“Neuropsicoanalisi dell’inconscio” a cura di T. Giacolini e C. Pirrongelli. Recensione di G. Mattana

Neuropsicoanalisi dell’inconscio

Teodosio Giacolini e Cristiana Pirrongelli (a cura di)

Alpes, Roma

2018

Recensione di Giorgio Mattana

Di questo importante volume a più voci sulla relazione fra psicoanalisi e neuroscienze colpiscono favorevolmente, prima ancora dei numerosi e interessanti contributi specifici, sui quali per ragioni di spazio non è possibile soffermarsi analiticamente, l’impostazione generale e le linee teoriche di fondo. Riprendendo l’incisiva prefazione di Mark Solms, sono innanzitutto da menzionare la convergenza e la sintonia tematica, mai così chiaramente formulate ed esplicitamente illustrate, fra neurospicoanalisi e neuroscienze affettive. E’ anche in questa prospettiva che va letto il testo, che estendendo e approfondendo la connessione fra i due ambiti rappresenta un importante esempio di integrazione disciplinare, in netta controtendenza rispetto alla dilagante e tanto spesso lamentata frammentazione odierna del sapere. Non è certo un caso che la Società di Neuropsicoanalisi sia stata fondata nel 2000 dallo stesso Solms, esponente di spicco dell’omonimo indirizzo di ricerca, e da Jaak Panksepp, principale rappresentante delle neuroscienze affettive, al quale è peraltro molto significativamente dedicato il volume. Il tema del primo congresso della Società – l’emozione – sintetizzava con particolare evidenza la sinergia di interessi dei due campi d’indagine. Intenzionata a fondare l’inconscio psicoanalitico su solide basi neuroscientifiche, la neuropsicoanalisi è di fatto volta a indagare quegli stessi processi emotivi che sono al centro dell’interesse delle neuroscienze affettive, che tematicamente li studiano nell’uomo e nell’animale. Non necessariamente i punti di partenza e le metodologie d’indagine coincidono, ma con ogni evidenza i risultati e le conseguenze teoriche e applicative delle ricerche tendono a convergere e a realizzare sinergie feconde.

Forse ancora più significativa, in quanto particolarmente adatta a promuovere il riconoscimento della ricerca neuropsicoanalitica come importante fattore di stimolo dell’evoluzione teorico-clinica della psicoanalisi, è la sintonia fra la concezione della relazione mente/cervello che ispira il testo e la sensibilità psicoanalitica più diffusa, tanto aliena da prospettive spiritualistiche che separino la mente dal corpo, quanto diffidente verso il riduzionismo neurobiologico e le sue implicazioni teoriche e cliniche. L’impostazione di fondo è dichiaratamente monistica, in linea di continuità con la svolta materialistica che dalla seconda metà del diciannovesimo secolo domina il pensiero scientifico-filosofico occidentale, legata in modo particolare all’evoluzionismo darwiniano e recepita con coerenza e determinazione da Freud, che rompeva con secoli di tradizione platonico-cristiana e cartesiana tesi a staccare la mente dal corpo e a dividere con una cesura netta, quasi a suggerirne la trascendenza, l’uomo dagli altri animali. Eppure, altrettanto presente e dichiarato è l’obiettivo di evitare che l’impostazione materialistico-biologica di fondo esiti in un riduzionismo che faccia collassare i piani l’uno sull’altro, sostituendo alla paziente e problematica ricerca delle correlazioni mente/cervello l’identificazione della prima con il secondo e l’appiattimento del linguaggio e dei concetti delle discipline che se ne occupano su quelli delle neuroscienze. E’ vero che tale impostazione, sintetizzata dal concetto di «monismo duale» di Panksepp e tesa a garantire l’irriducibilità del mentale, solleva una serie di problemi filosofici, come ogni tentativo di formulare un materialismo non riduzionistico, dall’antico epifenomenismo alle più sofisticate teorie contemporanee come l’emergentismo e la sopravvenienza. Ma è altrettanto vero che difficoltà certo non minori sono connesse a tutte le altre «soluzioni» del problema mente/cervello, prima fra tutte quella riduzionistica. Anche rispetto a quest’ultima, generalmente dominante in ambito neuroscientifico, l’impostazione del volume è in controtendenza e rappresenta una prospettiva euristicamente molto più stimolante per la psicoanalisi, cosa verosimilmente non priva di relazione con la duplice natura di analisti e ricercatori dei due curatori e con la provenienza psicoanalitica di diversi autori.

