Cappelli L. (2012). Autostima e ambivalenza. Intervento nella Tavola Rotonda su Neuroscienze e Psicoanalisi. Roma, 20 e 21 Ottobre 2012.

Cappelli L. (2012).Autostima e ambivalenza.Intervento nellaTavola Rotonda su Neuroscienze e Psicoanalisi.(con L.Cappelli, F.D’Alberton, S.Merciai, M. Pigazzini, F.Scalzone)

Incontro con A.Schore. Roma 20 e 21 Ottobre 2012  

Società Psicoanalitica Italiana
Centro di Psicoanalisi Romano, Centro Psicoanalitico di Roma, Istituto G. Bollea di Neuropsichiatria Infantile

Il vasto, organico e originale lavoro svolto da Allan Schore costituisce una pietra miliare nel percorso della psicoanalisi moderna anche a motivo del suo sistematico impegno a stabilire un ponte tra teoria clinica e dati della ricerca evolutiva e neuroscientifica, riprendendo su basi più ampie il precoce tentativo freudiano del Progetto di una Psicologia (1985). Prendo come riferimento innanzitutto il volume: Affect Regulation and The Repair of The Self del 2003, tradotto in italiano in: La Regolazione degli affetti e la riparazione del Sé , nel 2008, con introduzione e intervista all’Autore di Roberto Speziale Bagliacca. In particolare considero il capitolo 5, intitolato: “La nascita del Super-Io: la comparsa della vergogna e la regolazione narcisistica degli affetti durante la fase di sperimentazione” , mi sembra infatti illuminante per il primo dei due temi che vorrei sviluppare: quello dell’autostima.

Per le citazioni che seguono tratte dal volume  di Schore di cui sopra  rimando alla pertinente bibliografia del testo del 2008.

Schore riferendosi ai temi di vergogna e colpa, ricorda come la vergogna compaia nell’ontogenesi non prima dei 12/14 mesi (Dixon 1957, Amsterdam 1972, Amsterdam e Leavitt 1980) quando il vocabolario del bambino è molto limitato e può considerarsi, quindi, un affetto sostanzialmente preverbale, mentre la colpa, che fa la sua comparsa successivamente, tra i tre e i sei anni (Pine 1980), deve essere collocata in un ambito verbale. Ciò significa che la vergogna esordisce in una fase evolutiva precoce di primato del cervello destro, che dura sino ai due anni, mentre la colpa si sviluppa in seguito durante il primato del cervello sinistro. Dunque, afferma Schore: “…questi due sistemi affettivi del Super-Io sono dissociabili e indipendenti” (pag.219). Inoltre Knapp (1967) ha messo in relazione il rossore, che è una delle manifestazioni più evidenti della vergogna, con l’azione parasimpatica del sistema nervoso autonomo. Possiamo considerare dunque la vergogna come relativa ad un primo stadio  di regolazione dei fenomeni infantili di eccitazione\ipereccitazione che si accompagnano a coinvolgimento, interesse, attività esplorative, gioia, euforia, esaltazione, sino a grandiosità e maniacalità. Schore utilizza le ricerche condotte da Margaret Mahler (1975, 1984)) nella fase di sperimentazione, in cui il bambino che acquisisce capacità deambulatorie, tocca l’apice dell’esaltazione onnipotente, nello sperimentare quel fondamentale e repentino incremento della sua padronanza sul  corpo e sull’ambiente.

Altri ricercatori hanno descritto questa fase di eccitazione nello sviluppo infantile al compimento del primo anno di età (Emde 1989, Stroufe 1979, Rothbart, Taylor e Tucker 1989), epoca in cui si manifesta un netto prevalere di emozioni positive, tra i 10 mesi e i 13 mesi e mezzo, mentre le attività cataboliche del sistema simpatico risultano molto accentuate. Emde, in particolare ritiene che in questo periodo dello sviluppo si creino le basi dell’intero percorso evolutivo dell’individuo.
