Le critiche dei mass media alla psicoanalisi: necessita’ di una risposta ed errori da evitare. G. Mattana

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Le critiche dei mass media alla psicoanalisi: necessita’ di una risposta ed errori da evitare

Giorgio Mattana

Tre importanti organi di informazione hanno recentemente rilanciato l’attacco alle credenziali scientifiche e terapeutiche della psicoanalisi, assimilata a una sorta di ferrovecchio, di reperto archeologico buono tutt’al più per la ricerca storica, o alla meno peggio a una non meglio precisata «filosofia umanistica». A fare da apripista è il Sole 24 Ore del 02-05-2021 con una recensione di Gilberto Corbellini a un volume di Paolo Migone sull’efficacia della terapia psicodinamica. Segue il Corriere della Sera del 08-05-2021 con un’intervista al neurologo Rosario Sorrentino, che in un libro con postfazione dello stesso Corbellini propone un’immaginaria intervista a Freud. A stretto giro il Foglio del 14-05-2021, che replica nella sostanza l’intervista a Sorrentino.

Sui limiti epistemologici di tali contributi mi soffermerò molto brevemente, riprendendo la risposta di Anna Nicolò a un’intervista del 2019 dello stesso Corbellini al sito online de L’Espresso, limitandomi a mostrare come tanto il problema dello statuto scientifico della psicoanalisi, quanto quello della sua efficacia terapeutica siano molto più complessi di quanto viene suggerito e meritino ben altra trattazione. Ritengo più utile proporre una riflessione generale sulla necessità di una risposta chiara e argomentata, ma anche sistematica e continua, da parte della comunità psicoanalitica. Tale risposta, se proprio dobbiamo usare il termine, costituisce a mio avviso l’essenza del processo di outreach: non è importante «esserci», o esserci a tutti i costi, ma «come» ci si è.

Non ci serve dunque una risposta una tantum, che nella brevità di un articolo o di un’intervista non potrà mai approfondire tutti i risvolti delle questioni tanto approssimativamente quanto «efficacemente», dal punto di vista mediatico, sollevate dai detrattori della psicoanalisi. Serve piuttosto una risposta corale, continua e competente da parte di psicoanalisti attrezzati sul piano epistemologico, capaci di parlare di scienza in modo non ingenuo, consapevoli delle complesse ma risolvibili problematiche connesse al consolidamento dello statuto scientifico della psicoanalisi. Tale risposta, affidata a una task force psicoanalisti capaci di raggiungere i mass media, sarebbe essenziale nel trasmettere un’immagine della psicoanalisi come disciplina seria e credibile, tanto sul piano scientifico quanto su quello terapeutico.

Per contrastare la sufficienza e/o rassegnazione con cui spesso le svalutazioni della nostra disciplina sono accolte dalla comunità psicoanalitica, dovrebbe essere sufficiente ricordare come nel giardino dei Finzi Contini si continuasse imperterriti a giocare a tennis, mentre fuori si preparava l’apocalisse. O, sul versante opposto, come la frase «molti nemici, molto onore», si sia spesso rivelata non solo arrogante, ma anche e soprattutto tragica. L’opportunità di una risposta da parte di psicoanalisti epistemologicamente formati, che abbiano le idee chiare in merito ai problemi sollevati, è suggerita anche dal fatto che gli interrogativi proposti dall’epistemologia alla psicoanalisi sono gli stessi che, in modo confuso e contraddittorio, riecheggiano nelle svalutazioni popolari, mediatiche e accademiche alla psicoanalisi: rispondere ai primi significa anche rispondere ai secondi. Quando poi la svalutazione proviene soprattutto da personalità del mondo scientifico e universitario, rispondere fa tutt’uno con la difesa del posto della nostra disciplina nel panorama scientifico-culturale contemporaneo e diviene pertanto una questione di sopravvivenza.

E veniamo ora agli errori da evitare. Il primo è quello della risposta piccata e risentita, che viene immediatamente letta come di parte e corporativa, anche quando è intesa in buona fede a tutelare i nostri pazienti, dei quali i detrattori mediatici della psicoanalisi potrebbero addirittura spacciarsi come difensori. Un altro errore è quello di mettere in discussione la scienza nel momento stesso in cui si discute della scientificità della psicoanalisi. Sui limiti della scienza si può sempre riflettere, come peraltro avviene da decenni in epistemologia e, da più tempo ancora e ancora più radicalmente, nelle varie correnti «antiscientifiche» del pensiero contemporaneo, come la fenomenologia, la teoria critica o l’ermeneutica, ma farlo mentre ci si interroga sulla scientificità della psicoanalisi significa confondere i piani. Per non parlare del circolo vizioso consistente nel sovrapporre, come talvolta è stato fatto, al problema dello statuto scientifico della psicoanalisi una sorta di psicoanalisi della scientificità, presupponendone quell’attendibilità che si dovrebbe invece dimostrare.