L’altro aspetto caratteristico dell’opera, coerente la cornice scientifico-materialistica di fondo, assunta in maniera non ideologica ma aperta e problematica, consiste nel radicamento della realtà psichica umana nel processo evolutivo delle specie. E’ evidente anche in questo caso l’impostazione darwiniana e postdarwiniana, che colloca la mente umana nella storia filogenetica, sottolineandone la continuità piuttosto che una spiritualistica e scientificamente insostenibile discontinuità con le altre specie. Ad essa si devono concezioni freudiane di capitale importanza, come quella dell’ontogenesi che ricapitola la filogenesi e dell’eredità istintuale e animale presente nell’uomo come spinta motivazionale di fondo. Ed è proprio la fedeltà a tale impostazione, insieme alla più ampia esigenza di integrare la psicoanalisi nel corpus delle conoscenze scientifiche più avanzate, che permette agli autori di discostarsi su alcuni temi estremamente significativi dagli insegnamenti freudiani.

Muovendo da queste premesse si sviluppano i vari capitoli, a partire dal primo (Pirrongelli, di Maggio, Fioriello, Riezzo, Giacolini), che contiene delle molto opportune «tavole sinottiche» dei sistemi emotivo-motivazionali di base individuati dalle neuroscienze affettive: quelli della ricerca, paura, cura, rabbia, tristezza/panico, libido e gioco. Tali sistemi, radicati a livello sottocorticale e presenti in tutti i mammiferi, sono descritti nelle loro componenti emotive, comportamentali, anatomiche, neurochimiche ed evolutive, incluse le eventuali degenerazioni patologiche. A ciò segue una trattazione dettagliata (Karterud, Pedersen, Johansen, Wilberg, Davis, Panksepp) delle alterazioni dei suddetti sistemi nei disturbi della personalità, che sono ovviamente descrivibili anche come disordini di tipo emotivo. Nel disturbo borderline, ad esempio, le ricerche mostrano un abbassamento della soglia per la rabbia e la tristezza, ma anche a un incremento della propensione alla ricerca, contribuendo ad estenderne la comprensione e le possibilità trattamento.

Teodosio Giacolini, occupandosi della concezione dell’istinto in Darwin e Freud, illustra come il testimone del progetto freudiano di fondare la psicoanalisi su base biologica sia stato raccolto dalla neuropsicoanalisi, capace di spingersi oltre quel limite che ha sempre impedito al darwinismo freudiano di dispiegarsi completamente nella nuova scienza. Un limite connesso tanto alla quota di lamarckismo che non ha mai abbandonato l’evoluzionismo freudiano, quanto all’impossibilità di ricondurre nel quadro darwiniano la seconda teoria pulsionale freudiana con il suo concetto pulsione di morte. Nel capitolo successivo Giacolini offre una puntuale ricostruzione dell’evoluzione del pensiero di Bowlby, dalle prime osservazioni sugli effetti della separazione dalla madre alla piena formulazione della teoria dell’attaccamento nell’ambito di una significativa trasformazione del concetto di pulsione, mostrando come in questo caso le principali eredi delle ricerche in materia siano le neuroscienze affettive.

A tali argomenti si collega l’interessante contributo di Falci, che proprio sulla base della ricerca neuroscientifica, psicologica e antropologica più recente mostra i limiti di una concezione della psicosessualità radicata nella fisiologia e nella fisica ottocentesca, in linea con la formazione scientifica di Freud, ma non più sostenibile alla luce delle attuali conoscenze scientifiche. In quanto fondata nel biologico, la pulsione freudiana come spinta e accumulo energetico non ha riscontri neuro scientifici nell’epoca della visione del cervello come elaboratore di informazioni, veicolate da ipercomplessi circuiti neurali articolati in sinapsi che trasmettono tali segnali attraverso una miriade di neurotrasmettitori. Ciò non può non implicare, per chi abbia a cuore l’integrazione della psicoanalisi nell’universo scientifico contemporaneo, coerentemente peraltro con il più profondo sentire del fondatore stesso della disciplina, la revisione radicale di tale concetto cardine della metapsicologia freudiana. Su questa base Falci mostra come la svolta relazionale in psicoanalisi non sia sostenuta solo da ragioni teorico-cliniche intradisciplinari, ma anche da fattori interdisciplinari di primaria importanza.

Claudia Spadazzi si sofferma su quella forma contemporanea di dipendenza che è il consumo compulsivo di immagini pornografiche via internet, sottolineando come le neuroscienze affettive mostrino in essa il coinvolgimento dei sistemi della ricerca, del piacere e secondo alcuni autori del panico/colpa. Tali componenti neurobiologiche, insieme a quelle relative al significato e alla storia evolutiva e ambientale del disturbo, devono essere tenute presenti per una sua più piena comprensione e per un suo più efficace trattamento.