Schore cita Parkin (1985) che sostiene come “onnipotenza, grandiosità, esaltazione siano le componenti affettive di un emergente Ideale dell’Io, un precursore della componente ideale del Super-Io e incarnazione  della perfezione narcisistica dell’infanzia”. A contenere queste componenti affettive In questo periodo iniziano a manifestarsi nel bambino i primi segni di imbarazzo, di percezione di essere valutato da altri significativi e un embrione di coscienza di sé.
Anche Kernberg (1984) sottolinea il ruolo modulatore e integratore del Super-Io maturo sulle intense e radicali emozioni che si sviluppano all’interno delle unità relazionali sé\altro. Per Kernberg  tali unità sono caratterizzate, nella prima infanzia, da un marcato manicheismo e costituite da  emozioni tutte positive o tutte negative a motivo dei potenti strumenti di difesa primitivi, che tendono a scindere i vissuti spiacevoli e dolorosi per salvare gli aspetti positivi e gratificanti  dei rapporti dalle istanze distruttive.
Cito per esteso Kernberg in “Aggressività, disturbi della personalità e perversioni” (1992):
-A mio parere, gli affetti sono il sistema motivazionale primario, in quanto sono al centro di ognuna delle numerosissime esperienze concrete gratificanti e frustranti che il bambino ha nel rapporto con il suo ambiente. Gli affetti congiungono la serie delle rappresentazioni indifferenziate Sé\oggetto, in modo da costruire gradualmente un mondo di relazioni oggettuali interiorizzate, alcune connotate in modo piacevole, altre in modo spiacevole. …. Amore e odio diventano, dunque, strutture intrapsichiche stabili, dinamicamente determinate, internamente coerenti, intese ad organizzare l’esperienza psichica e il controllo comportamentale nella continuità genetica attraverso diverse fasi dello sviluppo.
-Kernberg sottolinea l’importanza  della componente genetica e temperamentale oltre a quella relazionale nel costituirsi del mondo interno del bambino. Non dimentichiamo, come ci ricorda lo stesso Schore che, ad esempio,  nelle anamnesi dei soggetti traumatizzati, negli Stati Uniti, ben nel 60% dei maschi e nel 50% delle femmine figura l’abuso,  ma solo il 5% dei maschi e il 10% delle femmine svilupperà poi un  disturbo post traumatico da stress ( DPTS).
Sempre nel testo citato, Schore riferisce ricerche effettuate da Withe (1960, 1963) e Broucek (1980), relative al senso di competenza e di efficacia, di padronanza dell’esperienza sperimentate dal bambino, cui fa da contrappeso la vergogna, collegata a  condizioni di incompetenza e inefficacia. Tali stati di frustrazione possono naturalmente essere derivati dai fallimenti direttamente e personalmente sperimentati dal piccolo o, spesso, scaturire dalle valutazioni degli accudenti.
Kohut, citato da Schore, ha descritto gli effetti catastrofici di un repentino e netto crollo da uno stato di grandiosità ad uno di profonda svalutazione, conseguente ad una brusca e radicale rottura del legame di oggetto Sé, sostenendo che è, invece, un processo di cauta e misurata frustrazione “ottimale” a poter ridimensionare il narcisismo arcaico a favore di un’autostima adulta e realistica.  Troviamo una concezione simile   già in Winnicott (1971) quando descrive il processo di dedizione materna che si trasforma da un “totale” investimento sul neonato, a spese delle proprie esigenze ad un successivo, graduale e fisiologico recupero dei propri bisogni, dando luogo nel bambino ad un salutare processo di ridimensionamento della propria onnipotenza. Cito da Gioco e realtà: << … il compito principale della madre (subito dopo quello di provvedere l’opportunità di illusione) è quello di disilludere. Questo è preliminare al compito di divezzare … >> . Anche Johnson (1987) caldeggia l’uso di una frustrazione supportiva, non umiliante come elemento di moderazione delle istanze megalomaniche successive alla sperimentazione.
Questa condizione di eccitazione fisiologica, secondo Schore è compatibile con l’esibizionismo adeguato all’età, di cui parla Kohut  (1971).
