Il lavoro del sogno

 

TRASFORMAZIONI ICONICHE DEL CONOSCIUTO NON PENSATO

Il sogno, in questi ultimi anni, è stato oggetto di intensi e proficui interessi interdisciplinari e si è posto come oggetto di dialogo tra le Neuroscienze e la Psicoanalisi (a questo proposito ricordiamo gli studi di Mauro Mancia e quelli di Franco Scalzone e Gemma Zontini, così come quanto riportato nel convegno della SPI di Roma appunto sul sogno).

Prima di una breve discussione del rapporto tra sogno e memorie, riferiamo alcuni accenni di base relativi agli scambi/confronti di questo dialogo. “Come è noto – ci ricorda appunto Mancia – il sogno ha interessato la Psicoanalisi prima di qualsiasi altra disciplina scientifica ma è con la scoperta del sonno REM che le porte del sogno si sono aperte alle Neuroscienze. I contributi della neurofisiologia sono stati tesi soprattutto a riconoscere i meccanismi del sonno e le strutture coinvolte, le sue fasi, le caratteristiche neurofisiologiche che le qualificano. E’ stata la psicofisiologia ad interessarsi agli stati mentali che compaiono nelle diverse fasi del sonno. Queste ricerche hanno proposto un modello dicotomico del sonno (REM e non-REM) che attribuiva al solo sonno REM le caratteristiche di “cornice biologica” all’interno della quale il sogno poteva formarsi. Diversa ricerche psicofisiologiche hanno dimostrato che un’attività mentale di tipo onirico con allucinazioni, emozioni e autorappresentazioni può presentarsi in ogni fase del sonno dall’addormentamento al risveglio. Sulla base di questi risultati, è stata avanzata l’ipotesi che nel sonno si attivi un unico generatore del sogno relativamente indipendente dalle sue fasi.

Tuttavia, poiché il sogno in fase REM presenta anche caratteristiche qualitative diverse dal sogno in fase non-REM è stato ipotizzato un doppio generatore del sogno corrispondente alle due grandi fasi del sonno. La ricerca più recente con bio-immagini ha suggerito una dissociazione tra sogno e stati del sonno e ha indicato nel circuito dopaminergico l’organizzatore del sogno che coinvolge pertanto varie strutture e circuiti cerebrali (in particolare: regione parietale di destra e sinistra, aree frontoventrali, regione occipito-temporale e aree limbiche). L’attivazione del circuito dopaminergico avverrebbe per azione delle aree frontoventrali che presiedono al processo motivazionale. E’ del tutto evidente che i diversi approcci neuroscientifici al sogno non ci dicono nulla sul suo significato, né sul suo ruolo nell’ economia della mente. E’ la psicoanalisi la sola disciplina ad interessarsi al sogno come rivelatore dell’inconscio, come funzione della mente in grado di trasformare simbolicamente esperienze presimboliche e di creare immagini che colmano il vuoto della non rappresentazione di un inconscio precoce non rimosso.

Oltre, naturalmente, a riportare alla luce, attraverso il ricordo, esperienze rimosse nell’ infanzia (dopo i due anni) e nel corso della vita depositate nella memoria esplicita. Il sogno ha quindi anche la funzione, originariamente descritta da Freud, di riportare alla luce materiale rimosso, operazione che potremo definire di de-rimozione. A questo riguardo è interessante l’esperienza di rimozione volontaria che, studiata con bio-immagini, permette di osservare un’ attivazione delle aree frontali dorsolaterali ed una deattivazione dell’ippocampo bilateralmente. Poiché questo fenomeno è esattamente l’opposto di quanto avviene nel sogno (in cui si osserva un’ attivazione dell’ippocampo e una deattivazione della corteccia frontale dorso laterale), l’esperienza di rimozione volontaria confermerebbe a livello neurofisiologico la funzione de-rimotiva del sogno. I dati neuroscientifici sull’attività onirica del cervello offrono inoltre un contributo al pensiero psicoanalitico contemporaneo e in particolare alla riflessione sull’idea che ci sia un continuum tra le fantasie (inconsce) della veglia e le fantasie (oniriche) del sogno. Questa idea, che dobbiamo a Bion e a Meltzer è affascinante e sottolinea il ruolo insostituibile delle fantasie inconsce nella vita mentale della veglia e del sogno. Esistono tuttavia delle differenze neurofisiologiche processuali tra questi due stati della mente che la ricerca neuroscientifica sta ora mettendo in evidenza. Ad esempio, l’elaborazione delle informazioni che il cervello compie dipende dal suo stato funzionale, inteso in senso globale, in quel momento specifico. E’ quest’ultimo che controlla le strategie processuali che condizionano i contenuti cognitivo-emozionali della memoria, le procedure di immagazzinamento e la relazione di ciò che il soggetto può ricordare o dimenticare con il sogno.

Recentemente è stato anche ipotizzato che la funzione del sonno, di cui il sogno è parte fondamentale, sia inoltre quella di reintegrare le capacità della mente di affrontare la vita di relazione e quella intrapsichica, elaborando tutti i contenuti che, durante la veglia, sono stati introiettati . In quest’ottica il sogno potrebbe essere la rappresentazione di una comunicazione intrapsichica tra i diversi livelli mentali, un segnale cioè del lavoro elaborativo onirico che avrebbe, tra l’altro, il compito di “disintossicare” i livelli mentali dall’eccesso di percezioni ed invasioni subite durante la giornata, operando una ristrutturazione di un equilibrio alterato. Contemporaneamente la mente, appunto durante quest’attività onirica, assimilerebbe alcuni elementi dell’esperienza diurna, integrandoli nei livelli più profondi. Tramite questo lavorio notturno, il processo di crescita e riorganizzazione psichica verrebbe incrementato e la mente si disporrebbe quindi per riattivare le proprie attività tipiche del periodo di veglia. E’ chiaro che durante il lavoro onirico le percezioni esterocettive debbono diminuire a favore di quelle propriocettive ed inconsce. Di quest’attività continua il sogno sarebbe una rappresentazione parziale, in particolare quella frazione che viene ad interagire con la coscienza, attraverso l’uso di un linguaggio figurativo con componenti talvolta anche verbali.

