Moccia G. (2012). Commento alla relazione di A.Schore “Un cambiamento di paradigma nell’approccio terapeutico agli enactments”. Roma, 20 e 21 Ottobre 2012

 

 

 

Incontro con Allan Schore, Roma, 20 e 21 Ottobre 2012 

Società Psicoanalitica Italiana
Centro di Psicoanalisi Romano, Centro Psicoanalitico di Roma, Istituto G. Bollea di Neuropsichiatria Infantile

Il contributo di Allan Schore alla evoluzione teorica della psicoanalisi consiste in un condivisibile tentativo di comparare due scienze, a diverso statuto epistemologico, ma che tuttavia negli anni recenti sono entrate in risonanza (Moccia – Solano, 2009) su molteplici questioni di grande rilevanza teorico  per entrambi. Le recenti scoperte delle neuroscienze sul funzionamento del cervello per quanto riguarda la memoria, il processamento degli affetti propri e altrui, la formazione e il rimodellamento delle vie neurali convergono con le analoghe evoluzioni della ricerca concettuale della psicoanalisi contemporanea e delle ricerche sull’infanzia in merito a questioni come la genesi della struttura psichica, della teoria del funzionamento mentale inconscio, della azione terapeutica e della natura dello scambio clinico.
Per quanto riguarda quest’ultimo punto Schore si colloca fra quei ricercatori che concepiscono l’enactment  come un ulteriore  approfondimento concettuale  sulla dinamica transfert – controtransfert nella stanza d’analisi. Per entrare nel merito comincerei col dire che egli condivide con  alcuni contributi della psiconalisi relazionale contemporanea una duplice versione del costrutto che è in linea con le attuali evoluzioni  del concetto di acting  e di controtransfert (Eagle, 2011),  recentemente passati in rassegna anche nella letteratura italiana  (Ponzi, 2012). Una concezione che distingue una versione  debole ed una forte dell’enactment (Bass, 2003)  .
Nella versione forte il concetto starebbe a configurare il processo continuo,  pervasivo e irriducibile della dinamica interattiva durante lo scambio clinico e, quindi, non sarebbe solo una esperienza episodica che occasionalmente emerge quando l’analista allenta la propria sorveglianza sul controtransfert. Avrebbe più a che fare con la comunicazione da inconscio ad inconscio  (Freud, 1912;), un fenomeno ubiquitario, discreto e continuo,  un “passaggio segreto” (Bolognini, 2008 ) attraverso il quale un flusso di comunicazioni inconsce scorre continuamente, su un piano non verbale, in parallelo con il piano simbolico-verbale, attraverso la prosodia del discorso, la postura del corpo, le espressioni facciali che inevitabilmente, al di là della parola rivelano l’inconscio del soggetto. Una comunicazione, la cui base neurobiologica risiede nel cervello dx, attraverso la quale i due partner della coppia analitica si scambiano informazioni emotive silenti sui propri stati interni e i propri schemi di auto e di etero regolazione affettiva che inevitabilmente determinano una reciproca influenza dell’uno sull’altro. E’ una forma  di riconoscimento biologico, automatica e preriflessiva, con una sua specifica base neurale  che sovraordina i successivi sviluppi del riconoscimento della persona e i processi di elaborazione della informazione sociale. Nell’ambito clinico è alla base dell’empatia, della intuizione o della intelligenza emotiva dell’analista che consente un accesso ad una comprensione più autentica degli stati emotivi del paziente. Questa versione dell’enactment, come dicevo, rivela la convergenza delle ricerche neuro scientifiche di Schore con i costrutti della psicoanalisi relazionale. L’idea che la struttura psichica si formi fin dalla nascita in una matrice relazionale, all’interno di migliaia di interazioni madre-bambino di influenza reciproca, essendo quest’ultimo già alla nascita predisposto ad interagire con i cospecifici umani, è oramai acquisita nella psicoanalisi contemporanea e trova conferma nelle recenti scoperte delle neuroscienze sui circuiti della memoria implicita, mediati a livello neurale dall’amigdala e sulle funzioni del cervello dx come sede della comunicazione emotiva  . Nella stessa direzione, infatti, vanno le evidenze sperimentali che il cervello dx , dominante nei primi due anni di vita, è specializzato nel processamento della percezione visiva, delle emozioni e soprattutto delle espressioni facciali della madre (Schore, 2003). Scoperte straordinariamente risonanti con quanto sappiamo da tempo come psicoanalisti: che l’inconscio della madre è la prima realtà del bambino e che l’individuo emerge da una diade intersoggettiva (Winnicott, 1965).  La stessa generale rivalutazione del ruolo esercitato dalle esperienze, sia pure in rapporto dialettico con fantasia e le predisposizioni biologiche, così trasversalmente diffusa nei modelli psicoanalitici contemporanei, trova conferma negli studi attuali sul cervello per i quali non solo le esperienze di accudimento infantile contribuiscono  a garantire un istintuale bisogno di sicurezza, ma anche lo sviluppo delle capacità di pensiero simbolico, attraverso la maturazione dei circuiti ippocampo- aree orbito frontali del cervello sn. Esiste dunque una  dialettica cervello esperienza.  E se, come sappiamo l’esperienza lascia una traccia, dobbiamo aggiungere oggi che si tratta di una traccia non solo psichica ma anche  sinaptica (Cozolino, 2008).

