D’Alberton F. (2102). L’influenza del pensiero di Allan Schore nella pratica clinica di uno psicoanalista dell’infanzia e dell’adolescenza. Intervento alla Tavola Rotonda su Neuroscienze e Psicoanalisi. Roma, 20 e 21 Ottobre 2012.

D’Alberton F. (2102). L’influenza del pensiero di Allan Schore nella pratica clinica di uno psicoanalista dell’infanzia e dell’adolescenza. 

Intervento nella Tavola Rotonda su Neuroscienze e Psicoanalisi  ( con L.Cappelli, F.D’Alberton, S.Merciai, M. Pigazzini, F.Scalzone ) 

Incontro con A.Schore. Roma 20 e 21 Ottobre 2012 

Società Psicoanalitica Italiana
Centro di Psicoanalisi Romano, Centro Psicoanalitico di Roma, Istituto G. Bollea di Neuropsichiatria Infantile

Il titolo di queste giornate di studio descrive alla perfezione il modo in cui sono venuto in contatto con i lavori di Allan Schore: si è trattato di un incontro, un incontro nel campo della clinica.
Il mio percorso psicoanalitico nasce infatti dalla clinica e alla clinica è rimasto strettamente legato.
Avendo operato prima nei servizi territoriali e successivamente in un ospedale pediatrico ho potuto vagliare nel concreto della realtà del corpo, molte delle acquisizioni che andavo compiendo a livello teorico nei vari momenti del training psicoanalitico.
Un altro precedente incontro molto significativo in questo campo era stato quello con il pensiero di Eugenio Gaddini, per me un costante punto di riferimento che mi si è riproposto in letture successive nel tempo e a successivi livelli di approfondimento.
Un sua frase è diventata quasi un manifesto dell’indissolubile unità mente-corpo: “La psicoanalisi considera l’attività mentale come la funzione più altamente differenziata del corpo, talmente differenziata da richiedere un suo proprio metodo di indagine, atti cioè a studiare i suoi fenomeni come sono, indipendentemente dai presupposti biologici che li sottendono. Tuttavia la psicoanalisi considera il corpo e la mente sotto l’aspetto di un continuum funzionale, l’elemento chiave del quale rimane quello di un processo, nella differenziazione della funzione mentale, la cui direzione è dal corpo alla mente, ma che la psicoanalisi studia dalla mente al corpo” (Gaddini, 1980, pag. 470).
Mi è spesso venuto naturale accostare il pensiero di Gaddini  quello di Winnicott quando descrive la nascita della mente come  una “elaborazione immaginativa delle parti somatiche, dei sentimenti e delle funzioni” (Winnicott, 1949), o quando tiene a sottolineare che “il vero sé deriva dalla vita dei tessuti corporei e dal lavoro delle funzioni corporee, comprese l’attività del cuore e la respirazione” (Winnicott, 1960).
Per mie caratteristiche personali e per la mia collocazione professionale mi è capitato di trovarmi spesso nella parte da molti considerata “sbagliata” per uno psicoanalista. Molte delle persone che si rivolgevano a me, pazienti o colleghi medici che individuavano il pensiero e la clinica psicoanalitica come interlocutori affidabili ed efficaci, avevano delle richieste che partivano dal corpo e che al corpo in qualche modo facevano riferimento. Pur nel rispetto della specificità e dello specifico campo d’azione della psicoanalisi, mi sono trovato spesso immerso in un lavoro interdisciplinare, nel quale, pur non potendo contare sulle “evidenze” forti, proprie di altre discipline, il pensiero psicoanalitico si connotava come dotato di una intrinseca validità clinica e in grado di attribuire significato e senso anche in situazioni dove le altre discipline mostravano i propri limiti. Un percorso interdisciplinare che Schore, e con lui, fra gli altri, Hofer, Siegel, Damasio, ci incoraggiano ad affrontare senza remore e timori di perdita di identità scientifica e professionale anche per evitare il rischio di una sempre maggiore marginalizzazione della psicoanalisi rispetto alle altre specialità mediche e psicologiche, nel campo della ricerca scientifica e delle organizzazioni sanitarie.
Una breve vignetta clinica può descrivere il mio ambito di lavoro.