Il fatto che un sogno venga poi anche ricordato fa pensare che, in alcuni casi, ci sia qualcosa in più di una semplice informazione della situazione profonda (o dell’emergere camuffato di un desiderio istintuale rimosso), ma anche una mescolanza tra i livelli profondi – che si sono riorganizzati – e quelli della coscienza rivolti al mondo interno. In questi casi il sogno ha decisamente influenzato i livelli superiori, senza che ci sia una reale comprensione in questi, cosa che può essere frutto solo di un ulteriore processo interpretativo. Se la situazione profonda non viene sanata nel lavoro onirico, il sogno tende a trasformarsi in un incubo che porta l’individuo a svegliarsi, a richiamare cioè l’intervento della coscienza che lo allontana da quello stato di contatto coi livelli profondi che vengono recepiti come troppo pericolosi per l’equilibrio mentale del momento. Anche i sogni ricorrenti rappresentano forse, nell’immediato, un tentativo non riuscito d’elaborazione. Talvolta si ripetono, come sappiamo, in maniera non del tutto uguale, ma con piccole modifiche (come a significare un frammento trasformativo), ci domandiamo se il loro cessare non possa esprimere un’effettiva elaborazione profonda. Anche l’insonnia potrebbe avere in quest’ottica una funzione difensiva dal contatto con aspetti inconsci capaci di alterare la coscienza durante il sonno. Questa, a cui i sogni trasmettono i messaggi profondi (segnali di un lavoro in realtà già avvenuto) tende a reagire a tale impatto. Questa reazione avrebbe lo scopo di far intervenire appunto i livelli coscienti in quelli più profondi le cui alterazioni sono state oggetto del lavoro onirico. Tale processo complesso (articolato in: lavoro onirico, messaggio alla coscienza tramite il sogno e reazione di questa) comporterebbe una continua ristrutturazione dei livelli mentali.

 

Circa il rapporto tra il pensiero e l’attività onirica, ricordiamo le parole di Pontalis (1985): “Sognare sarebbe alla fonte del pensiero ?… Perché siamo così pronti a ritenere che identità di pensiero e identità di percezione si escludano reciprocamente, perché abbiamo così fretta di chiudere la frontiera tra processi primari e processi secondari, tra chi vorrebbe credere di non far altro che sognare quando sogna e chi invece crede soltanto di pensare quando pensa?… E se nei nostri sogni esistesse una modalità di percezione non cosciente che sarebbe all’origine – ci tengo e voglio crederci – della nostra percezione vigile, che è invece legata ad un linguaggio, a dei resti verbali ?” Per quanto riguarda il fecondo rapporto con i recenti studi neurofisiologici, sono state formulate diverse ipotesi sulla funzione del sogno. J.Varela (neurobiologo di Harvard) scrive a questo proposito che il sogno è:”… Una attività cognitiva fondamentale. E’ la dimensione in cui gli esseri umani possono intraprendere una rappresentazione immaginaria, provare scenari diversi ed escogitare nuove possibilità; uno spazio innovativo in cui possono manifestarsi nuovi schemi e nuove soluzioni, e dove qualsiasi esperienza può essere rielaborata… (Ricordiamo il famoso sogno del serpente sull’intuizione della struttura chiusa molecolare del benzene). Il sonno ci fornisce uno spazio in cui non dobbiamo far fronte all’immediato e dove possiamo invece reinventare, rielaborare e ripensare. Si tratta di una sorta di ripetizione che ci permette di maturare nuove opzioni “. A questo scopo la comunicazione intrapsichica utilizza come sappiamo il linguaggio (in parte verbale, in parte visivo) probabilmente perché questo deve essere una struttura mentale stratificata sia sul piano profondo che su quello della coscienza. Questo linguaggio è poi organizzato in maniera simbolica, secondo modalità tipiche dell’individuo e riesce a fissare in termini rappresentativi e percepibili i mutamenti endopsichici. In altri termini il sogno deve organizzare in termini visivi le stimolazioni che giungono dal profondo, attingendo ai contenuti percettivi  accumulati nella memoria (da qui tutta la ricerca dell’importanza e del significato del registro iconico sulla strada della rappresentabilità e della pensabilità. Su quest’argomento rimandiamo al libro “Pensare per immagini” a cura di Anna Ferruta , Borla ’05).

Secondo A.Hobson (Neurofisiologo di Boston) è fondamentale il significato funzionale del sogno per l’apprendimento e la memoria che viene nel sogno “riascoltata”. Parallelamente, proprio a sottolineare la funzione equilibratrice dell’attività onirica, altri ricercatori come Crick e Mitchinson hanno postulato, per il sonno REM, una funzione di “protezione” della neocorteccia, tramite una sorta di disattivazione di un eccesso di imput, quando la rete neuronale va in sovraccarico. Secondo Mangini (1998) il sogno “Testimonierebbe del funzionamento dell’apparato nei suoi diversi gradi di complessità ed in più mostrerebbe una specifica funzione autopoietica, come se il sognare plasmasse a sua volta l’apparato psichico e ne arricchisse le potenzialità”. I neuroscienziati Stickgold e Schott affermano, a tale proposito, che:” L’elaborazione delle informazioni e la loro sintesi compiuta dal proencefalo sarebbe finalizzata all’organizzazione delle percezioni, delle emozioni, della memoria e dell’attività cognitiva tipica del sogno. Il cervello in fase REM potrebbe essere paragonato ad un sofisticato computer in cerca di parole chiave con il compito di adeguare diversi dati in un processo caotico di autoattivazione”. Scalzone e Zontini affermano tra l’altro (1998) che il sogno può essere considerato non solo come il “guardiano del sonno”, ma come “il guardiano dell’apparato mentale tout court; esso si occuperebbe della manutenzione o comunque della gestione del sistema, nonché del mantenimento del suo assetto interno… Il sogno – scrivono gli Autori – effettua un continuo monitoraggio di questo processo, all’interno del transfert. Il nostro apparato mentale, quindi, produce il sogno quale di-agnosi di sé stesso in modo autoreferente”, dando continuamente conto del funzionamento dell’apparato psichico.

