Report giornata di studi per Mauro Mancia

A Milano, in una Casa della Cultura stracolma (numerose sedie anche negli spazi laterali!), il 20 marzo 2010, si è svolta la giornata di studi organizzata dal Centro Milanese di Psicoanalisi “Cesare Musatti”, con il patrocinio della Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Milano, per commemorare Mauro Mancia, scomparso nel 2007, alla fine di luglio, quando ancora sperava di passare l’estate, come ogni estate della sua vita, nell’adorata Panarea.

Alla Casa della Cultura, il 20 marzo, erano presenti molti analisti S.P.I. (di training, ordinari, associati, allievi) e moltissimi analisti e terapeuti non S.P.I.; molti neurofisiologi e moltissimi studenti, soprattutto della Facoltà di Medicina. Poi gli amici, e il figlio Filippo Mancia, assistant professor of Physiology and cellular Biophysics alla Columbia University, in videoconferenza da New York, con in braccio il suo bambino Nicolò, di cinque settimane. Filippo ha parlato delle ricerche e dei libri del padre, un padre dapprima neuroscienziato rigoroso, poi, nella sua mente di ragazzino allora, «stranamente e improvvisamente» psicoanalista stregone… E ha parlato del loro libro sulle avventure del pelouche Pelosino, una piccola favola per bambini, una favola sul distacco e il ricongiungimento, scritto da Mancia per il figlio  che era andato a vivere lontano da lui, a Londra, con la mamma…

I relatori, alla Casa della Cultura, erano per lo più amici di Mancia, o allievi, o studiosi che portano avanti, con la stessa passione e serietà, ricerche sul tema mente-corpo e sulla possibile alleanza tra scienze: la Psicoanalisi e le Neuroscienze, la Psicoanalisi e la Medicina. Il clima, dal momento dell’apertura con la videoconferenza alla conclusione, nel tardo pomeriggio, è stato l’esatto contrario di quello che si genera con i lavori di maniera, di autocelebrazione, o scritti in una lingua poco comprensibile. Un clima ricco di emozioni, affetti, sorprese (la relazione di Luis Martin Cabrè, per esempio), e piccole rivelazioni (le nuove affascinanti ricerche di neuroscienziati come Gallese e Castiello, nei laboratori dell’Università di Parma, con filmati che riprendono due feti gemelli, dai quali risulta che l’esperienza di base dell’essere umano è guidata fin dall’inizio dalle sue interazioni con altri esseri umani). Chair del mattino è stata Silvia Vegetti Finzi, docente di Psicologia dinamica all’Università degli Studi Pavia; chair del pomeriggio, Anna Ferruta.