Oltre alle esperienze di disconferma, interviene la maturazione progressiva dei lobi frontali a determinare una inibizione di tale fase espansiva, attraverso il controllo esercitato sulle aree sub-corticali.
Durante il periodo di dominanza funzionale del cervello destro, nei primi due anni, a motivo della persistenza delle prime esperienze che hanno il carattere di un  imprinting, si gettano le basi della sensazione di autostima e di efficacia e le risorse di resilienza di fronte alle successive condizioni di stress. Tale riserva di autostima rimane archiviata nella memoria emozionale implicita, come una dotazione stabile cui attingere, prima che maturino le funzioni di contestualizzazione dell’ippocampo e che si sviluppino le aree corticali a controllare i fenomeni emotivi.
Ritengo che, a partire da questi fondamenti, si determini una interazione di tipo dialettico, facilmente conflittuale, tra il piccolo umano e le figure di accudimento che possono esercitare una azione inibitoria esageratamente marcata, abusante oppure contraddittoria e imprevedibile o ancora carente,  blanda e inefficace. E’ possibile che  già in questa epoca precoce si creino i precursori esperienziali e mnestici di quella che sarà in seguito una predisposizione a patologie del carattere del cluster C  (dist. ossessivo, dipendente) o del cluster B (dist. borderline, narcisistico, antisociale). Anche se non dobbiamo dimenticare l’importanza dei fattori genetici (Baron-Cohen parla, ad esempio di una incidenza del 70% dei geni nella patologia borderline, in una intervista comparsa su “ Il venerdì di Repubblica” n. 1273 10 del agosto 2012) non vi è dubbio che le prime esperienze relazionali siano fondamentali nello sviluppo delle connessioni cerebrali cortico-corticali e cortico-sottocorticali e che , come  sostiene Schore, una potatura eccessiva in tale  delicato periodo dello sviluppo neurale a carico di tali reti sinaptiche possa incidere sulla congruenza e regolazione degli stati emotivi anche in periodi successivi a quello infantile. Possiamo orientativamente ritenere quindi che diatesi di tipo dissociativo e\o  relative a disturbi dell’equilibrio timico derivino da queste esperienze precoci, condotte sotto il primato del cervello destro.A ciò si aggiunga il fatto che il livello di integrazione infantile, come già sostenuto da Winnicott (1965) con il concetto di ”non integrazione” della mente primitiva, contrapposto a quello di  “disintegrazione”, conseguenza di attacchi distruttivi, sia relativamente labile. Dice Winnicott: << Prima dell’integrazione l’individuo è inorganizzato, un mero insieme di fenomeni senso-motori, tenuti insieme dall’ambiente che regge >>.   Penso inoltre che, a contribuire alla “non integrazione” o “dissociazione fisiologica”,  intervenga un fattore di polivalenza motivazionale del Sé emergente, non ancora modellato dall’esperienza nel contesto delle relazioni primarie. Condizioni traumatiche ripetute a livello di relazioni fondanti, in questa fase evolutiva,  possono determinare con relativa facilità dissociazioni patologiche o fenomeni di squilibrio dell’umore tali da intaccare la resilienza del soggetto traumatizzato in specie se si determini la sfavorevole congiura di condizioni avverse di tipo genetico.
Baron-Cohen nel suo testo: The Science of Evil del 2011 tradotto in: La scienza del male nel 2012 parla, per esempio, del gene dell’aggressività MAOA (monoaminossidasi-A), coinvolto nel metabolismo di serotonina, dopamina, noradrenalina, a livello sinaptico. Questo gene produce deplezione di amine in modo più drastico (MAOA-H, high) o in modo più blando (MAOA-L, low). Dato che una alta disponibilità di questi neurotrasmettitori è associata a comportamenti aggressivi, i portatori della varietà AMOA-L, detto “gene guerriero”, comune tra i guerrieri Maori, sono tendenzialmente inclini all’aggressività. Se soggetti portatori questo patrimonio genetico vanno incontro a maltrattamenti nell’infanzia hanno più probabilità di sviluppare comportamenti antisociali, rispetto ai portatori della varietà AMOA-H, come risulta  dalle ricerche di Caspi e collaboratori (Caspi, Silva 1995, Caspi, McClay, Moffitt et al. 2002).
