Pirrongelli C. (2014). Alla ricerca di un’ “interpretazione neuropsicoanalitica”. Poster presentato al 15° Congresso Internazionale di Neuropsicoanalisi, 24-26 Lug 2014, New York.

In the pursuit of a “neurospychoanalytical interpretation” (Alla ricerca di un’ “interpretazione neuropsicoanalitica”).

Versione italiana del poster presentato al 15° Congresso Internazionale di Neuropsicoanalisi, 24-26 Lug 2014, New York. 

 

 

Sigmund Freud nel “Progetto per una psicologia scientifica” (Freud 1895) provò a spiegare i processi psichici da un punto di vista neurologico, compreso ciò che più in là sarebbe stato denominato “inconscio”. Ciò nonostante, tre anni dopo, in una lettera all’amico Fliess dichiarò: « Non sono affatto incline a lasciar fluttuare l’elemento psicologico senza base organica. Tuttavia, oltre alle mie convinzioni, non ho nulla, né di teoretico né di terapeutico, su cui fondarmi, e perciò devo comportarmi come se avessi di fronte solamente fattori psicologici» (Freud-Fliess 1898). Dopo tale affermazione, Freud non fece più tentativi di collegamento tra la psicoanalisi e le neuroscienze, abbandonò il punto di vista biologico per necessità ma espresse l’opinione che la conoscenza del cervello avrebbe un giorno fornito un substrato alla psicoanalisi.

Freud stesso ideò e sviluppò un certo numero di diversi tipi d’interpretazioni per aiutare i pazienti a comprendere la parte inconscia della loro mente. Da allora, la psicoanalisi ha esteso le sue interpretazioni e i suoi metodi di lavoro incorporando una visione più moderna delle funzioni mentali, tra le quali la teoria dell’”attaccamento”, la funzione riflessiva, l’intersoggettività, il ruolo del rapporto e delle interazioni interpersonali, così come il concetto di contro-transfert, di enactment etc.

Dice Regina Pally: “Le neuroscienze sono la cosa più simile che abbiamo a una scienza della mente. Può solo rinforzare la psicoanalisi, l’idea di incorporarla in qualche modo a quel che diciamo ai pazienti…”… “Io penso che gli elementi fondamentali della psicoanalisi possano essere rispettati anche quando siano integrati in una cornice neuro psicoanalitica…” (R.Pally 2007)

Il presente studio è stato ispirato dal lavoro di Jaak Panksepp e dalla sua disciplina chiamata “Neuroscienze Affettive”, incentrata sullo studio delle emozioni di base, processi primari costituiti da circuiti neuronali, localizzati nelle regioni primitive subcorticali del cervello che sono anatomicamente, neurochimicamente, e funzionalmente omologhi in tutti i mammiferi studiati.

Questi processi emozionali sono strumenti atavici per sopravvivere, memorie evolutive di tale importanza da essere state codificate nel genoma in forme basilari (come processi emozionali di base del cervello), che poi vengono raffinati tramite processi secondari (memoria e apprendimento) e infine attraverso pensieri/cognizioni di più alto livello (processi terziari), nell’uomo.

I sette sistemi emozionali di Jaak Panksepp (si scrivono in caratteri romani maiuscoli) sono:

RICERCA (anticipazione, desiderio)

RABBIA (Frustrazione, irritazione della superficie del corpo, ritegno, indignazione)

PAURA (dolore, pericolo, cattivi presentimenti)

PANICO/PERDITA (ansia da separazione, perdita sociale, dolore (sentimentale/psichico), solitudine)

GIOCO (gioco a cuor leggero, gioia)

DESIDERIO SESSUALE (accoppiamento, con chi e dove)

CURA (Cura materna)

L’obiettivo del presente lavoro è di illustrare un’interazione che avviene nel corso di un’analisi tradizionale, vista da un’ottica neuropsicoanalitica.