La versione debole dell’enactment, invece, si riferisce ad una esperienza pressocchè inevitabile nella cura del pazienti con un passato di esperienze traumatiche che sono particolarmente inclini ad una patologica dissociazione del sé. In questi casi relazioni oggettuali e regolazioni affettive scaturite da una o più esperienze traumatiche,  negli anni formativi della struttura psichica, non possono essere integrate dal soggetto, né divenire oggetto di attenzione riflessiva o, ancora peggio, non possono essere articolate sul piano simbolico. Non c’è narrazione possibile quando l’iscrizione in memoria dell’esperienza traumatica è avvenuta prima dell’avvento delle capacità simboliche e infatti, poiché la mente non rinuncia mai alla ricerca di senso e alla comunicazione affettiva, questi contenuti trovano una prima espressione nell’agito, nelle ripetizioni di transfert, nell’identificazione proiettiva e una prima articolazione iconico-simbolica nel sogno (Bucci, 1997). Sappiamo (Ferenczi, 1933) che durante l’esperienza traumatica, massiva o cumulativa, il soggetto si identifica con l’aggressore e ne assimila la negazione della realtà del trauma. E sappiamo anche come  una simile identificazione con l’oggetto traumatico produca effetti totalmente alienanti (Faimberg, 1993 )per come appartiene al sé e tuttavia annulla la verità emotiva del soggetto, delle sue percezioni, dei suoi bisogni, desideri ed intenzioni.  Una esperienza di sé dagli effetti estranianti, che il soggetto tenta continuamente di ricollocare nella realtà esterna (Fonagy e Target; 2000), da cui è provenuto. In altri termini l’esperienza traumatica , precocemente iscritta nell’apparato psichico nell’ambito del non rappresentabile e del non rimosso, rimane inaccessibile al ricordo.  Può soltanto manifestarsi in una dimensione astorica, “presentarsi” nell’azione, in differenti contesti, nei comportamenti automatici delle difese caratteriali, nei sintomi psicosomatici o al contrario nel distacco dal corpo, nel controllo rigido nel corpo di affetti impensabili. Ma soprattutto, e questo è ancora più rilevante per il dibattito odierno, nelle comunicazioni attraverso le risonanze emotive della identificazione proiettiva . Attraverso una sequenza tipica e di frequente osservazione il paziente, sulla base di un dettaglio isomorfico al trauma, presente nella relazione attuale con l’analista, ripete anziché ricordare il trauma, ciò avvia il tentativo di proiettare all’esterno un aspetto alienante derivato dall’identificazione con l’aggressore. A questo fa seguito una pressione intersoggettiva che passa per vie largamente non verbali  che inducono nell’analista  sentimenti di autosvalutazione, noia, impotenza e fantasie espulsive[1]. E’ come se il paziente, che ha sperimentato la violazione dei propri confini psichici non fosse in grado di cogliere l’esperienza buona con l’analista anche quando è in atto e ricercasse invece  un abbattimento delle differenze, come se potesse sentirsi capito solo se l’altro diventa ”uguale “ e  potesse esprimersi solo attraverso l’altro (S. Sands; 2007). E in effetti l’analista arriva ad identificarsi con gli aspetti scissi e proiettati del paziente. Naturalmente da parte dell’analista deve esserci un qualche “gancio” che porta dentro le attribuzioni del paziente (per esempio, le  dichiarate svalutazioni del paziente con cui l’analista si identifica),  rappresentazioni oggettuali dell’analista che lo portano a sentirsi inutile, invaso, impotente e controllato e  che inevitabilmente lo portano a risuonare con la induzione  del paziente,  a perdere l’empatia nei suoi confronti  e a divenirne invece reattivamente (identificazione complementare (Racher, 1960)) il suo oggetto persecutorio. Si tratta di momenti ad alta intensità affettiva nei quali paziente ed analista si trovano inconsciamente congiunti, quasi in un “corpo a corpo”, nella ripetizione in azione delle esperienze traumatiche del paziente, mentre sulla scena analitica dominano l’azione e l’eclissi delle funzioni riflessive,
Se, come sa chi si occupa di pazienti gravi, una simile esperienza è quasi inevitabile, e per certi versi quasi auspicabile, rimane aperta la questione di come  fuoriuscire da questi impasse una volta che paziente e analisti si ritrovano intersoggettivamente congiunti nella ripetizione traumatica.
La questione che spero possa aprire una linea di riflessione nel  dibattito odierno, mi pare  riguardare la definizione del rapporto esistente, ai fini di una benefica  elaborazione dell’enactment,  tra due modalità di conoscenza e di comunicazione : una implicita, emotiva,  intuitiva e partecipata, un’altra mediata dall’uso delle nostre teorie e delle nostre esperienze per comprendere il senso, le ragioni inconsce del comportamento del paziente e talora, ma non è un peccato, anche usata a fini difensivi da parte dell’analista.  