Variabili di tipo genetico come quelle ricordate da Baron-Cohen possono certamente modificare la risposta del bambino alle sollecitazione ambientali nel senso di fondare reazioni adeguate, oppositive o sottomesse nei confronti degli accudenti, determinando situazioni di interazione più o meno conflittuali in uno stato permanente di tensione dialettica .
E’ su tali basi che trova fondamento l’ipotesi che una condizione di ambivalenza si determini anche nell’ambito di  uno scambio positivo e fisiologico tra bambino e genitore. Se lo stile di accudimento genitoriale consente al piccolo un dosato  livello di espressione della propria assertività, allo scopo di sviluppare  una sana autostima, autonomia, senso di efficacia  e  competenza  possiamo aspettarci nello scambio normale interazioni impegnative o conflittuali, in cui, oltre ad assertività, compaia anche rabbia e distruttività (Sistema Motivazionale avversivo in Lichtenberg, Lachmann, Fosshage, 1993) , emozioni che è preferibile vengano espresse in forma modulata e negoziate per preparare il piccolo umano agli scambi adulti. E’ specialmente nei confronti di questa motivazione assertivo-esplorativa che diviene fondamentale il concetto di regolazione, su cui insiste Schore. Nell’ambito della relazione di attaccamento è possibile modellare e rimodellare, nella relazione terapeutica quella tendenza pluripotente che attende una contestualizzazione, una potatura adeguata all’ambiente.
Ritengo opportuno sottolineare il ruolo di questa ambivalenza relazionale per cui, nella dialettica motivazionale attaccamento\assertività, possa manifestarsi un sistema francamente conflittuale  di tipo attacco\ritiro, come evento fisiologico dello sviluppo.
E’ in tal senso che considero tuttora attuale il contributo della tradizionale clinica del conflitto, che penso vada, tuttavia, ripensata alla luce dei moderni dati della ricerca scientifica, con molta attenzione per non “buttar via il bambino con l’acqua sporca”. In questa ottica il contributo revisionista, fornito da Kernberg e dai clinici affini come Gabbard, Clarkin  mi sembra meritevole di attenzione. In questo approccio clinico  la dialettica conflittuale odio\amore viene ad occupare spesso  il centro della scena relazionale come in Amore e odio nel contro-transfert (Gabbard 1996).
Tornando al lavoro di Schore, prendo ora in considerazione alcuni dei tanti temi toccati nel volume: Affect Disregulation and Disorders of the Self (2003) tradotto in: I disturbi del Sé (2010). Qui l’Autore insiste  sul tema del trauma relazionale precoce, cumulativo, in grado di determinare una persistente vulnerabilità psico-biologica a livello di nascenti reti di collegamento neuronali. Egli afferma, sulla base delle sue stesse ricerche, confortate dalla consueta ricchissima serie di dati bibliografici, che trascuratezza e abuso nella prima infanzia  compromettono la resilienza del soggetto nelle successive fasi evolutive. I dati della letteratura da lui raccolti depongono, più specificamente, per un collegamento tra abuso e disturbo borderline, mentre la trascuratezza, insulto più insidioso, produrrebbe più frequentemente  un elevato rischio di psicopatia.  Anche il DPTS, comprensibilmente, viene esaminato in proposito, in una prospettiva che sviluppa prevalentemente l’aspetto ambientale del trauma stesso.
L’effetto del trauma precoce è chiaramente collegato all’azione “frenante” o addirittura “bloccante” sulla funzionalità cerebrale esplicata dalla componente parasimpatica del sistema nervoso autonomo. Vengono descritti due tipi di reazioni: una, più moderata,  di tipo evoluto che consente una estesa gamma di espressioni comunicative, l’altra, più severa, che invece comporta un “congelamento”, un “freezing” in cui paiono interrotti i rapporti con il sé e con l’ambiente per un meccanismo dissociativo che può compromettere la sicurezza dell’attaccamento e l’organizzazione dei bowlbiani modelli operativi interni. Le strutture neurali responsabili sarebbero rispettivamente il nucleo ambiguo vagale e il nucleo dorsale motorio del vago.