Virginia è una paziente trentaduenne che viene tre volte a settimana, si sdraia sul lettino, ed è in analisi da circa due anni. Assomiglia a un angelo barocco, con un’espressione fissa e seria. E’ timida, riservata e non ha mai avuto relazioni sessuali. Funziona molto bene sul piano lavorativo (ha alti obiettivi e raggiunge elevati standard) ma contemporaneamente è totalmente assorbita da un tipo di famiglia endogamica (padre, madre, fratello maggiore di due anni) che ”la cova” al suo interno. La sua famiglia si caratterizza per una quasi totale chiusura rispetto al mondo esterno, con un’accentuata attitudine a controllare l’istintualità e la spontaneità in favore di scelte razionali e intellettuali (era considerato stupido praticare sport, giocare con la palla o le bambole, mentre leggere studiare e fare complessi giochi intellettuali con i familiari era quanto ci si aspettava da lei). La “temperatura” delle sedute è sempre la stessa: né calda né fredda, la voce è sempre gentile e educata. Non piange mai né tantomeno ride. Al massimo si limita a sorridere gentilmente.

La paziente ha sempre vissuto come se dovesse preservarsi da ogni nuova esperienza esterna che avrebbe potuto rovinare la “bambina adorata della mamma”. (no motorini, ragazzi, minigonne, gite etc.). Ma la fine di una storia d’amore e il sopravvento di feroci attacchi di panico la spingono molto malvolentieri e “obtorto collo”, nello studio di un analista.La psicoanalisi, e tanto più la necessità di assumere farmaci, sono cose da sempre avversate dai suoi genitori. Il suo atteggiamento sin dall’inizio sarà caratterizzato da diffidenza e da una negazione verbale verso tutto ciò che possa accennare a un qualsiasi possibile tipo di transfert con l’analista, come se l’obiettivo della paziente fosse di dimostrare il più velocemente possibile alla madre che la bimba perfetta e adorata di mamma è tornata, intonsa, alla normalità, senza aver “dato confidenza a nessuno”. Dopo un anno e mezzo di lavoro analitico la paziente porta un sogno accompagnato da un’illuminarsi malizioso degli occhi e un vivace sorriso.

SOGNO: Sono andata a bermi un caffè da sola al bar!

La proprietaria dapprima mi ha invitata a prepararmi il caffè da sola e dopo, addirittura, a farlo per quattro persone indicandomi dove fossero il caffè, le tazzine, etc. Mi sono arrabbiata e le ho risposto che se avessi saputo che avrei dovuto prepararmi il caffè da sola, anzi, per altre tre persone, non sarei proprio entrata.

Fui colpita dall’improvvisa vivacità e allegria che la paziente espresse durante la prima parte del sogno. La conoscenza delle sette emozioni di base (Jaak Panksepp) mi fece riconoscere immediatamente l’attivazione di almeno due emozioni di base: Il SEEKING e il PLAYNG.

La maniera in cui espose il sogno, la mimica, il tono della voce, m’invitavano a giocare con lei, mi provocava e stupiva, mentre i contenuti del suo sogno parlavano chiaramente del suo desiderio di voler uscire dalla sua casa e di avere il piacere di farsi una tazza di caffè “là fuori” nel mondo (il SEEKING), dove c’è “qualcosa di buono”. Di agire come gli adulti, e di volerlo fare da sola.

Il mio atteggiamento e le mie osservazioni si concentrarono volontariamente soprattutto sulla condivisione dell’emozione del gioco, della gioia e novità che erano comparse nel sogno (e nella seduta). Infatti, entrambe sentimmo un gradevole sentimento di gioia e di monelleria che fummo felici di prolungare. Al di sopra di tutto apparve chiara la novità dell’avvento di emozioni quali il desiderio di giocare con l’analista e l’impulso di uscire di casa a cercare un buon caffè, un inizio di movimento separativo dalla famiglia, fosse pure per farsi un caffè. Ridemmo insieme della seconda parte del sogno, quando lei dà una rispostaccia alla proprietaria/madre in modo arrabbiato (RAGE).

Spesso ci ricordiamo di quel sogno che rappresenta la comparsa di e-mozioni nel senso di emozioni evolutive; PLAYNG, SEEKING e RAGE che rappresentano il primo accenno separativo dalla famiglia e un cambio di direzione verso la vita “là fuori”, da adulta. Quando attraversa un momento di regressione, mi dice sorridendo “penso che sia ora che torni a prendermi un bel caffè al bar”!