I relatori della giornata sono stati Antonio Di Benedetto, con il suo “Sentire l’inconscio non rimosso”, Luca Imeri, neurofisiologo docente di Fisiologia Umana, all’Università degli Studi di Milano, con “Dal cervello alla mente e indietro sino al corpo: la lezione di Mauro Mancia nella ricerca di un allievo neurofisiologo”; Silvana Borutti, Direttore del dipartimento di Filosofia, all’Università degli studi di Pavia, con “Autocomprensione della psicoanalisi e filosofia“; Vittorio Gallese, neuroscienziato, docente di Fisiologia Umana all’Università di Parma, con “Mauro Mancia e il dialogo tra Psicoanalisi e Neuroscienze”; Luis Martin Cabrè, presidente neo eletto della Associaciòn Psicoanalitica di Madrid, con “Mauro, uno psicoanalista Cervantino; Mauro Manica, recentemente insignito a Chicago del Ticho award 2009 (premio per analisti che si siano distinti per il loro lavoro clinico e di ricerca), con “La famiglia fantasmatica dell’analista: Mauro Mancia come supervisore“; Luigi Solano, con “Corpo e Psicoanalisi agli inizi del nuovo millennio“. Solano è intervenuto come rappresentante del gruppo di studio Corpo Mente , coordinato da Carla De Toffoli, del Centro di Psicoanalisi Romano. Ultimo, Angelo Macchia, dello stesso gruppo di De Toffoli, che ha concluso il lavoro di Solano con un interessante caso clinico e alcune affascinanti ipotesi teoriche sul tema mente corpo, che vanno nel senso di una possibile integrazione delle conoscenze soggettive e oggettive. Non mi soffermo sui contenuti delle singole relazioni, già esposti in un report in questo stesso sito da Maria Antonietta Ficacci. Sottolineo soltanto che ogni relazione, pur lasciando apparire in modo corposo la figura di Mancia, ha saputo prenderne le distanze, proprio nel senso voluto dall’incontro: l’apertura a diverse ipotesi teoriche è un fatto che alimenta e arricchisce la ricerca interdisciplinare della Medicina (nello specifico, le Neuroscienze) e della Psicoanalisi. Per esempio, Di Benedetto, mettendo a confronto l’inconscio non rimosso di Matte-Blanco e quello di Mancia, e parlando dei concetti di simmetria e asimmetria, ci ha mostrato le analogie tra i due autori, ma anche le loro diversità: “l’inconscio non rimosso” di Mancia è concetto interscambiabile con quello di “memoria implicita“. (Mancia diceva, parafrasando Cartesio, che mente e corpo, mente e cervello, sono sì due cose, dal punto di vista dell’epistemologia e della metodologia di indagine, la sostanza pensante e la sostanza estesa, ma due cose che avevano finalmente trovato, grazie a lui, un unico alloggio stabile, il luogo dell'”incontrarsi”, con la memoria implicita e nell’inconscio non rimosso!). E Di Benedetto, nel suo lavoro, si è mostrato profondamente d’accordo con Mancia sul recupero poetico del non rimosso nel transfert e nel sogno: per contattare i labilissimi messaggi di questo inconscio, occorre una sorta di radar psichico orientato verso i frammenti sepolti riaffioranti nei sogni, e soprattutto verso i segni sonori della psiche…A proposito di sonorità e musicalità del transfert, ricordo che Mancia diceva che la musica è un linguaggio sui generis con una sua dimensione sintattica, la quale altro non è se non l’organizzazione del materiale sonoro secondo un principio che è in grado di esprimere un significato, anche se la semanticità è indeterminata, fondata su una plurivalenza contestuale. Poi parlava del ritmo, bisogno fondamentale nel campo dell’umano e nel campo dell’analisi; della voce della madre, capace di generare suono e dare continuità ritmica, formando un involucro di sensazioni, primissime esperienze infantili “estetiche”. E proprio perché questa voce si collega a fasi ontogenetiche precoci e indifferenziate, ricordava Di Benedetto, la musica (la musicalità del transfert) conserva, rispetto ad altre forme, una maggiore potenzialità semantica.

L’evocatività della relazione fiabesca di Martin Cabrè merita un discorso a parte. Lo psicoanalista spagnolo, amante di Cervantes e del suo Don Quijote, scrive una lunga lettera al “padre” Mauro, paragonandolo a Don Quijote per la sua lotta fino alla morte in una impresa impossibile, quella di affermare uno specifico irrinunciabile accorpamento tra Neuroscienze e Psicoanalisi, due scienze epistemologicamente e metodologicamente inconciliabili. Martin Cabrè, nella sua favola, discorre con Mancia e con altri psicoanalisti – Freud, Ferenczi, Leon Grinberg – di Edipo, di sogno, di inconscio rimosso e non rimosso, mentre tutti insieme se ne vanno in barca dalla Sardegna di Carloforte alla Sicilia di Panarea. Finché approdano nel porto del distacco ultimo, dove, dopo una vita di luce, musica e vera passione per la Psicoanalisi e per i suoi paladini, è l’eterna notte. Le note della fiaba di Cabrè, a questo punto, si attenuano, creando intorno all’amico Mauro che se ne va per sempre il sentimento di una nostalgia quasi intollerabile. Come in Caducità, il breve e straordinario scritto di Freud del 1916, Cabrè ha cercato la letteratura per parlare di un amico analista e di alcuni fondamentali temi teorici, rovesciando la prospettiva usuale: la letteratura non entra nella scatola nera della Psicoanalisi, ma si mescola a lei, nominandola appena, producendo in chi ascolta onde psicoanalitiche. Questo magico saper-fare dell’artista-psicoanalista Martin Cabrè ha inciso in noi il momento fondante, quello degli affetti e della nostalgia profonda, che attenua ogni rivalità, unendoci.

Mauro Mancia era nato nelle Marche, a Fiuminata, luogo particolarmente amato dove tornava spesso. Mancia è stato uno dei pochissimi, in Italia, che ha davvero praticato le due discipline, la Neurofisiologia e la Psicoanalisi, di prima mano, stando in laboratorio per la ricerca neurofisiologica, e insegnando agli studenti, il mattino (ha formato generazioni di neurologi e psichiatri in università, dagli anni ’60), e vedendo pazienti e formando psicoanalisti come supervisore, il pomeriggio.