In linea con l’approccio di Lurija, che ha tenuto conto della natura ‘dinamica’ dei processi mentali complessi, in opposizione alla classica visione della localizzazione clinico-anatomica, le ricerche di Solms hanno dato un importante contributo alla comprensione dell’organizzazione neurologica del processo onirico, nel tentativo di confrontare la psicoanalisi con le neuroscienze. Studiando le interferenze sull’attività onirica in casi di lesioni cerebrali focali, Solms ha evidenziato, (attraverso l’utilizzo delle immagini della TAC), come il sistema funzionale relativo ai sogni faccia riferimento all’attività di sei specifiche aree cerebrali. “Questo non significa – specifica Solms – che la funzione del sognare possa essere localizzata in senso stretto all’interno di queste parti del cervello. Questo ci informa invece che le componenti funzionali localizzate in queste  zone del cervello sono fondamentali per l’intero processo” onirico.

Secondo McNamara il sonno rem e la funzione di sognare promuovono e organizzano (anche attraverso il racconto e l’elaborazione condivisa del sogno stesso) anche l’attaccamento. A tale proposito ci viene in mente un giovane uomo, molto depresso e deprivato, incapace di stabilire legami e relazioni intime, che dall’inizio e per tutti i primi due anni della sua terza analisi, questa volta con un’analista donna, dichiarava apertamente di aver  riscoperto il piacere di sognare. Il paziente infatti riferiva in ogni seduta dai tre ai quattro sogni della notte precedente e li narrava con dovizia di particolari e minuziosità come mezzo per raccontare di sé e della sua vita passata e attuale peraltro, a suo dire, monotone, vuote e inutili. Era evidente l’uso che faceva dei suoi sogni in analisi: li usava come uno strumento di appagamento, per vedersi ed essere visto e sentirsi unito e legato nel rapporto con l’analista sia di giorno che di notte .Un altro indicatore a parer nostro utile da tenere presente nei sogni, è costituito dalle vocalizzazioni di disagio, dai lamenti, dai suoni tristi di richiamo, che sono segni molto primitivi e filo-geneticamente presenti in tutti i mammiferi e in molte altre specie animali. E’ raro che il protagonista di un sogno sia la voce. Nei casi da noi osservati si trattava di lamenti e spesso sono stati associati alla presenza di una depressione severa in atto o sul punto di manifestarsi. Ancor più raro imbattersi in un sogno “olfattivo”. Anche al riguardo stiamo raccogliendo del materiale che sembra riferirsi a memorie sensoriali implicite. Un altro campo di indagine estremamente vasto e interessante è quello dei diversi modi in cui i pazienti sognano o rivivono poi le situazioni traumatiche.

 

Accenniamo ora ad alcuni ulteriori contributi sulla via di cogliere la possibilità del lavoro onirico di fare emergere contenuti appartenenti ad aeree inconsce non necessariamente rimosse. Bion, ampliando il concetto di lavoro onirico oltre il sogno stesso (legato alla funzione alfa), pone l’accento non tanto sui contenuti del sogno stesso, ma ai processi in corso, processi di trasformazione dello stato non-simbolico dell’esperienza. Come ci ricorda Moccia (’09), lo psichismo, in Bion, “è rappresentabile come un campo con margini mobili ed indeterminati tra conscio ed inconscio” dove il sogno “inteso come funzione mentale inconscia, mantiene la separazione tra conscio ed inconscio e si situa ad un crocevia tra informazione emotiva e sensoriale e pensiero cosciente”. In quest’ottica il lavoro del sogno (aspetto parziale del lavoro onirico che attraversa anche la nostra vita diurna) è deputato alla trasformazione simbolica delle esperienze sensoriali-emozionali ed è pertanto responsabile dell’ impianto della rappresentazione. Kohut (’77) ha a sua volta sottolineato la funzione modulatrice del sogno sugli stati del Sé, tramite un processo di regolazione e gestione che prevede, oltre al mantenimento dell’organizzazione, anche lo sviluppo di nuove organizzazioni. Questo tramite una sorta di rimodulazione creativa che è un aspetto del sogno, inteso a realizzare, tramite graduali movimenti, lo sviluppo del proprio “programma nucleare” (il principio motivazionale del Sé).

Come vediamo con questi autori emergono due aspetti fondamentali delle diverse funzioni oniriche, legati alla rappresentabilità, alla modulazione creativa, verso l’area della pensabilità. Dobbiamo però a Meltzer (ripreso da Ferro ‘92) avere messo l’accento sull’importanza del contesto relazionale, il sogno esprime, in quest’ottica, il “mito privato della coppia” (Bion), ne consegue che il sogno manifesta una sorta di verità che appartiene appunto alla coppia, in quanto si modula in un doppio livello di comunicazione, quello intrapsichico dove parti del Sé in relazione s’identificano con gli oggetti del sogno, e quello intersoggettivo, dove parti del Sé sono identificate con l’oggetto, l’analista nel transfert. “Così ridotto all’hinc et nunc della relazione, il sogno diventa un aiuto prezioso alla costruzione, intesa come selezione ed elaborazione del materiale transferale che si collega a quello che i Sandler (’87) hanno chiamato “inconscio presente”, ma nello stesso tempo il sogno permette la riattivazione di antiche esperienze che costituiscono “l’inconscio passato” sul quale è possibile un lavoro ricostruttivo” (Mancia ’90).

