memorie (serata con Cristina Alberini) secondo i quali la rievocazione di un evento traumatico ha effetti variabili a seconda del periodo in cui avviene, con il rischio di rafforzare l’impatto patogeno del ricordo. Se questi dati verranno confermati, bisognerà tenerne conto nelle terapie con i pazienti traumatizzati. Detto questo, penso che dovremmo tutti noi conoscere meglio il funzionamento del cervello per esplorare come le sue funzioni confermino il lavoro clinico sulla mente e per migliorare la comprensione e l’efficacia del processo di cambiamento, Bisogna infatti accettare che ogni teoria che voglia comprendere la mente soggettiva è limitata dalla base biologica cerebrale, e viceversa. Per concludere, il dialogo con le neuroscienze è inevitabile: non fa ovviamente progredire di per sé la psicoanalisi, ma alcuni risultati delle sue ricerche devono essere usati per arricchire il lavoro e la comprensione dello psicoanalista. Mi sono dilungata per questo sul problema del trauma precoce. Al di là dell’indubitabile sviluppo delle neuroscienza nel campo dell’inconsapevole, cioè dei processi che si situano prima della simbolizzazione e della parola, (essendo il campo specifico della psicoanalisi l’inconscio rimosso) penso che la psicoanalisi debba continuare a svilupparsi dal suo interno, con la sua metodologia, ad esempio affrontando i nuovi territori delle patologie più gravi. Non sappiamo se in questo campo le neuroscienze potranno darci le loro aperture. Per ora sono anch’esse ancora lontane, come abbiamo visto nel recente Convegno, tenuto a Milano sull’esperienza delirante.