M. Eckoldt, “Il cervello può capire il cervello? Colloqui sulle neuroscienze e i limiti della conoscenza”

Matthias Eckoldt (ed.), A.D. Federici, G. Hüther, Ch. Von der Malsburg, H.J. Markowitsch, R. Menzel, F. Rösler, G. Roth, H. Scheich, W. Singer. Kann das gehirn das gehirn verstehen? Gespräche über hirnforschung und die grenzen unserer erkenntnis (Il cervello può capire il cervello? Colloqui sulle neuroscienze e i limiti della conoscenza). Carl-Auer Verlag, Heildelberg, 2013, 2014.
Recensito da Arnaldo Benini sul Sole 24 Ore del 28-05-2017, questo libro curato dal filosofo della scienza Matthias Eckoldt, che ha radunato sull’argomento alcuni fra i maggiori neuroscienziati tedeschi contemporanei, affronta il tema capitale dell’autorefernzialità degli studi sul cervello umano e dei connessi limiti della nostra conoscenza in tale ambito e in generale. Un libro, si potrebbe dire, di epistemologia neuroscientifica, di riflessioni sulle caratteristiche e i metodi della conoscenza neuroscientifica nate, nella migliore tradizione della filosofia della scienza, dal terreno stesso della ricerca. Il volume, di cui si attende la pubblicazione in inglese, si preannuncia come fondamentale per chiunque abbia a cuore il tema della portata e delle ricadute interdisciplinari delle conoscenze neuroscientifiche, tanto in generale quanto in una prospettiva specificamente psicoanalitica, desiderandone un approfondimento lontano tanto dagli estremi positivistici della «neuromania» quanto dai rigurgiti antiscientifici della «neurofobia». In una prospettiva in senso lato costruttivista – gli oggetti della nostra percezione, cervello compreso, sono costruiti dal nostro cervello –, con una visione della coscienza come filtro selettivo, tutt’altro che trasparente, di un’attività mentale per i nove decimi inconscia, il volume sembrerebbe orientarsi verso conclusioni moderatamente critiche e scettiche, ruotanti attorno alla definizione di un limite. Lo studio del cervello ha sicuramente compiuto grandi progressi: fondamentali le scoperte della neurogenesi e della plasticità cerebrale, a livello molecolare si sanno molte più cose che una ventina d’anni fa e le tecniche di neuroimmagine sono sempre più sofisticate (sebbene recentemente si sia appurato che parte dei dati è inattendibile). Eppure, anche a motivo del grande accumulo di osservazioni, una teoria generale del funzionamento del cervello, dalla nascita della coscienza al modo in cui viene codificata ed elaborata l’informazione nelle diverse aree cerebrali, è forse ancora più lontana di prima. Lo studio scientifico del cervello, sembrerebbero affermare in modo convergente neurofisiologi, neuropsicologi, neurolinguisti e neuroinformatici, è pur sempre progettato, concepito e condotto sulla base delle capacità cognitive e operative del cervello stesso. Può questo genere di conoscenza avere un valore assoluto, o dovrà sempre e comunque averne uno relativo, dovuto a una sorta di invalicabile limite «kantiano», che ci consente una sempre più approfondita e dettagliata conoscenza del «fenomeno», ma ci impedisce di cogliere la «realtà in sé»? Non appare – questa – la cornice teorica più adeguata a promuovere un fecondo e «democratico» confronto fra psicoanalisi e neuroscienze, consapevole della complessità del reale, della molteplicità degli approcci e dei piani di indagine, che suggerisce di abbandonare la prospettiva della verità unica, della spiegazione ultima e definitiva e della leadership di una disciplina sull’altra?

Giorgio Mattana