Io penso che un possibile problema è rappresentato dal fatto che spesso il rapporto fra queste due conoscenze è posto in termini dicotomici. Così  avremo ad un estremo chi, assegnando il primato alla comprensione affettiva del paziente e alla funzione di testimonianza del suo stato psichico,  ritiene che per la via della parola e del simbolo non si raggiunga alcun risultato e che anzi un atteggiamento interpretativo  durante l’enactment  intensifica l’enactment e irrigidisce la dissociazione(Andrade, 2005 citato in Schore, 2011).  Infatti il paziente che sperimenta una attivazione d’angoscia, derivante da esperienze non formulate  riemergenti dalla barriera dissociativa, avverte questi contenuti non pensati come stati fisici, impulsi, angosce senza senso per i quali ha bisogno di un riconoscimento che assicuri funzioni esterne di regolazione dell’angoscia. Rispetto all’estrema urgenza di questo bisogno si attiva un tale attaccamento spasmodico, una bramosa ricerca dell’unisono e della condivisione emotiva per i quali l’interpretazione può essere sentita invece come l’espressione del distacco difensivo dell’analista, un rifiuto di farsi contagiare dai suoi affetti, dalle sue parti dissociate. Per queste ragioni Stern ad esempio rintraccia la base dell’azione  terapeutica della psicoanalisi soprattutto nelle dimensione non-verbale tessuta nella struttura del dialogo analista-paziente (Stern et al., 1998).