In linea con ciò, è bene escludere, anche perché si tratta di un’arma a doppio taglio, che può sempre essere rivolta contro chi la impugna, l’argomento ad hominem: criticare i critici della psicoanalisi, e non le loro argomentazioni, sul piano personale. «Psicoanalizzare» i critici della psicoanalisi, così come «psicoanalizzare» la scienza, è, nell’ambito di un discorso sulla validità della psicoanalisi, un grave errore, che attiva un circolo vizioso che è assolutamente necessario evitare. È evidente che le motivazioni dei detrattori della psicoanalisi hanno un ruolo essenziale nell’indurli ad argomentare contro di essa, ma il tema epistemologicamente rilevante è la valutazione di tali argomentazioni, non delle motivazioni o dei problemi personali di chi le formula.

Un altro punto fondamentale riguarda il metodo scientifico. È questo un argomento, che ovviamente in questa sede non è possibile trattare in maniera adeguata, sui cui si generano spesso equivoci e che può in estrema sintesi essere chiarito come segue. Si osserva spesso a ragione che non esiste «la» scienza, ma esistono le singole discipline scientifiche e ognuna di esse ha un suo metodo specifico. È vero e falso al tempo stesso. È vero nel senso che la psicoanalisi, nel caso specifico, ha un suo metodo di indagine e di cura che ha una specificità irriducibile a quello delle altre discipline. È falso nel senso che suggerisce che il metodo scientifico si «diffranga» in una pluralità di metodi privi di relazione reciproca. Nonostante la specificità delle diverse discipline, il metodo scientifico nella sua essenza rimane unico: quello del confronto critico con l’esperienza, sulla base della quale le asserzioni scientifiche, a differenza di quelle metafisiche, religiose o mitologiche, possono reggersi oppure cadere.

Evitati questi errori, sottolineo brevemente i due limiti principali degli affrettati giudizi formulati dagli autori sopra citati sulla psicoanalisi, al fine di mostrare quali siano i presupposti da cui muovere per la difesa e il consolidamento dello statuto scientifico della nostra disciplina e della sua efficacia terapeutica. Sulla prima questione è opportuno notare che i suddetti autori sono fermi alla vecchia accusa popperiana di non-falsificabilità, che tradotta in linguaggio ordinario significa vaghezza, elusività e debolezza teorica, come si evince facilmente dalla definizione della psicoanalisi come pseudoscienza riproposta da Corbellini e da lui esplicitamente formulata nella precedente intervista a L’Espresso. Premesso che è sempre una buona raccomandazione quella di formulare teorie che possano, sebbene in maniera indiretta, locale, provvisoria ed eventualmente rivedibile, essere valutate sulla base dell’esperienza, che nel caso della psicoanalisi è in primo luogo quella clinica, non si può non sottolineare come, nel caso della teoria freudiana, l’epistemologo Adolf Grünbaum abbia già dimostrato alcuni decenni orsono l’infondatezza del «mito esegetico» della non-falsificabilità della psicoanalisi.

Quanto al problema dell’efficacia terapeutica, messa in discussione da Corbellini e da Sorrentino, è evidente l’enorme divario fra la complessità delle analisi del volume di Migone e la sbrigatività tendenziosa della sintesi fattane dal primo, mentre il secondo sembra parlare più sulla base di impressioni soggettive riferite a un non meglio specificato mondo psicoanalitico, che non su quella di studi specifici. Vale la pena notare a questo proposito che la maggioranza delle ricerche empiriche, peraltro ancora lontane dalla capacità di misurare le dimensioni profonde della personalità interessate dall’azione terapeutica della psicoanalisi, attestano l’efficacia dei trattamenti psicodinamici anche a livello sintomatico. Se le terapie cognitivo-comportamentali sembrano in alcuni casi ridurre la sofferenza sintomatica più rapidamente, quelle psicodinamiche e la psicoanalisi vera e propria agiscono su questa dimensione meno rapidamente, ottenendo tuttavia risultati più stabili nel tempo, mentre nel caso della depressione appaiono decisamente superiori. Ciò naturalmente introduce il tema del rapporto fra fattori terapeutici specifici e aspecifici, del processo e dell’esito terapeutico, nonché della valutazione delle trasformazioni nelle dimensioni profonde della personalità. L’approfondimento di tali questioni, insieme a quella della scientificità e del rapporto fra modelli, oggetto di crescente attenzione nella comunità psicoanalitica internazionale, rappresenta il più sicuro e promettente terreno di risposta alle svalutazioni mediatiche della psicoanalisi.

Rimane naturalmente un’altra opzione, quella di rifiutare alla nostra disciplina qualsiasi aspirazione alla scientificità, quella di sostenere, con Habermas e quegli psicoanalisti e filosofi che appoggiano la concezione «ermeneutica» della psicoanalisi, che Freud e tutti coloro che lo hanno seguito su questo terreno siano incorsi in un clamoroso «autofraintendimento scientistico». Ci si risparmierebbero così molti problemi, tagliando in certo senso la testa al toro, ma tagliando molto probabilmente le gambe alla psicoanalisi.

 

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