Inconscio coscienza e memoria secondo Imbasciati. Giorgio Mattana

Giorgio Mattana

Inconscio coscienza e memoria secondo Imbasciati 

Antonio Imbasciati, analista di training della Spi e professore emerito di psicologia clinica, da sempre sostenitore dell’opportunità della relazione della psicoanalisi con le neuroscienze e le altre scienze della mente, fa il punto sugli sviluppi e sulle relazioni reciproche dei concetti di inconscio, coscienza e memoria, così come sono suggeriti dall’avanzare delle ricerche in questi campi. Nell’articolo «Inconscio e coscienza della memoria: un contributo dalle neuroscienze» (Psicoterapia e scienze umane, 2018, 52 [4], 563-586), Imbasciati propone un significativo ripensamento del concetto di inconscio, che collega organicamente a quello di memoria, e un ancora più significativo cambiamento nella concettualizzazione dei rapporti fra inconscio e coscienza. Egli ritiene che le acquisizioni delle neuroscienze, ma anche della psicologia sperimentale, dell’infant observation, dell’infant research, della teoria dell’attaccamento e della psicologia clinica perinatale, debbano indurre la psicoanalisi ad aggiornare questi capitali concetti, al fine tanto di una sua indispensabile evoluzione teorico-clinica, quanto di una sua migliore integrazione nell’universo scientifico contemporaneo.

La concezione proposta è di ampio respiro e implica una revisione radicale della nozione di inconscio, che ha come conseguenza primaria quella di invertire i rapporti di questo con la coscienza. La visione freudiana classica, che ad avviso dell’autore continua, nonostante la grande evoluzione della psicoanalisi a livello clinico, ad essere parte centrale del mainstream psicoanalitico teorico contemporaneo, legata al modello pulsionale e imperniata sul concetto di rimozione, è in qualche modo ancora debitrice di una sorta di «coscienzialismo» di fondo. Sebbene siano noti e siano stati spesso sottolineati i passi in cui Freud accenna a un inconscio non rimosso, concetto peraltro da lui non sviluppato, la vera teoria freudiana dell’inconscio è quella basata sulla rimozione, e tale teoria implica una concezione della vita mentale basata sul primato della coscienza. Paradossalmente, proprio lo scopritore dell’inconscio, della dissociazione fra mente e coscienza, della possibilità «anti-classica» e «anti-cartesiana» di un mentale non identificato con la coscienza, sarebbe ancora portatore di una forma di «coscienzialismo».

Imbasciati osserva che nel modello freudiano della mente la coscienza è data per scontata, mentre ciò che deve essere spiegato è l’inconscio, che classicamente affiora negli interstizi di questa attraverso sintomi, lapsus, atti mancati, sogni o fenomeni transferali, che intervengono a «turbare» la razionalità cosciente. La coscienza – si potrebbe dire – è il mentale per eccellenza, mentre l’inconscio è spiegato per esclusione, con l’espulsione dalla coscienza, cioè in certo senso dalla mente vera e propria, di inammissibili desideri di origine pulsionale, causa delle sofferenze, incoerenze, irrazionalità e bizzarrie di ogni tipo dell’essere umano. Il riconoscimento dei desideri inconsci rimossi, promosso dal trattamento psicoanalitico attraverso l’interpretazione, che a sua volta causa l’insight del paziente nel suo mondo interno inconscio, la sua conoscenza e illuminazione da parte del soggetto cosciente, è il fattore terapeutico decisivo. Ciò non significa che in tale modello la coscienza non abbia una genesi e sia data ontogeneticamente come tale fin dall’inizio; essa, tuttavia, una volta costituitasi domina la mente dell’uomo, ne è l’asse portante e la struttura centrale, coerentemente con la tradizionale rappresentazione della mente dell’uomo razionale adulto. In questa prospettiva, fondamentalmente debitrice di una mentalità illuministica e razionalista, tutto ciò che è nella mente può/deve in linea di principio diventare cosciente; il faro della coscienza può illuminare le profondità della mente fino all’ultimo residuo: Wo Es war soll Ich werden («Dove era l’Es, deve subentrare l’Io» [Freud, 1932, 190]).