Sappiamo inoltre che l’azione dello stress comporta per l’ippocampo che comincia ad entrare in funzione  (la sua maturità è compiuta verso i tre anni), una grave sofferenza per l’inondazione di cortisolo secreto dalle capsule surrenali,  a seguito di una catena di sollecitazioni da parte dell’ipofisi e, attraverso l’ipotalamo, da parte dell’amigdala. Quando lo stimolo stressante è intenso e soprattutto prolungato si può giungere all’apoptosi e quindi ad un grave danno della memoria dichiarativa. Si creano pertanto memorie traumatiche, implicite, che appartengono alla storia del cervello ma non possono essere rievocate consapevolmente. Mancia (2007) sostiene che tali ricordi impliciti affiorino, nel trattamento psicoanalitico, specie attraverso il sogno e il transfert.
Anche se questi danni precoci si rivelano persistenti, lo psicoanalista confida nella relativa plasticità che le reti sinaptiche conservano anche nel corso della vita adulta e specialmente nella possibilità di sviluppare oltre alle  connessioni cortico-corticali anche quelle cortico-sottocorticali che sono in natura molto più esili e rare rispetto a quelle molto più fitte che collegano le aree sub- corticali alla corteccia. La inevitabile tendenza naturale è che le emozioni e le valutazioni primitive, in relazione alla sopravvivenza, saranno avvertite con più prontezza e intensità delle considerazioni più evolute e complesse.
Schore indica nella corteccia ventrale orbitofrontale di destra il vertice neurale dell’attività di elaborazione delle emozioni, svolta dal cervello destro e mette in relazione il suo sviluppo con la sicurezza fornita dall’attaccamento.
Quali indicazioni per il clinico, sulla scorta di queste considerazioni?
Si può decidere di optare drasticamente per la tradizione clinica del conflitto o per la tradizione del deficit (Arrigoni Scortecci, in Semi 1988).  Da un lato, quindi scegliere ad esempio la proposta di Kernberg e della sua scuola, orientata a privilegiare l’interpretazione del transfert, sia idealizzato che persecutorio, allo scopo di promuovere l’integrazione delle componenti scisse, oppure adottare invece il modello di Kohut e dei suoi continuatori e preferire relazione empatica e frustrazione ottimale dei bisogni narcisistici primitivi, per ottenere una migliore coesione del Sé.
Tuttavia ritengo possibile una convergenza dei due modelli e mi chiedo come  sia possibile considerare congiuntamente i due filoni di intervento clinico  riuscendo a integrarli in un unico percorso articolato.
Un’ulteriore ipotesi potrebbe essere quella di limitarsi a proporre un’alternanza dei due modelli, secondo la fase dell’analisi, l’età e la gravità del paziente, le priorità imposte dal materiale emerso, etc.. (come in fisica per  teoria ondulatoria e corpuscolare della luce?).
Riporto qui, in estrema sintesi, alcune indicazioni per la clinica psicoanalitica fornite da Schore e da Gabbard.
Schore (op. cit.) che si muove nell’ambito della Psicologia del Sé e della teoria dell’attaccamento, insiste su empatia, alleanza terapeutica, sintonizzazione, tolleranza emotiva. Raccomanda massima attenzione alle emozioni ed affetti primitivi disregolati e dissociati, attraverso il monitoraggio di scarti comunicativi, intonazioni e prosodia, agiti, movimenti, segnali corporei, mentre assegna ai contenuti simbolici e alle interpretazioni un ruolo meno centrale poiché considera, coerentemente con la sua teoria evolutiva, fondanti le fasi dello sviluppo infantile compiute durante il primato del cervello destro e importanti, ma successive, le fasi più tarde del primato funzionale dell’emisfero sinistro. Schore raccomanda di disattendere cautamente le aspettative del paziente, ridimensionandole.  Inoltre egli ritiene indispensabili la riparazione interattiva delle rotture emotive dello scambio e il potenziamento di autoregolazione e autoriflessione, la promozione dello sviluppo emozionale da livelli primitivi a livelli evoluti  ed una riorganizzazione dei modelli operativi interni nella direzione di sicurezza, adeguatezza al contesto e flessibilità.