Come ci ricorda Fonagy (’01) i sogni possono anche essere considerati tentativi di auto-rappresentazione mentale pre-riflessiva, che ci mostra non solo il mondo interno del paziente, ma anche la sua capacità di rappresentarselo, fino alla possibilità (come afferma Fosshage ’99), non solo di regolare e mantenere le strutture psichiche, ma anche di riparare le stesse organizzazioni dei processi mentali. Un’operazione ricostruttiva dunque attuata dalla memoria che nel sogno rende possibile la saldatura tra le emozioni del passato e quelle del presente, tra la realtà attuale e quella dell’infanzia, riattualizzata dal transfert. Il sogno diventa allora il luogo ove il ciclo della memoria può realizzarsi (Palombo 1978), permettendo un confronto-integrazione tra le esperienze attuali collegate alla realtà esterna (e che possono contenere resti diurni) e le esperienze più arcaiche che hanno contribuito a strutturare il mondo interno. La memoria diventa allora il notes magico di cui parla Freud (1924), in cui i due sistemi (quello del mondo esterno e quello della realtà interna) vengono a contatto come il foglio e la tavoletta di cera. In questo contatto che raggiunge il suo culmine nel sogno gli affetti che hanno definito un tempo la relazione primaria del bambino con la madre o con la coppia dei genitori vengono riportati alla luce.

Il sogno può essere così visto come un evento-ponte che collega la realtà attuale con l’esperienza dell’infanzia e dà una continuità emozionale alla vita mentale, riunendo in un percorso unico il mondo oggettuale dell’adulto, così come si è andato formando nel corso della vita, al mondo oggettuale del bambino. La memoria si inserisce così nella esperienza del transfert, di cui diventa parte integrante e struttura ontologica. Memoria intesa non nel senso di una attualizzazione di esperienze storicamente definibili ma piuttosto come riattivazione di quella processualità affettiva che ha definito e caratterizzato le tappe emotivamente più significative dello sviluppo della mente. Memoria quindi come passaggio essenziale della ricostruzione in analisi, ricostruzione intesa non nel senso storico-causale del termine, ma come processo di recupero-rielaborazione delle emozioni di un tempo e loro integrazione con le esperienze attuali vissute nel transfert (Mancia 1987, 1988). Il lavoro della memoria si collega così direttamente a quello della simbolizzazione.

Ernst Jones (1916) scrive che soltanto il rimosso è simbolizzato e soltanto il rimosso necessita di simbolizzazione. Alla precisazione di Hanna Segal (1957) che soltanto quello che può essere adeguatamente elaborato può essere adeguatamente simbolizzato, possiamo aggiungere che tutto ciò che è riattivato dalla memoria (incluso il rimosso) può, nel sogno, essere adeguatamente simbolizzato. La simbolizzazione, in virtù della sua connessione con la memoria, diventa allora una tappa centrale della funzione elaborativa del sogno e del lavoro analitico teso a dare un significato all’esperienza onirica. Il fallimento di questa funzione porta alla formazione di sogni dominati da equazioni simboliche che non sono vere simbolizzazioni, ma anzi dove la simbolizzazione è scarsa o assente e dove la funzione alfa, per usare la nota metafora bioniana, è inadeguata alla alfabetizzazione degli elementi beta che vengono appunto evacuati, così da far prevalere il pensiero concreto, come si osserva in alcune psicosi, specie schizofreniche e in forme gravi di malattie psicosomatiche” (Mancia ’07). Come ricorda Odgen, “i sogni non sognati” rimangono immutati come sacche separate psicotiche o aspetti della personalità in cui ogni esperienza è preclusa dall’elaborazione psicologica. Oltre ai disturbi psicosomatici, appena citati, questa sorte di forclusione può determinare gravi perversioni (De M’Uzan ,’84), incapsulamento di tipo autistico (Tustin, ’81), stati disaffetivizzanti in cui il paziente perde la capacità di decodificare le proprie emozioni e le sensazioni corporee (Mc Dougall, ’84), oppure quello che Odgen definisce “stato schizofrenico di non esperienza” (’84).

Ciò detto veniamo a considerare qualche altro aspetto del rapporto tra alcune funzioni del sogno (per come le abbiamo evidenziate) e la memoria. Ciò ci porta in prima battuta a riflettere su come tale concetto, legato a doppio filo a quello del modello d’inconscio, si sia ampliato ed approfondito nella teoria psicoanalitica, anche nel suo confronto con le ricerche neuro scientifiche. Lo stesso Freud si pose diverse volte di fronte alla possibilità di concepire aree dell’inconscio estranee al rimosso. Si ricordano ad esempio la lettera a Fliess del 6/12/96, dove scrive che “prima dell’età dei 4 anni non esiste rimozione e quindi i periodi dello sviluppo psichico e le fasi sessuali non coincidono” e, più avanti, “tracce d’inconscio possono corrispondere ai ricordi concettuali, essi pure inaccessibili alla coscienza”. Otto anni dopo (in “Ricordare, ripetere, rielaborare”) scrive “Ci sono processi psichici che sono esclusivamente interiori e del tutto diversi dalle impressioni e dei dati immediati dell’esperienza e cioè le fantasie, i riferimenti e gli impulsi emotivi, che corrispondono a ciò che non ha mai potuto essere dimostrato per il semplice fatto che non è mai stato notato, che non è mai stato cosciente e di cui si arriva a prendere coscienza attraverso i sogni” e l’anno successivo (nello scritto sull’inconscio) precisa “Tutto ciò che è rimosso è destinato a restare inconscio, tuttavia è nostra intenzione chiarire fin dall’inizio che il rimosso non esaurisce tutta intera la sfera dell’inconscio. L’inconscio ha un’estensione più ampia, il rimosso è una parte dell’inconscio”.