Il modello che propone Imbasciati sulla scorta delle neuroscienze, della psicologia sperimentale e delle altre discipline del mentale è radicalmente diverso. In certo senso, estende e porta a coerente sviluppo l’altra possibile visione dell’inconscio presente in Freud e da questi non sviluppata, quella di un «continente» precedente, più ampio e indipendente dalla rimozione. In questa seconda prospettiva, la mente è innanzitutto e prevalentemente inconscia, e tale nozione di inconscio è fondamentalmente coestensiva a quella di memoria. Quest’ultima è contenuta nelle reti neurali che ubiquitariamente abitano il nostro cervello, e rappresenta un immenso patrimonio di acquisizioni che ci accompagna e ci guida in ogni momento, suscettibile all’occasione di accedere alla coscienza come ricordo in modi e gradi diversi, verbali e non verbali. E’ dunque la coscienza, compresa la sua modalità «classica» legata alla rappresentazione verbale che, in un radicale rovesciamento del modello freudiano delle origini, in definitiva «logocentrico» e «corticocentrico», va spiegata. E’ della coscienza che bisogna rendere conto e non, come nel modello freudiano delle origini, delle discontinuità e delle inserzioni in essa, concepita come in linea di principio continua e ubiquitaria, dell’inconscio che torna dalla rimozione. E’ la coscienza che è discontinua, «epifanica», parziale e precaria, mentre è l’inconscio che è diffuso, pervasivo, ubiquitario e continuo, contrariamente alla tradizionale visione della mente dell’uomo adulto razionale e consapevole di sé, lucido osservatore dei propri pensieri e pianificatore intenzionale del proprio comportamento.

In linea con una concezione largamente diffusa nell’ambito delle scienze cognitive e in particolare delle neuroscienze, Imbasciati, lungi dal confinare l’inconscio al rimosso, considera il mentale in se stesso fondamentalmente e primariamente inconscio, e di conseguenza la mente come qualcosa di molto più esteso di ciò che è attestato dalla coscienza. I complessi meccanismi che sono alla base della percezione cosciente, del linguaggio, del calcolo e del ragionamento, dell’archiviazione, codifica e recupero dalla memoria delle informazioni, della messa in atto dei complessi ed elaborati programmi motori che caratterizzano la nostra vita quotidiana, tutti questi meccanismi sono essenzialmente inconsci. E tutti sono collegati alla memoria e all’apprendimento: così come il continente mentale è enormemente più vasto di quanto affiora alla nostra debole e intermittente coscienza, che di esso illumina per motivi e secondo modalità ancora in parte sconosciute solo alcuni aspetti emergenti, ugualmente il concetto di memoria è ben diverso e ben più ampio di quello del recupero consapevole delle informazioni archiviate nella nostra mente. Memoria e ricordo sono termini connessi ma radicalmente distinti, nella misura in cui il secondo fa riferimento all’affiorare alla coscienza, in forme più o meno chiare, più o meno legate al linguaggio o da esso indipendenti, come nel caso di sentimenti, impressioni sensoriali e programmi motori, di un’impressionante quantità di apprendimenti passati. Di qui le differenti forme e definizioni della memoria, tutte più o meno riconducibili alla distinzione generale fra memoria esplicita o dichiarativa e memoria implicita o non dichiarativa.

In linea con la contemporanea sottolineatura neuroscientifica dell’importanza delle reti neurali, Imbasciati propone una visione fondamentalmente non localizzazionista della memoria, non limitandola a quelle aree cerebrali che classicamente vi sono preposte, ma estendendola di fatto all’intero encefalo inteso nel suo insieme come contenitore di informazioni indispensabili alla nostra vita, secondo quello che è il concetto che maggiormente esplicita il carattere pervasivo e costitutivo delle reti neurali: il «connettoma» (Seung, 2012). Centrale è a tale proposito la nozione di apprendimento, che è direttamente collegata all’interazione con l’ambiente e che non si limita alla fissazione di contenuti nella memoria, ma è soprattutto apprendimento di funzioni, fra cui quella della rievocazione delle informazioni apprese, e modificazione di tali funzioni nelle interazioni successive secondo un modello fondamentalmente auto-costruttivo ed epigenetico. Gli apprendimenti si fissano nelle reti neurali e queste sono determinate nella loro struttura dall’esperienza, che è diversa da individuo a individuo e rende ragione del fatto che non esistono due cervelli identici, proprio come non esistono due personalità identiche, nella misura in cui ognuno, secondo la visione proposta, è il suo cervello. E l’apprendimento è anche e soprattutto emotivo, perché se è vero come insegnano le neuroscienze affettive che esistono delle emozioni primarie o di base, è anche vero che su di esse attraverso l’esperienza si realizzano apprendimenti fondamentali che le correlano in modo e misura diversa ed essenziale alle situazioni ambientali, che sono innanzitutto relazionali e sociali.