Gabbard (op. cit) assegna alle interpretazioni un ruolo meno determinante di quanto non faccia Kernberg, con la citazione di Ogden (1982) che sostiene come si possa fare analisi anche in assenza interpretazioni e , nel caso di un paziente mutacico particolarmente difficile, indica alcuni capisaldi che mi sembrano estensibili anche ad  altre situazioni.  Innanzitutto si devono identificare, nel transfert, le relazioni oggettuali interne dominanti : p. es. madre prevaricante- figlio prevaricato. Quindi si procede, tramite autoanalisi, da parte dell’analista, ad un esame delle proprie rappresentazioni interne sé-oggetto, corrispondenti, per poi impegnarsi a non ripetere i ruoli disfunzionali indotti, tramite identificazione proiettiva, dal paziente smentendo le sue aspettative negative e venendo incontro alle sue attese di una relazione bonificante (Weiss…). La reintroiezione  delle proiezioni modificate, più che ad una sistematica interpretazione da parte dell’analista si affida alla promozione delle risorse di verbalizzazione del paziente che diviene progressivamente capace di gestire le relazioni conflittuali, proprio attraverso la diversa risposta “di ruolo”nella relazione analitica che implica un rimodellamento delle rappresentazioni interne.
Credo sia  nel giusto Loewald quando afferma (Loewald, 1978) che la salute mentale scaturisce dalla integrazione tra processo primario e secondario, tra aspetti preverbali e verbali. Come indicazione strategica, nella mia esperienza, cerco di curare, specie nelle fasi iniziali del trattamento, innanzitutto l’aspetto supportivo dello scambio, per poi procedere, appena la situazione lo consenta o lo renda necessario, ad embricare il  versante espressivo, in cui aspetti emergenti di ambivalenza, nella situazione interattiva, possano, mentre vengono sperimentati, essere anche definiti congiuntamente in termini verbali. In tal modo le definizioni di livello simbolico perdono in gran parte il carattere di astrattezza per connettersi alle esperienze relazionali rieditate nel corso del trattamento. Ritengo che questa sinergia supportivo-espressiva contribuisca alla maturazione di un adulto interno in grado di fare un bilancio più completo di emozioni positive e negative, sia in ambito relazionale che intrapsichico e di modulare aspetti temperamentali e motivazionali.
Quando, a motivo dell’avvento del nazismo, molti intellettuali europei e anche parecchi filosofi neopositivisti dovettero emigrare negli stati Uniti d’ America, si verificò la possibilità che questa corrente filosofica si ibridasse con il pragmatismo americano.  In particolare, l’indirizzo convenzionalista di Carnap trovò poté essere integrato con lo strumentalismo di Dewey  (Geymonat, 1977). Senza poter entrare in dettagli che ci porterebbero ad una troppo ampia digressione, potremmo derivare da questa esperienza, secondo me significativa, l’indicazione per cui una teoria ben costruita e congruente al suo interno che funzioni nel  contesto applicativo pertinente, nel senso di fornirci, sinché resti attuale, una rappresentazione efficace della “Realtà”, possa ritenersi adeguata, anche se non è in grado di documentare ogni suo passaggio in termini rigorosamente scientifici. Questo punto di vista contiene un germe di scetticismo che la collega ad una tradizione scolastica e nominalista, per cui, secondo Occam, ad esempio, tra nome della cosa e la cosa stessa non sussisterebbe alcun rapporto. Una adesione rigida al convenzionalismo strumentalista comporterebbe quindi l’abbandono di una concezione ingenuamente e frontalmente corrispondentista, del primo positivismo, per cui una rappresentazione può cogliere la effettiva verità del suo oggetto di indagine. La sopravvivenza della specie impone d’altronde che l’idea che un animale si fa del suo ambiente lo rappresenti “davvero”, almeno nei limiti indispensabili all’espletarsi dei bisogni di base. Inoltre Copernico, Galileo, Newton e i loro seguaci, come Einstein e Fermi ci hanno dimostrato che la mente umana, se usa rigorosi strumenti matematici riesce ad entrare molto meglio nel meccanismo della “Realtà”, anche quando essa si colloca al di là delle percezioni e del senso comune. In biologia la chimica biologica e l’avvento della dimensione molecolare hanno prodotto, di recente, gli straordinari sviluppi  sulla conoscenza del DNA, di cui anche la stampa dà ampia divulgazione, anche se una profonda intelligenza delle ricerche riguarda soltanto pochi addetti ai lavori.