In un reparto di neonatologia: un neonato di pochi giorni è in una termoculla; le sue funzioni vitali sono controllate da monitors che vigilano la saturazione del sangue, il battito cardiaco, e gli altri parametri fisiologici.  Improvvisamente il bimbo è attraversato da una forte tensione, estende gli arti, piange. Mentre lo osservo, qui probabilmente Schore direbbe servendomi il mio cervello destro, provo una sensazione di sofferenza che mi porterebbe a fare qualcosa per alleviare la tensione del bambino, il mio cervello sinistro forse mette in atto qualche funzione difensiva portandomi a pensare alla componente somatica proto mentale  delle “agonie primitive” (Winnicott, 1963) o dei “terrori senza nome” (Bion, 1962).
I parametri improvvisamente alterati e il pianto del bambino richiamano l’attenzione del personale e della mamma. Questa, con la delicatezza e la tenerezza consentita dall’ingombrante equipaggiamento che avvolge il figlio, fa sentire la sua presenza con un contatto con la mano che sembra farsi breccia in profondità nella sensibilità del piccolo. E’ un contatto limitato ma incisivo, lentamente il pianto si placa, le reazioni corporee si attenuano, gli indici rientrano. I polmoni, il cuore e possiamo pensare il sistema neuroendocrino ritrovano una condizione di equilibrio.
Mi trovo quindi a riflettere sulla componente somatica della capacità di contenimento, quella che possiamo sperimentare accarezzando un cucciolo spaventato, e sull’importanza dell’esperienza relazionale precoce nella regolazione degli affetti e delle emozioni che viene ad integrarsi nell’esperienza dell’holding (Winnicott, 1965) e nell’affermarsi della funzione a (Bion, 1962).
Concetti, questi ultimi, di cui ho potuto innumerevoli volte sperimentare l’indubbia efficacia clinica. Ciò mi porta anche in questa occasione ad immaginare quanto differente possa presentarsi il futuro equilibrio mentale di un bambino che ha potuto vivere esperienze di vicinanza emotiva che l’abbiano sostenuto nel fronteggiare le ansie della sua realtà interna ed esterna da quello di un bambino che si sia trovato in balia di quelle incontrollabili sensazioni senza la presenza di un adulto/ambiente significativo in grado di ancorarle attraverso una relazione che le potesse attenuare e fornir loro un senso all’interno di un sentimento di continuità di esistenza.
E qui incontro Shore e la sua teoria della regolazione, che, collocandosi nell’ambito del pensiero psicoanalitico, in continuità con pensatori di tradizioni diverse, Bion, Winnicott, Kohut, afferma infatti che “in periodi critici precoci della vita il sistema cervello-mente-corpo dell’essere umano che cresce si sviluppa verso sistemi sempre maggiori di complessità nel contesto di una relazione per la regolazione affettiva con un altro essere umano” (2003, pag. 28).
Schore infatti sostiene che la competenza della madre a sintonizzarsi con gli stati mentali del figlio e le prime esperienze di attaccamento hanno un ruolo essenziale nello sviluppo e nella maturazione dei circuiti cerebrali che determinano la capacità di autoregolazione. Ci dice che “gli studi neuropsicoanalitici della struttura psichica cercano di approfondire la comprensione dei processi psicologici essenziali e dei meccanismi biologici che sottostanno al substrato psicobiologico dell’inconscio umano come descritto da Freud (Schore & Schore 2011, pag. 75).  Ci dice che il sistema orbito frontale del cervello destro “l’apice gerarchico del sistema limbico e del sistema autonomo”..costituisce..”il principale sistema di regolazione dello stress presente a livello cerebrale, e codifica i modelli operativi interni di attaccamento accessibili in tutti i successivi momenti di stress relazionale. I pazienti con storie di attaccamento carenti hanno una corteccia orbito frontale immatura, poco efficiente nella regolazione delle emozioni e nel conseguire un cambiamento adattativo di stati motivazionali a seconda del contesto intersoggettivo…. Durante un periodo critico per la maturazione della corteccia orbito frontale, elevati livelli di ormoni dello stress hanno compromesso l’organizzazione precoce e le connessioni del sistema prefrontale, deputato all’elaborazione non conscia delle informazioni che collegano gli indizi relazionali esterni oggettuali con stati corporei interni” (2003, pag 376).