All’estremo opposto avremo invece chi (Ogden, 1994), con altrettante evidenze cliniche, sosterrà l’importanza del simbolo proprio per quei pazienti che soffrono di disturbi delle funzioni riflessive e che tendono a vivere gli affetti come stati disorganizzanti e per questo richiedono la funzione trasformativa delle parole per organizzare pensieri sentimenti ed emozioni.
Forse la soluzione sta nel riuscire a mantenere l’ “expressiveness” dell’analista nella cornice  di una disciplinata attitudine autoriflessiva (Mitchell, 2000).
Dunque se da una parte la consapevolezza della diffusione e dell’ inevitabilità dell’enactment ci incoraggia ad un uso più libero della nostra soggettività fuori dalle  autorestrizioni di una tecnica rigida e ci dà la possibilità di contenere nella situazione analitica  parti e stati opposti ed incongrui del sé. Dall’altra tuttavia  abbiamo bisogno anche delle funzioni di garanzia del setting che ci consentano di trovare l’equilibrio fra benefica influenza e riservatezza dell’analista, partecipazione e sensibilità a non invadere lo spazio privato del paziente (Moccia, 2002).

Ad esempio alcune osservazioni sull’enactement (Benjamin e Aron, 1999) hanno messo in luce che durante l’enactment l’analista o è catturato nell’agito di transfert controtransfert e perde le sue funzioni riflessive oppure diventa difensivamente interpretativo e razionalizzante, come espressione del proprio distacco emotivo operante sul piano inter ed intrapsichico, vale a dire, da aspetti inaccettabili del paziente e di sé stesso.
Tuttavia non è detto però che in questi casi la parola veicoli soltanto il distacco dell’analista.
Forse l’azione terapeutica risiede nella capacità dell’analista di continuare a pensare e ad interpretare, resistendo alla tentazione del “corpo a corpo”,  rimanendo in contatto affettivo con il paziente e con le proprie emozioni,  ma senza perdere il legame con le proprie teorie, esperienze e narrazioni  (Black, 2003).  Si tratta cioè di continuare a “porre mente” all’enactment, ad esplorarne le ragioni,  per riuscire con il paziente, attraverso la ripetizione della vecchia relazione traumatiche, a produrre le condizioni per un nuovo rapporto con l’oggetto. In queste situazioni è tuttavia essenziale trovare un  linguaggio che accanto ai significati semantici possa rappresentare anche una forma di esperienza sensoriale . Loewald ad esempio ritiene in proposito che ciò che è cruciale è la trasformazione attraverso il linguaggio di esperienze ossificate, “staccate dalla densità originaria del processo primario”. Esiste direi un livello artistico della interpretazione, quale mi pare di osservare in certi passaggi di Bromberg, ripresi in questo lavoro anche da Schore, nel quale le parole  funzionano come un veicolo creativo, con “potenzialità poietiche, proprio come nel caso della poesia… come base per …fenomeni, contesti, connessioni, esperienze, mai prima conosciute e dette.”  (Loewald, 1980, p. 211). 

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[1]: In merito alle comunicazioni inconsce e alle pressioni intersoggettive implicate nella identificazione proiettiva esiste in Italia una promettente linea di ricerca sui “neuroni specchio” (Rizzolati, 1999) che testimonia sul piano sperimentale  chegli stessi circuiti neuronali attivati nel soggetto che esegue azioni, esprime emozioni, e prova sensazioni vengano attivati anche nel soggetto che osserva queste azioni, emozioni e sensazioni (simulazione incarnata). E’ stato osservato che questa scoperta potrebbe approfondire la nostra conoscenza  della identificazione proiettiva introducendo un ulteriore livello innato della comunicazione inconsci che è del tutto non intenzionale e antecedente qualsiasi capacità di proiettare ed esercitare pressioni interpersonali (Gallese, Migone, Eagle, 2006 )