In questo caso l’analista mette speciale enfasi nel condividere emozioni vitali e positive, che prima erano assenti. Questo è in parte in linea con quanto afferma A. Schore in “AFFECT REGULATION AND THE REPAIR OF SELF” (Schore 2003) è in linea con il sostegno’empatico del Sé Kohutiano, si muove nell’area all’esperienza emozionale correttiva di Alexandre e dei “now moments” di Stern, pur essendo naturalmente consapevoli che quei ” momenti” siano conseguenza e non solo causa di cambiamenti strutturali già in parte avvenuti ( e certo nulla impedisce né ricostruzioni né interpretazioni del perché sia avvenuto in quel momento) ed è anche simile al rinforzo positivo che avviene al secondo livello dell’apprendimento, nella topica disegnata da Panksepp: “Le gerarchie annidiate nella mente/cervello”.

In questo specifico caso l’autore del presente lavoro ritiene che condividere e perseguire attivamente quel magico momento di gioco, continuare a giocare insieme, invece di interpretare o riassumere una storia, o una sequela di eventi, possa creare una nuova esperienza, un sentiero vergine, una nuova strada neuronale a livello della memoria procedurale implicita. E forse uno shift che si ripeterà ancora e altrove. L’attenzione e la coscienza di quello che sta succedendo, rappresentano per il paziente un’opportunità di crescita in analisi e la possibilità di integrare nuovi aspetti emotivi.

Nel corso di altri momenti della seduta, si può tornare ai tradizionali e fondamentali elementi della pratica analitica, soffermandosi sulla storia personale della paziente, sul suo mondo interno abitato da un forte super-ego materno, si può osservare insieme il conflitto tra impulsi regressivi e progressivi, si deve contestualizzare il sogno, riflettere su quanto accaduto a livello transferale e controtransferale, se si tratti di un enactment etc.

Come già enunciato sopra, quest’approccio si può integrare e condividere, con le pratiche psicoanalitiche, tutti gli elementi fondamentali nell’analisi: attenzione al fenomeno del transfert-contro transfert, ascolto empatico non giudicante, avvicinamento a pensieri profondi, emozioni, desideri e bisogni, attenzione ai processi consci e inconsci incluso il “qui e ora”, i “present and now moments”, attenzione al timing, enfasi su significati soggettivi, affetti, fantasie, sogni, agiti ed enactments. Naturalmente come saper organizzare l’equilibrio dialettico tra spontaneità e ritualità durante l’analisi dipende dall’esperienza e dal livello di competenza dell’analista. Ma lo scopo dell’analisi rimane lo stesso per tutti gli approcci: capire il paziente e fare in modo che il paziente raggiunga ambiti emozionali di cui acquisisca consapevolezza e maggior padronanza. Per raggiungere questi cambiamenti, esperienze emotive condivise sono talvolta indispensabili, anche se potranno o non potranno essere integrate in interpretazioni più classiche. Questi momenti d’intensa e/o amplificata condivisione sono qualcosa di diverso rispetto a quello che potrebbe succedere durante un’interpretazione tradizionale. Questi sono momenti che avvengono tra i livelli emozionali più basilari, della mente dell’analista e del paziente dove mutue emozioni primitive, s’incontrano per trovare la migliore soluzione adattativa. Dobbiamo imparare a riconoscere queste emozioni basilari e saperci lavorare perché si sono selezionate ai fini della sopravvivenza. Tuttavia dobbiamo essere in grado di riconoscere quando siamo in contatto con più complicate ed evolute espressioni della mente, quelle che sono specificamente umane, per connetterci in quel momento al livello (terziario) che il paziente ci porge, e capire dove, come e quando costruire con lui una esperienza in analisi che sia funzionale al suo bisogno profondo : sia esso espresso in modo primitivo o altamente evoluto. La cosa fondamentale è ricordare che il più delle volte il paziente viene da noi per soffrire meno, per ritrovare le sue vere emozioni, siano esse negative o positive ma, soprattutto e possibilmente, ritrovare quelle vitali, adattative, perché gli venga resa la più ampia consapevolezza e perché gli sia permesso di vivere soddisfacentemente la sua vita.

 

Bibliografia

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Stern, D.N., Sander, L.W., Nahum, J.P., Harrison, A.M., Lyons-Ruth, K., Morgan, A.C., Bruschweilerstern, N. and Tronick, E.Z. (1998). Non-Interpretive Mechanisms in Psychoanalytic Therapy: The ‘Something More’ Than Interpretation. Int.J.Psycho-Anal., 79:903-921.