Perché scomodarci a ricordare questioni tanto complicate? Il motivo c’è e riguarda, secondo me,  la psicoanalisi e la psicoterapia psicoanalitica contemporanee. La psicoanalisi e la psicoterapia stanno gradualmente uscendo, dopo oltre un secolo, dalla fase pionieristica, avvicinandosi augurabilmente ad una dimensione “scientifica”, anche grazie alla ricerca neuroscientifica che compie, quasi  di giorno in giorno passi giganteschi, nell’addentrarsi nei meccanismi funzionali del cervello. Malgrado questi straordinari progressi, non siamo però in grado di descrivere fenomeni psichici complessi, come quelli che il clinico affronta con i suoi strumenti, ancora tradizionali, ogni giorno ed è opportuno chiederci in che modo profitti l’operatore clinico nel suo lavoro quotidiano di questi sviluppi e quanto possa, con i suoi mezzi naturali, diretti, non strumentali, accostarsi, attualmente alla “Realtà” dell’interazione clinica, nella sua scoraggiante e affascinante complessità, con la speranza di progredire nella conoscenza e nella terapia. C’è anche un problema di assimilazione e di integrazione di questi dati di ricerca, dati in sé di estremo interesse,  nei linguaggi e nel mondo esperienziale dello scambio clinico che sono ben lontani da linguaggi e metodi impiegatati nelle indagini tendenti alla  obiettivazione dei fenomeni. E’ indispensabile quindi che l’analista compia un paziente e accurato filtraggio delle acquisizioni e delle differenti proposte di intervento, che si affollano attraverso l’inondazione contemporanea cui siamo soggetti, per preservare un assetto disciplinare, dal quale ci si aspettano  tutt’oggi  peculiari benefici.
Per questo ritengo che ci si debba accontentare, oggi,  di una verità con la v minuscola nella pratica clinica. Infatti non possiamo disporre ancora di una teoria unitaria, documentata scientificamente in modo esauriente. Quindi se possiamo disporre di teorie coerenti e organiche al loro interno, che si mostrino efficaci in definiti ambiti di intervento,  dovremmo poterle usare pragmaticamente e servircene in modo strumentale al momento opportuno, in attesa di mezzi migliori. E’ anche possibile che, qualora un’integrazione tra teorie cliniche non sia possibile, si debba accettare un’alternanza, come tra valori incommensurabili in una visione pluralistica, in cui non vi sia, e non debba esserci una teoria unica, forte, onnicomprensiva.