Anche se forse non piacerà troppo a Schore, i suoi lavori, che, immagino siano sicuramente passati per l’emisfero destro, si sono rivolti soprattutto al sinistro, hanno dato un nome, messo nelle parole dei processi somatici sottostanti ciò che implicitamente la psicoanalisi conosce da sempre, confermando la validità implicita del suo sistema teorico.
Un’immagine comparsa frequentemente nella mia mente mentre pensavo a questa presentazione è quella della stele di Rosetta, già utilizzata da Nino Ferro con riferimento al pluralismo delle teorie psicoanalitiche. Mentre abbiamo lasciato ai libri di storia i motivi e le vicende delle campagne napoleoniche e delle lotte con l’impero britannico, sappiamo che un soldato, durante i lavori di costruzione di un forte, trovò un blocco di basalto con un testo in tre lingue, egiziano geroglifico, egiziano demotico e greco, o meglio in due lingue  e tre grafie, dal momento che la lingua egizia è presente sia nella forma geroglifica che demotica.
Questa tavola che descrive le gesta di un altro “his majesty, the baby”, al secolo il faraone tredicenne Tolomeo V Epifane consentì ai primi studiosi di scoprire che alcuni segni grafici, in lingue diverse allora sconosciute, si ripetevano costantemente e descrivevano i medesimi contenuti che potevano essere compresi utilizzando il greco, l’unica lingua allora conosciuta.
Si può immaginare che il greco delle neuroscienze consenta di trovare il substrato somatico di processi che erano in precedenza stati descritti ad una altro livello dalla lingua dotta della psicanalisi  e dalla lingua più legata alla vita di tutti i giorni, il demotico delle varie psicologie di ispirazione psicoanalitica o delle altre teorie evolutive. Vale la pena considerare che il demotico, lingua più popolare si affermò nell’antico Egitto anche nei documenti ufficiali perché il geroglifico, con il passare del tempo era conosciuto ed usato solo all’interno di una ristretta casta sacerdotale.
Proseguendo con la metafora della stele di Rosetta, possiamo immaginare che  corpo e mente si muovano all’interno di un continuum funzionale rispetto al quale la psicoanalisi offre un modello di lettura che mostra profonde affinità e zone di confronto con le scienze affini biologiche e psicologiche.
A questo proposito, giova ricordare che uno dei maggiori contributi alla comprensione dell’egiziano e alla decifrazione della stele di Rosetta venne da Jean-François Champollion, che postulò per l’egiziano una combinazione tra fonetica e ideogrammi, grazie alla sua conoscenza della scrittura copta, una contaminazione – si direbbe adesso- dell’egiziano trasformato translitterato foneticamente attraverso l’utilizzo dell’alfabeto greco.
Lasciando da parte le molte suggestioni rispetto ad altre ipotesi non monadiche che nella storia della scienza hanno fornito spiegazioni che ipotesi fortemente unitarie non riuscivano a dare, -basta pensare alla natura ondulatoria e corpuscolare della luce, o, in campo più vicino a noi, all’opposizione relazionale-pulsionale, dal mio vertice di osservazione due mi sembrano le sollecitazioni che i lavori di Schore stimolano particolarmente.
1. La possibilità e il dovere che la psicoanalisi si impegni nella promozione di  una cultura della prevenzione che si indirizzi alle fasi precoci della vita. Ormai varie ricerche testimoniano l’efficacia di interventi rivolti alla prima infanzia e alla genitorialità, alla “nicchia ecologica” come Siegel (1999) chiama la relazione del bambino con la madre. Schore ci dice con chiarezza che lo sviluppo prenatale e i primi due anni di vita sono il periodo in cui vengono creati i fondamenti genetici, organici, neuro chimici per il controllo degli impulsi e per lo sviluppo di una teoria della mente (Fonagy e Target 1997), della compassione e della sensibilità verso le altre persone, oltre che del pensiero razionale (Balbernie, 2001).  