Se nel campo neuroscientifico risalgono agli anni 94-95 gli studi di Squire e Schacter che hanno dimostrato che nel nostro cervello operano due sistemi della memoria con caratterisiche anatomo funzionali diverse (la prima denominata esplicita o dichiarativa, la seconda implicita o non-dichiarativa), anche sul versante psicoanalitico diversi autori hanno concettualizzato diverse aree dell’inconscio, legate alcune all’area del rimosso, altre a proto-rappresentazioni di esperienze avvenute antecedentemente allo sviluppo delle diverse competenze simbolico-linguistiche. Ricordiamo l'”inconscio preriflessivo” di Storolow e Atwood, quello già prima citato, definito come “passato” da Sandler e Fonagy, la “conoscenza relazionale implicita” di Stern ed infine l'”inconscio primario rimosso” di Bollas dell’87. Quest’ultimo, mediato dai circuiti della memoria emotiva legati all’amigdala ed ai centri ad essa collegati, “conserva processi dell’esperienza del Sé e del rapporto Sé-altri che vengono determinati operativamente nelle trattative tra il bambino e le cure della madre” (Bollas ’99).

Questo livello coincide con quello che lo stesso Bollas denomina “conosciuto non pensato”, cioè “quelle procedure non pensate, ma divenute parte del modo di essere e di mettersi in rapporto, scaturite dall’incontro del vero Sé del bambino e l’idioma di cure della madre. Il potenziale ereditario del vero Sè e le norme derivate da modalità specifiche di interazione madre-bambino diventano cioè processi inconsci dell’Io” (Bastianini, Moccia, ’05). Quello che a noi interessa è come il contenuto di questi livelli non rimossi, possa avere accesso al piano della rappresentabilità e quindi della pensabilità ed eventualmente dell’elaborazione (utilizzando soprattutto il registro iconico). Nel linguaggio bioniano il blocco della funzione alfa porterebbe all’evacuazione degli elementi beta nel corpo, nei sintomi psicotici, negli agiti oppure in certi sogni. Certamente le caratteristiche particolari dell’inconscio non rimosso collegate alle esperienze, fantasie e difese presimboliche e preverbali, ci fanno pensare che la possibilità di riportare alla luce esperienze arcaiche depositate in aree implicite sia legata, nella nostra pratica, ad una visione e ad un utilizzo interpretativo particolare del tranfert ed all’interpreazione dei sogni (in base a tutto quello che abbiamo accennato poc’anzi). Secondo Westen (’99) il sogno può funzionare da serbatoio della memoria implicita e canale di comunicazione analitica privilegiato. Scriveva Mancia “Il sogno può costituire una rappresentazione privilegiata per cogliere sia quei meccanismi che si manifestano nel transfert, che i momenti ricostruttivi collegai alle esperienze preverbali… la funzione del sogno è infatti anche quella di trasformare e rappresentare simbolicamente esperienze all’origine presimboliche. La loro interpretazione favorirà il processo ricostruttivo necessario alla psiche per migliorare le proprie capacità di mentalizzare e rendere pensabili, anche se non ricordabili, esperienze all’origine non pensabili. Questo al fine di raggiungere quella coscienza storica del suo inconscio che rappresenta uno degli scopi della psicoanalisi”.

 

Riportiamo di seguito il sogno di una paziente nei primi mesi della sua analisi. Si tratta di una donna di 32 anni molto inibita, che soffriva per non aver mai avuto un’esperienza sentimentale e sessuale, e, in genere, nessuna esperienza piacevole. Figlia unica, viveva con dei genitori incombenti e giudicanti e ascoltava, per orientarsi su qualsiasi iniziativa, il loro parere. Il suo viso sembrava congelato in quello di una Biancaneve dormiente nella teca di cristallo. Il cambiamento avvenne dopo che ci fermammo su una  esperienza precoce, perinatale, depositata nella memoria implicita. Nata con un parto precipitoso settimina e apparentemente sana e aver quindi iniziato la sua normale vita in famiglia, dopo circa una settimana era invece finita in incubatrice rimanendoci per due mesi. Pensiamo all’improvvisa e precoce perdita dell’ambiente caldo e sicuro in cui abitava, e poi, una volta nata, alla nuova perdita di quelle fonti di soddisfacimento che le avrebbero insegnato, piano piano, a riconoscere i propri bisogni, alla perdita di quello specifico accudimento che aveva iniziato a ricevere. A cosa possa aver significato perdere quello slancio, quell’attivazione sensoriale ancora iniziale, tornare indietro verso un luogo asettico, muto, in cui era impotente. Lamenta infatti una frequente sensazione di isolamento, come se gli oggetti attorno si raffreddassero. Dopo diversi sogni in cui sembra rievocare la sua nascita precipitosa, molti altri in cui è ferma in una  macchina, immobile dietro il vetro, altri in cui ripetutamente compaiono frigoriferi o cassaforti, dopo tre mesi di analisi e un’attenzione particolare al periodo attorno alla nascita, arriva un sogno che invece ci sposta nell’area del trauma e delle carenze molto precoci, inscritti nella memoria implicita

“Una grande duna inumidita dal mare che degrada verso la spiaggia. Tante figure maschili con una cuffia di colore neutro in testa: alcuni coperti fino al collo nella sabbia, altri sulla riva, altri sguazzano allegri nell’acqua.”

La paziente si chiede cosa fare, dove si trovi, dove dirigersi, si guarda attorno. Le piacerebbe buttarsi in acqua. Nell’analizzare il sogno teniamo presente la sua precoce esperienza traumatica ipotizzando che abbia dato luogo ad una inibizione del sistema della ricerca, della curiosità, dell’interesse. Scrive Solms: “Le esperienze precoci di soddisfacimento formano le matrici della nostra comprensione di come funziona la vita”. Delle diverse associazioni viene quindi scelta quella in cui gli uomini con la cuffia vengono associati a neonati. Aspetti di sé indifferenziati che stanno esperimentando posizioni diverse. Dalla posizione quasi sepolta ma già vitale a quella decisamente vitale e positiva di coloro che sguazzano nel mare.