Ho molto apprezzato, sul piano della chiarezza didattica, la distinzione operata da Mina Arrigoni Scortecci (1988) tra Autori del conflitto e Autori del deficit. I primi, primi anche in senso cronologico, Freud, M. Klein, Bion sostengono una teoria motivazionale bicipite erotico-distruttiva, su base biologica, e considerano il conflitto tra istanze inerente al funzionamento psichico e ineliminabile si dalla  normale funzionalità mentale che dalla fisiologia dello sviluppo. Mi limito qui a ricordare che M. Klein aveva anche parlato di “istinto epistemofilico”, poi refluito nel contenitore erotico, e che Bion aveva avanzato l’ipotesi di un legame K (knowledge), distinto da pulsione erotica e distruttiva, rispettivamente legami L (love) e H (hate). Lo sviluppo di più elevati livelli di consapevolezza, conseguito attraverso l’interpretazione di transfert dei conflitti intrapsichici, ne avrebbe mitigato l’intensità patogena, consentendo una maggiore chiarezza, padronanza e comunicabilità del conflitto stesso. La etiopatogenesi di molti dei disturbi mentali,  in questa teoria, va attribuita alla dotazione genetica primitiva di aggressività distruttiva del paziente, che può essere mitigata e subordinata, anche in casi assai gravi, al primato delle forze libidiche tramite insight. In specie  le componenti distruttive interne, percepite come intollerabili, vanno incontro a processi di scissione e  identificazione proiettiva e collocati all’esterno. La difesa primitiva della scissione acquista, in questa prospettiva, un ruolo dominante nell’insorgenza della patologia, contendendo alla rimozione, più matura, l’esclusiva come meccanismo chiave dell’inconscio dinamico. La posizione di Otto Kernberg, uno dei più importanti revisionisti freudiani contemporanei, si mantiene prossima a questa impostazione, pur integrando altri contributi.
Gli Autori del deficit come Winnicott, Balint, Kohut, invece, considerano patogeno prevalentemente il danno causato dalle figure di accudimento, durante il corso dello sviluppo e affidano alla psicoanalisi il compito di creare un ambiente protettivo e facilitante in cui il paziente possa regredire alle fasi traumatiche del suo percorso e avere una nuova occasione di sviluppo, un nuovo inizio. I conflitti come anche la distruttività del paziente, pilastri della teoria del conflitto,  sono  considerati secondari ad un contesto familiare inadeguato e modulabili attraverso un approccio sensibile e tollerante.  La relazione affettiva paziente-analista acquista un valore fondamentale nel promuovere la salute mentale, rispetto all’interpretazione, considerata distante dalle vicende primarie dello scambio. Gli indipendenti britannici e gli psicologi del Sé hanno sviluppato il loro pensiero clinico in un periodo relativamente recente e il loro importante contributo, anche per questo, appare compatibile con un altro fondamentale  filone di ricerca,  inaugurato da John Bowlby: la teoria dell’attaccamento, che apre la strada anche al confronto con un  ambito di indagine scientifica di indiscusso valore: quello etologico. Inoltre Schore, in particolare, si è occupato di una integrazione tra attaccamento, psicologia del Sé e neuroscienze, contribuendo in modo determinante a costruire un ponte tra psicoanalisi e sviluppo del cervello.
In questo percorso la psicoanalisi si è avvicinata alla scienza contemporanea, ma si è allontanata dalle sue origini: Freud, dopo aver rinunciato al “Progetto” ha cercato infatti consapevolmente l’autonomia della psicologia dinamica dalla neurologia, che non poteva offrire allora un terreno sufficientemente articolato da poter supportare la complessità dei fenomeni clinici. Il Freud neurologo aveva  ipotizzato la discontinuità delle reti neuronali e la presenza dei neurotrasmettitori prima che ne fosse fornita la dimostrazione scientifica, tuttavia le conoscenze dell’epoca erano troppo elementari per una psicologia clinica. Oggi la situazione appare molto più promettente ma resta ancora una distanza considerevole tra ambiti disciplinari.
Penso necessario accettare una ibridazione della disciplina che accolga oltre alla tradizione del conflitto e a quella del difetto anche l’influenza dei dati scientifici di tipo evolutivo, neuroscientifico, biologico, biochimico, naturalmente sottoponendo questi ultimi ad una operazione di filtraggio che garantisca il rispetto delle caratteristiche dello strumento psicoanalitico che tende a privilegiare la soggettività e non l’oggettivazione.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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Geymonat  L. (1977)  Storia del pensiero filosofico e scientifico. Garzanti, Milano.
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