Anche il processo di attivazione emotiva è prevalentemente e primariamente inconscio, come affermano coloro che, con Damasio (1999), distinguono fra l’emozione e la sua percezione soggettiva come sentimento o affetto, che di essa di tanto in tanto presenta alla coscienza «qualcosa», qualche elemento parziale e non sempre chiaro. Non solo, ma la tradizionale distinzione fra emozione e cognizione, in qualche modo presente anche nella psicoanalisi freudiana, nella misura in cui questa presuppone una coscienza razionale stabile e permanente, che controlla, pianifica, dirige il comportamento e viene occasionalmente «perturbata» dall’emergere di un inconscio emotivo e irrazionale, viene in questo modello a cadere. Seguendo Damasio (1999, 2012) e i rappresentanti delle neuroscienze affettive, come Panksepp (1998) e Schore (2003), che identificano le prime forme della soggettività con le emozioni primarie radicate a livello sottocorticale, Imbasciati osserva che le basi del Sé sono affettive prima ancora che cognitive, come mostrano chiaramente i concetti di Damasio di «proto-Sé» e «Sé nucleare». E non esiste coscienza che non presupponga un Sé, a partire da quella d’oggetto o percezione nei suoi diversi gradi di sviluppo ontogenetico e proseguendo con le altre forme di coscienza, da quelle più oscure a quelle più chiare e linguisticamente definite, che tutte implicano, nell’uomo e negli altri mammiferi, un più e meno chiaro ed elaborato sentimento del Sé, progressivamente appreso attraverso le interazioni e i rispecchiamenti emotivi primari. Anche il Sé, costruito da successivi apprendimenti emotivi contenuti nelle reti neurali e radicato a livello inconscio, diverso da individuo a individuo a seconda delle esperienze vissute, affiora alla coscienza in forme e situazioni diverse, da quelle più primarie, indefinite e prelinguistiche, a quelle più complesse e linguisticamente definite che sono alla base del concetto di «Sé autobiografico» di Damasio (2012). La coscienza, in modo particolare la coscienza razionale adulta, rappresenta da questo punto di vista la punta dell’iceberg di un mondo mentale emotivo e inconscio molto più vasto, fondamentale ed esteso, che porta a invertire radicalmente i termini del rapporto fra questa e l’inconscio. Se la mente è innanzitutto emotiva e inconscia, ciò che è da spiegare non è tanto l’inconscio, ma come e perché, del suo operare costantemente e prevalentemente sottosoglia o sottotraccia, di tanto in tanto affiori «qualcosa» alla coscienza.

 

Damasio A. (1999). Emozioni e coscienza. Milano, Adelphi, 2002.

Damasio A. (2010). Il Sé viene alla mente. Milano, Adelphi, 2012.

Freud S. (1932 [1933]). Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni). O.S.F, 11, Torino, Boringhieri, 1979.

Panksepp J. (1998). Affective neuroscience. London, Oxford università Press.

Schore A. (2003). La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé. Roma, Astrolabio, 2008.

Seung S. (2012). Connettoma: la nuova geografia della mente. Torino, Codice, 2013.

 

Imbasciati A. (2018). Inconscio e coscienza della memoria: un contributo dalle neuroscienze. Psicoterapia e scienze umane, 52 (4), 563-586. www.psicoterapiaescienzeumane.it

DOI: 10.3280/PU2018-004004

ISSN 0394-2864 – eISSN 1972-5043

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