2. L’altro punto, si collega con i tentativi che da più parti, a partire dall’ Ipa, tendono a potenziare le esperienze di outreach della psicoanalisi e di  sostenere l’efficacia terapeutica della psicoanalisi. A fronte di continui attacchi di altre terapie psicologiche che millantano risultati evidence based, è sempre più necessaria una cultura della ricerca sull’efficacia degli interventi psicoanalitici e psicoterapeutici per salvaguardarne la presenza nelle istituzioni sanitarie e nelle università. A partire da Kandel (2005) la ricerca recente legata al neuroimaging, alla biologia molecolare e alla neurogenetica ha mostrato che una psicoterapia efficace è in grado di cambiare, la struttura, la neurochimica e la fisiologia del cervello, e a mio parere, su questa linea si aprono importanti prospettive di ricerca (Buchheim et al. 2012, Tauber et al. 2012).

Questo breve intervento termina con una richiesta di chiarimento circa un  dubbio o solamente un’impressione che mi sembra di aver colto negli ultimi lavori (Schore & Schore 2011). Mi riferisco alle sensazione di una possibile deriva di tipo esperienziale, una sorta di beatificazione delle terapie dell’emisfero destro con una implicita lobotomia concettuale di quello sinistro.
Se l’enfasi che  Schore attribuisce alla psicoanalisi dell’emisfero destro rafforza le posizioni di quanti sostengono che  il processo psicoanalitico sia sostanzialmente volto a creare le condizioni per la rappresentabilità, per la nascita della capacità di pensare, ci possiamo chiedere quale sia la sorte riservata alla  psicoanalisi dell’emisfero sinistro e se non si corra il rischio di passare dalla teoria dell’immacolata percezione a quella dell’ onnipotente regolazione emotiva ?
E’ vero che problemi di sintonizzazione emotiva e di regolazione degli affetti costituiscono la principale dimensione da affrontare, soprattutto delle situazioni borderline o nei disturbi primari della costituzione del sé, ma tutte le terapie, prima o poi, si trovano a dover affrontare le tematiche del limite, del terzo, della situazione edipica.
Anche se in parte meritato,  a causa di alcune posizioni particolarmente ortodosse, mi sembra un po’ ingeneroso nei confronti del movimento psicoanalitico che la psicoanalisi tout court possa venir considerata alla stregua di una teoria cognitiva e viene da chiedersi cosa ce ne facciamo allora della psicoanalisi dell’emisfero sinistro.
Utilizzando anche in questo campo una metafora somatica, a me piace pensare che le opinioni che vedono schierate varie scuole di pensiero psicoanalitico su posizioni opposte, rappresentino la sistole e la diastole del pensiero psicoanalitico, e che difficilmente si trovano isolabili “allo stato puro” ma che ognuna delle quali sia debitrice all’esistenza dell’altra molto di più di quanto si possa essere portati ad immaginare.

Riferimenti bibliografici 

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Bion W.R. (1962) Apprendere dall’esperienza. Armando Editore, Roma 1972.

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Winnicott D. W. (1965) Sviluppo affettivo e ambiente. Armando, Roma, 1970.