La scelta di questa interpretazione invece di un’altra dipende dalla sintonizzazione su livelli primitivi ed automatici di funzionamento corporei e legati ad una emozione primitiva come la ricerca dell’appagamento, del soddisfacimento che, ad un certo punto, deve essere collassata dentro di lei, non più agganciata alla vita, ma diluita in una macchina che l’isolava e che il rapporto caldo e diretto con l’analista ha rimesso in movimento. Lei aveva, di fatto, realizzato una sorta di isolamento senza possibilità di uscita perché la spinta libidica era collassata, nascosta. Da quanto fin qui esposto possiamo immaginare i sogni come una ricerca di mete biologicamente rilevanti o di appagamento. Ma nell’uomo la sopravvivenza non è, come negli animali, il contrario della morte. Così come la ricompensa non è piacere strettamente fisico. Nell’uomo sono ricompense anche il soddisfacimento dell’interesse per qualcosa, il raggiungimento di mete “alte”, la diminuzione della tensione, della paura, del senso di inermità. Nell’uomo sono da considerarsi mete biologicamente rilevanti il raggiungimento dell’individuazione e il conseguimento di mete necessarie alla sopravvivenza emotiva, psicologica, spirituale e sociale.

Il sistema della ricerca nell’essere umano sembra essersi sviluppato in modo finissimo, attraverso canali sofisticati alle volte ancora inspiegabili. Solo i cani in una cosa sembrano assomigliare più alla specie umana che a quella animale: entrambi, uomo e cani, vivono per vivere, agiscono per mantenersi in vita ma, al di sopra di tutto, per vivere devono innanzitutto mantenere vivo il legame con coloro che amano o che li corrispondono. A tutti gli analisti penso sia capitato di osservare come l’uomo tenti in tutti i modi, in primis con il pensiero ma anche con intuizioni, sogni, lapsus, fenomeni apparentemente telepatici, actings e persino allucinazioni di sopravvivere emotivamente al dolore, alla perdita e al trauma.

La mente, nella sua parte conscia e inconscia, il sistema emozionale al servizio dell’individuo, il sistema motorio e quello endocrino, sono come un radar sempre acceso attento a monitorare il mondo esterno e quello interno allo scopo di capire e dare un senso a quello che ci è accaduto e non abbiamo elaborato, e di perseguire quello che vorremmo ci accadesse. La ricerca di sopravvivere al trauma e al dolore è un sistema che funziona giorno e notte appunto come un radar o un sonar che scandaglino fuori e dentro per arrivare ad una soluzione e ad un perché. E’ come se la vita attuale servisse a vivere la vita stessa ma anche, spesso, a riparare pezzi che costantemente devono essere aggiustati, oliati, a volte ripescati nel buio e rimessi al posto giusto. Nei sogni, come nella vita diurna, noi tendiamo dunque a sopravvivere. Di giorno o di notte, sveglio o addormentato, il cervello ricerca soluzioni biologicamente determinate da necessità dell’individuo, patologiche o non patologiche, ma da osservare nell’ottica di un programma di sopravvivenza ed evoluzione.

Riportiamo tre sogni. Il primo (raccontato da una giovane donna da poco in terapia): “Vedo in un’ atmosfera nebbiosa  uno stagno d’acqua calma, ma melmosa, mi accorgo che sull’acqua galleggiano degli oggetti che ogni tanto sprofondano per poi tornare in superficie sempre più grandi, una specie di rape scure e pelose, è una visione orribile che mi sveglia”. Il secondo è stato portato dopo vari anni d’analisi da una donna, approdata alla terapia per una sintomatologia bipolare, piuttosto grave: “C’è un lungo corridoio buio, lo percorro lentamente verso la luce che viene dal fondo, c’è una porta socchiusa, la luce viene da un ambiente con delle piastrelle bianche, in alto nella penombra vedo un palloncino immobile, è rosso!” la sua vista mi fa inorridire e mi sveglio in preda ad un attacco di panico. Il terzo sogno (che tutti conoscete ) fu fatto una notte poco prima del Natale, (giorno in cui ricorreva anche il suo quarto compleanno), dal piccolo Sergej Pankeiev (meglio noto come l’Uomo dei lupi): ” Era notte e mi trovavo nel mio letto (il letto era orientato con i piedi verso la finestra e davanti ad essa c’era un filare di vecchi noci; sapevo che era inverno mentre sognavo, e ch’era notte). Improvvisamente la finestra si aprì da sola, ed io, con grande spavento, vidi che sul grosso noce proprio di fronte alla finestra stavano seduti alcuni lupi bianchi. Erano sei o sette. I lupi erano tutti bianchi e sembravano piuttosto volpi o cani da pastore, perché avevano una lunga coda come le volpi, e le orecchie ritte come quelle dei cani quando stanno attenti a qualcosa. In preda al terrore -evidentemente di esser divorato dai lupi – mi misi a urlare e mi svegliai”.La bambinaia accorse a calmarlo. Sergej (che ricorda questo sogno come il suo primo sogno d’angoscia) lo raccontò a Freud uno/due mesi dopo l’inizio dell’analisi, intrapresa a 23 anni.

 

 

* Breve intervento clinico

Torniamo al sogno dell’uomo dei lupi. Freud ci lavorò a lungo, conducendone un’ analisi minuziosa che portò a chiarire il sogno solo al termine del trattamento. L’elemento saliente dell’interpretazione di Freud è dato dal legame del sogno con la scena primaria: l’impressione visiva del coito a tergo tra i genitori, occorsa, nella ricostruzione di Freud, quando il bambino aveva un anno e mezzo di età. Il forte senso di realtà dell’immagine onirica, percepito dal sognatore, porta Freud al convincimento che il materiale latente del sogno faccia riferimento ad un evento realmente accaduto, ma la comprensione del suo significato viene differita all’epoca del sogno. Freud considera il sogno come spazio di elaborazione mnestica: “anche sognare è un modo di ricordare” (Freud, 1914). La sintesi di Freud, relativamente al significato latente del sogno e all’evoluzione dei pensieri del sognatore, è la seguente: il desiderio del bambino di soddisfacimento sessuale da parte del padre riattiva la scena primaria (Freud parla di riattivazione e non di ricordo).