Laureato in Medicina nel 1953, con una tesi di immunologia, Mancia si trasferisce all’università di Stoccolma, presso il Karolinska Institut, dove lavora sulle funzioni del midollo spinale con Torsten Wiesel (premio Nobel per la Medicina nel 1981). Poi, nel ’54, è all’istituto di Fisiologia dell’università di Pisa dove inizia la sua collaborazione con Giuseppe Moruzzi sui temi di fisiologia del sonno. Poi, nel 1960, con una borsa di studio americana, è ricercatore presso il Departement of Anatomy and Brain Research Institute, University of California Medical Center di Los Angeles, USA, sotto la direzione di Horace Magoun. Nel ’61, rientra a Milano, continuando una intensa carriera che lo vede assistente straordinario presso la Clinica Psichiatrica dell’università di Milano, dove organizza il laboratorio di Neurofisiologia (sono gli anni di una ricerca concentrata sui problemi di neurofisiologia spinale durante il ciclo sonno-veglia); poi, nel 1969, Professore aggregato in discipline neurofisiologiche e psichiatriche; nel 1972, professore straordinario; nel ’75, professore ordinario di Fisiologia umana presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano. Dall’83 al 2001 è direttore del 2° Istituto di Fisiologia Umana della stessa Università. Nel 1996 fonda la S.I.R.S., la Società Italiana di Ricerca sul Sonno, della quale è il primo presidente per quattro anni. All’Università di Milano diventa professore fuori ruolo nel 2001 e fonda il Centro di ricerca sperimentale sul sonno Giuseppe Moruzzi. La vivacissima scuola di Neurofisiologia creata e diretta da Mancia dal ’75 al 2001 è centrata essenzialmente sui problemi di elettrofisiologia e microfisiologia del sonno.

Più di 180 i lavori in extenso di argomenti neurofisiologici su riviste scientifiche internazionali di alto profilo. Come psicoanalista, allievo di Musatti negli anni settanta, lavora con Franco Fornari a Milano, Donald Meltzer a Londra e diventa analista di training negli anni 90. Più di 90 i suoi lavori psicoanalitici fondamentalmente sui problemi teorico-clinici del narcisismo; sul sogno da un punto di vista psicoanalitico e interdisciplinare; sulla memoria e la sua relazione con l’inconscio. Numerosi i libri, tra i quali molti di taglio interdisciplinare. Non è possibile studiare le funzioni della mente umana utilizzando solo la Psicoanalisi, o solo le Neuroscienze, diceva sostanzialmente Mancia. Quasi tutti i suoi libri ce lo ricordano, dal primo Neurofisiologia e vita mentale (Zanichelli, 1980); a Mente e Cervello: un falso dilemma? (Il Nuovo Melangolo, 2001); a Sentire le parole. Archivi sonori della memoria implicita e musicalità del transfert (Bollati Boringhieri, 2004); a Psicoanalisi e Neuroscienze (a cura di) (Springer, 2007); all’ultima fatica Narcisismo, il presente deformato dallo specchio, appena pubblicato postumo da Bollati Boringhieri.

Mancia era un uomo spiritoso: si diceva affetto da un “inguaribile narcisismo”, come lo chiamava lui con una strana mestizia tinta di sottile umorismo, che gli procurava molti guai! Non tanto le liti su base ideologica, di cui andava fiero, ma gli attacchi, i fraintendimenti, le emarginazioni parziali da certi gruppi di appartenenza, di cui soffriva, pur consapevole della sua co-responsabilità. E poi c’era l’invidia. Mancia aveva una forte personalità: quale serissimo studioso di fama internazionale, che occupava posti importanti, sapendo tessere le relazioni giuste al momento giusto, circondato sempre da belle donne, sapeva suscitare un’invidia particolare. E l’invidia è un sentimento così poco metabolizzabile anche con dosi intensive di accuratissime interpretazioni!

Mancia è stato un uomo capace di legami affettivi molto importanti e tenaci.

Lo ricordo come un Maestro nel senso ampio del termine, fin dai tempi dell’esame di neurofisiologia. E mi piace ricordarlo come Maestro specialmente di vitalità, rimasta intatta anche nei momenti più dolorosi della sua malattia, e di ironia, intesa proprio come un’importante forma di civilizzazione in questa nostra epoca, e come clima di lavoro ideale per la convivialità post-umanistica. L’impulso teorico del nostro tempo, dicevamo insieme, è un appassionato esercizio con il quale ci si riconosce fortemente come parte della contemporaneità, e l’espressione “dopo Freud” non è solo la distanza temporale dalle grandi posizioni teoriche passate, ma è un’autentica formula-soglia, che definisce sia la cesura, sia il tempo ad essa successivo. La ragione, in questa nostra contemporaneità, dovrebbe forse darsi una struttura autocritica da cima a fondo, senza le elevate pretese di una soggettività totalizzante, e contro le forme teoriche troppo dipendenti dalle loro nicchie culturali, o soggette a certe mode semplificatrici…