All’analisi critica del concetto freudiano di pulsione si dedica anche Francesco Castellet y Ballarà sulla scorta della biologia evoluzionista, della teoria dell’attaccamento, di quella della mentalizzazione e dell’epigenetica. L’elemento fondamentale della psicoanalisi non è la pulsione come entità somato/psichica emergente dal biologico, ma l’affetto, del quale l’autore presenta una nuova e rigorosa tassonomia basata sulle ricerche più recenti. Castellet y Ballarà propone una concezione neurobiologica dell’intersoggettività come dimensione fondamentale dell’affettività, che sempre e comunque implica un contesto relazionale, con importanti ricadute a livello clinico. All’affettività primaria conservata nella memoria implicita e alle relative configurazioni relazionali, si collegano le più recenti concezioni dell’enactment non come evento discreto e occasionale, ma come momento ubiquitario, fondamentale e imprescindibile di ogni processo terapeutico.

Cristiana Pirrongelli introduce l’originale concetto di «psicoendofenotipo», di grande utilità teorica, diagnostica e terapeutica, basato sulla considerazione che i quadri psicopatologici non sono collegabili a «tratti mendeliani semplici», ma a «tratti genetici complessi». A ciò si collega il concetto di endopsicofenotipo di Panksepp, che suggerisce una nuova classificazione dei disturbi mentali basata sulla centralità delle dinamiche emotive coinvolte e della loro alterazione.

Anatolia Salone presenta un’interessante rivisitazione del concetto di anedonia alla luce delle neuroscienze affettive, muovendo dalla constatazione dell’evoluzione che ha portato il termine dal riferimento a un piano strettamente sintomatologico a quello relativo a una più profonda alterazione nella strutturazione del Sé. Di tale concetto le neuroscienze affettive offrono una comprensione molto più approfondita e analitica di quella implicita nella semplice definizione di incapacità di provare piacere. Dopo aver illustrato l’ipotesi neuroscientifica di una suddivisione del processo edonico nelle componenti appetitiva, consumatoria e di apprendimento, fra loro anatomicamente e funzionalmente distinte, Salone si sofferma sullo specifico apporto delle neuroscienze affettive, consistente nel ricondurre il momento appetitivo al sistema della ricerca e quello consumatorio al sistema del panico/sofferenza. Il tratto anedonico della soggettività sarebbe in particolare legato a una precoce alterazione di quest’ultimo da ricollegarsi a esperienze disfunzionali di separazione.

In linea con i contributi precedenti, quello dedicato all’esperienza del piacere (Moccia, Mazza, Janiri) ne mette in luce la natura di vissuto complesso e a volte paradossale, coinvolgente elementi diversi, come memoria, motivazione, omeostasi e a volte dolore. Esempio particolarmente significativo dell’approccio neurofenomenologico adottato dal volume, basato sulla irriducibilità dei vissuti soggettivi e sulla conseguente centralità del loro resoconto verbale, il capitolo si impegna in una puntuale descrizione della correlazione fra i vissuti soggettivi del piacere e i loro presupposti neurobiologici. La differenziazione e/o sovrapposizione dei circuiti cerebrali che sono alla base dell’esperienza del piacere ne consente una comprensione più profonda, capace di rendere conto delle intuizioni teoriche e cliniche di Freud e Bion correlandole con i risultati delle ricerche di Panksepp.

Un’interessante descrizione del ruolo dei sistemi emotivo-motivazionali in età evolutiva (Clarici, Zanettovich, Alcaro) permette una nuova prospettiva neuropsicoanalitica su problemi specifici dell’apprendimento generalmente affrontati con la terapia cognitivo-comportamentale o farmacologicamente. Viene così proposto un modello di apprendimento basato sull’integrazione fra le acquisizioni delle neuroscienze affettive e della neuropsicologia cognitiva e le più recenti teorizzazioni psicoanalitiche sull’acquisizione delle funzioni simboliche.

Chiude il volume il capitolo di Claudio Colace sul sogno infantile, considerato caso paradigmatico e semplificato del sogno in generale, che le neuroscienze affettive permettono di collegare all’attivazione del sistema motivazionale della ricerca. Il sogno sarebbe il risultato del mancato appagamento di un desiderio insorto nella veglia, origine di uno stato affettivo perturbante che verrebbe risolto tramite l’appagamento onirico del desiderio. E’ evidente la sintonia con la teoria freudiana del sogno come appagamento di desiderio, che attesta al di là di ogni dubbio che nelle intenzioni degli autori mettere in relazione la psicoanalisi con le neuroscienze non significa necessariamente e aprioristicamente dare per superata la teoria freudiana e correggerla sulla base delle seconde, ma procedere a un confronto aperto e problematico che permetta di considerarla nella sua complessità evidenziandone le parti che appaiono più in sintonia con i loro risultati.