Ciò suscita angoscia, in quanto essere posseduto dal padre (come la madre) comporta la rinuncia al membro virile che costituisce una minaccia narcisistica. Il bisogno narcisistico mette in atto la rimozione dell’omosessualità. Il resoconto di Freud sulla storia infantile della malattia del suo paziente mostra come l’infanzia di Sergej sia stata connotata da periodi, caratterizzati da modifiche comportamentali. Il sogno d’angoscia, a quattro anni, dà inizio a sintomi nevrotici: una fase di zoofobia (paura dell’illustrazione del lupo in posizione eretta riprodotta in un libro di fiabe), a cui segue un periodo di nevrosi ossessiva. Il sogno dei lupi, quindi, determina un cambiamento. G. Hautmann (1998) sottolinea come il sogno dei lupi indichi una modifica strutturale della personalità del paziente, alla stregua di un trauma esogeno. Freud stesso (1914) aveva affermato che, attraverso il sogno, “la riattivazione dell’immagine del coito che ora, grazie al progresso dello sviluppo intellettuale, può essere capita, opera come un evento recente ma anche come un nuovo trauma, come un intervento dall’esterno analogo ad una seduzione”. Mediante il sogno, commenta Hautmann (ibidem), il bambino accede all’esperienza dell’angoscia, espressione di una elaborazione. “La dimensione narrativa del sogno indica il passaggio a un livello di simbolizzazione…da rappresentazione di cosa a rappresentazione di parola” (Hautmann, ibidem).

Venendo al contesto neuro scientifico, abbiamo visto come vengano distinti due sistemi di memoria: quella implicita (la memoria inconscia non rimossa, non verbalizzabile, non ricordabile, che si sviluppa precocemente. La principale struttura cerebrale coinvolta in questo sistema di memoria è l’amigdala, che, insieme ai gangli della base, è ben sviluppata alla nascita (Joseph, 1996, in Pally, 2000) e quella esplicita (o dichiarativa) che permette di ricordare consapevolmente, è la memoria verbalizzabile, cosciente o dell’inconscio rimosso. La struttura della memoria esplicita è costituita dal lobo temporale mediale, in particolare l’ippocampo, struttura indispensabile per la rimozione.

Le esperienze pre-simboliche e pre-verbali (anche traumatiche), che sono depositate nella memoria implicita, non sono perdute anche se non sono ricordabili. La possibilità di recuperare tale inconscio non rimosso, anche senza il ricordo e poter quindi rendere pensabili e verbalizzabili le esperienze pre-simboliche, rende necessaria una particolare attenzione alle possibilità ricostruttive e simbolopoietiche del sogno. Il ‘conosciuto non pensato’, attraverso il sogno può accedere al pensiero. Mancia, riferendosi ai lavori di alcuni autori (Leuzinger-Bolheber M., Pfifer R. in Mancia, 2006), afferma che la memoria implicita, al pari di quella esplicita, possa andare incontro a “ricategorizzazioni” nel corso del processo analitico. Tali processi possono costituire la base di trasformazioni che fanno seguito ad insight e prese di coscienza ottenuti con il lavoro costruttivo e ricostruttivo nel transfert e con l’interpretazione dei sogni (Mancia 2007).

Freud (1914) scrive che la scena del coito tra i genitori fu compresa da Sergej “all’epoca del sogno, a quattro anni, non al momento dell’osservazione”. Si può ipotizzare che a un anno e mezzo egli raccolse impressioni che si depositarono nella memoria implicita e la cui comprensione differita fu resa possibile dalla funzione simbolopoietica del sogno e dalla sua interpretazione. L’interpretazione di quel sogno portò ad una ricategorizzazione dell’inconscio non rimosso e permise la costruzione analitica che implica la dimensione dello spazio/tempo.

A questo riguardo è interessante notare come la memoria implicita includa non solo la memoria emotiva e quella procedurale, ma anche la memoria per le figure e le forme (‘primed memory’) (Pally, 2000). Questa memoria concerne il riconoscimento visivo indipendentemente dal significato semantico, che è una funzione della memoria esplicita (ibidem). “Le strutture cerebrali alla base del priming sono i centri della percezione pre-semantica nella corteccia sensoriale posteriore, come il lobo occipitale per il priming visivo, e sono distinti dai centri coinvolti nei significati semantici, che sono più anteriori.”(ibidem). Tali conoscenze neuro scientifiche sembrano in sintonia con la costruzione fatta da Freud relativamente alla scena primaria del suo paziente, una scena dalla forte pregnanza visiva, inizialmente senza significato e che successivamente ha dato vita ad un sogno dalla spiccata caratterizzazione visiva.

Viene da domandarci in quale modo il bambino, che affina le sua competenze linguistiche e comunicative nel tempo, impara a raccontare sogni e ricordi. Chiederci come lo sviluppo delle capacità narrative modifichi la struttura della memoria e la funzione del sogno.

Nel caso del piccolo Sergej le fiabe (Cappuccetto Rosso, Il lupo e i sette capretti, la fiaba del sarto) avevano costituito il supporto narrativo di ciò che prima non era rappresentabile e le loro immagini hanno trovato una condensazione nella scena visiva del sogno. Freud (1913) aveva osservato come spesso il materiale fiabesco entrasse nei sogni a costituirne la scena manifesta. E fiaba e sogno presentano analogie, contengono un linguaggio simbolico che rappresenta contenuti sia consci che inconsci, la dimensione dello spazio/tempo si discosta da quella del pensiero razionale, sono possibili gli stessi meccanismi di condensazione, trasformazione, scissione.

Freud (1914) ribadisce la realtà delle scene infantili (primarie), che non sono simboli regressivi (fantasie postume proiettate nel passato). Egli giunge a conclusione che la ricostruzione ha lo stesso valore dell’effettivo ricordo. Le scene infantili non vengono riprodotte in analisi sotto forma di ricordi, ma sono il frutto della costruzione analitica. L’uomo dei lupi ricorda (grazie alle interpretazioni di Freud) la seduzione da parte della sorella (immagazzinata nella memoria esplicita, inconscio rimosso), ma non l’episodio della scena primaria (memoria implicita). L’aspetto traumatico dell’esperienza infantile di S.P. è testimoniato dallo spavento nel sogno. A differenza della paura, lo spavento rompe la barriera degli stimoli (Freud, 1914) sotto la pressione di una forza estranea, che irrompe devastando (‘improvvisamente la finestra si aprì da sola’) (Fé D’Ostiani).

Nella stesura di questo caso clinico Freud esprime a più riprese la preoccupazione per l’attendibilità della scena primaria. Dilemma che verrà riproposto in lavori successivi [(Introduzione alla psicoanalisi 1915-17, in Totem e tabù 1912-13, L’Uomo Mosè e la religione monoteista 1934-38)] Ma Freud conclude affermando che “è indifferente considerare la scena stessa come scena primaria o come fantasia primaria (non un fantasticare retrospettivo)” (Freud,1914). Nella nota del 1918, Freud parla di realtà psichica.

Se facciamo riferimento ai contributi delle neuroscienze, ben compendiati da R. Pally (2000), rileviamo che il formarsi del ricordo nell’ambito della memoria esplicita richiede il funzionamento dell’ippocampo e dei lobi frontali che attivano le aree corticali in cui sono conservate informazioni visive, uditive, immagini. Tali informazioni derivano da fonti esterne o interne (immaginazione, fantasia). La memoria della fonte di informazioni dipende dalla corteccia pre-frontale che nei bambini risulta essere immatura. Ne consegue che per loro risulta essere difficile “distinguere se l’informazione origina da dentro loro stessi (rappresentazione visiva, fantasia) o da eventi esterni” (R. Pally, 2000). Queste considerazioni sembra costituiscano un corrispettivo neurofisiologico al dubbio di Freud circa la scena primaria. Realtà fattuale o realtà psichica.

Ancora, secondo l’ipotesi di alcuni neuro scienziati (Olds,1995; Deacon, 1997, in Pally 2000) la coscienza “ha un ruolo nel sistema semiotico o delle rappresentazioni… nella coscienza autoriflessiva i dati sensoriali in entrata sono ri-rappresentati simbolicamente e resi così indipendenti dalla loro fonte” creando in tal modo una “scena virtuale”, che può essere anche alterata. Ciò ha a che fare con la realtà psichica?

 

Secondo Pally il concetto psicoanalitico di realtà psichica sembra trovare un riscontro nella teoria neuro scientifica (Llinas, 1996 in Pally, 2000) secondo la quale “l’attività neurale del cervello è intrinsecamente organizzata per rappresentare il mondo” il cervello quindi è un “emulatore” della realtà che noi sperimentiamo soggettivamente come esterna.

In ogni caso la scena primaria, dalla forte rilevanza visiva, si rivelò per Sergej un evento traumatico (che fu memorizzato inconsciamente e registrato dalla sua memoria implicita), vuoi che tale scena fosse realtà fattuale o fantasia primaria, vuoi fosse legata all’essere stato spettatore del coito a tergo tra i genitori o, come successivamente Abraham. e Torok (1976). ipotizzarono, dell’abuso sessuale della sorella ad opera del padre.

 

Prima di concludere questo breve lavoro, pensiamo si debba riflettere anche sull’importanza della relazione terapeutica all’interno dello sviluppo del campo analitico, come elemento di possibile emersione onirica di nuclei pre-simbolici. Le reverie dell’analista sono un elemento fondamentale, in quest’ottica, del processo analitico come punto cruciale di accesso a quell’area implicita, il cui prodotto onirico non sarebbe stato possibile senza il partecipare dell’analista al sognare i sogni che il paziente non può sognare da solo. Mi riferisco inoltre a quel fenomeno per cui alcuni sogni dell’analista stesso possano essere interpretati come espressione di quell’area inconscia condivisa che appartiene appunto all’intima relazione col paziente, a quello che Odgen definisce “terzo analitico” intersoggettivo, generato congiuntamene, ma asimmetricamente dalla coppia analitica. Questo in quanto “il paziente e l’analista s’impegnano in un esperimento che ha lo scopo di creare le condizioni nelle quali l’analizzando (con la partecipazione dell’analista) possa migliorare la sua capacità di sognare i suoi sogni non sognati. I sogni del paziente, ma anche dell’analista sono quindi contemporaneamente i loro sogni e quelli di un terzo soggetto che, allo stesso tempo, è il paziente, l’analista e nessuno di loro due” (Odgen ’05).

Perché si realizzi questa condizione intersoggetiva, è fondamentale però la qualità dell’assetto interno dell’analista, che (come ci ricorda la Ficacci,’09) dovrebbe essere “caratterizzato da una massima disponibilità verso il mondo esterno che verrebbe assorbito dentro di noi stessi, dove l’assimilazione è l’inizio di tutta la conoscenza del mondo, cioè dell’altro. Un tale assetto mentale (Grotstein ’04) potrebbe permettere all’analista di diventare la verità emotiva dell’analizzando, essere inconsciamente risonante con lui, senza che ci sia nemmeno una transitoria fusione riguardane la perdita dei confini dell’io… favorendo l’emergere di un fenomeno che potrebbe essere descritto in termini di sincronicità , rispetto alla dimensione temporale, e di mirroring rispetto alla modalità di funzionamento”.