10-13 Lug 2013, Brisbane (Australia) – SPR 44th Intern. Ann.Meeting. “Going the Distance: From Psychotherapy Research to Practice and Back”. Resoconto di L.Reatto

Resoconto di Licia Reatto

Dal 10 al 13 luglio 2013 si è tenuto a Brisbane, capitale del Queensland, zona mite nell’Est Australia, il 44° SPR International Annual Meeting dal tema “Superare la distanza: Dalla ricerca in psicoterapia alla pratica e viceversa”, mirato, come dal titolo, a contribuire al superamento del divario ancora attivo tra clinica e ricerca e favorire un fecondo scambio. LA SPR (Society for Psychotherapy Research), nata nel 1968 ad iniziativa di D. Orlinsky e Kenneth Howard, è una società che raccoglie ricercatori di tutto il mondo e di varie metodologie, nata allo scopo di introdurre e potenziare la ricerca scientifica all’interno dell’attività clinica. Ampia è la rappresentanza psicodinamica, declinata anche nelle forme conversazionale, e narrativa, che pongono al centro del lavoro clinico la relazione nel qui ed ora e l’indagine sugli schemi patogeni disfunzionali; significativa la presenza della componente cognitivista e comportamentale. Storicamente, uno degli scopi della SPR, accanto a quello scientifico, è stato di contribuire a conferire qualità sistematica ed unitaria alla formazione dello psicoterapeuta, in un’epoca in cui la marcata eterogeneità degli strumenti terapeutici in via di sviluppo (la psicologia è una scienza giovane), in un disordinato pluralismo, interrogava molto sui principi di funzionamento delle diverse modalità terapeutiche e sui relativi risultati. Delineare in modo coerente i principi ed il modo di operare della psicoterapia e le caratteristiche della formazione sono due aspetti che vanno di pari passo. Orlinsky, di Chicago, fondatore e primo Presidente SPR, autore di scritti e promotore di ricerche sulla formazione dello psicoterapeuta, tre anni fa ha avviato, insieme a Clara E. Hill, un programma di ricerca internazionale sulla formazione dello psicoterapeuta, denominato SPRISTAD (SPR Interest Section on Therapist Training and Development), volto a monitorare caratteristiche e processo di sviluppo del trainee, avendo dunque cura sia della formazione della role-identity che della role-performance. Per la sua assidua opera di approfondimento e diffusione e per le sue iniziative, Orlinsky quest’anno ha ricevuto il Lifetime Contribution Award (vorrei qui ricordare che l’attenzione alla ricerca andava crescendo negli stessi anni anche tra gli psicoanalisti, trovando sviluppo ad esempio nella ben nota Menninger Foundation, dove hanno operato tra gli altri Wallerstein e poi Kernberg, promotori entrambi della ricerca in ambito psicoanalitico: evidentemente si intensificava il bisogno di documentare il rapporto tra principi e clinica, e la relazione tra strumenti ed esiti, anche a fini formativi; non va poi dimenticata l’attività svolta al Chestnut Lodge, USA, a proposito delle patologie gravi).

La SPR organizza una conferenza annuale in diverse parti del mondo, secondo la sua anima internazionale, e si articola in sottosezioni che rispecchiano iniziative locali. Una sottosezione è anche in Italia (SPR-it). Ne fanno parte psicoterapeuti e psicoanalisti, accademici e clinici di varia provenienza, collocazione e metodologia; l’attuale Presidente SPR è H. Wiseman, docente all’Università di Haifa, che ha coordinato il Congresso insieme a Brin Grenyer, ospite locale, favorendo lo spirito collaborativo. Il prossimo anno la Conferenza sarà sul tema: “Facilitating Change: Learning from the Past, Looking for the Future”, e si terrà a Copenhagen, 25-28 giugno (1 dicembre deadline per eventuali presentazioni; per maggiori informazioni cfr. la SPR Newsletter, 2013, 3). Con Routledge la SPR pubblica una quotata rivista quadrimestrale, Psychotherapy Research, in uscita online e cartacea, attualmente diretta da C. Muran e W. Lutz, dove viene dato spazio a lavori specifici di ricerca qualitativa e quantitativa in un’ottica multidisciplinare ed integrativa.

Il tema di quest’anno ha ripreso il dibattito molto attuale sul rapporto tra clinica e ricerca scientifica, una sorta di ritorno a quanto ha animato la nascita stessa della SPR, tuttora molto vivo in ambito psicoanalitico e non solo, per un non superato dilemma circa l’applicabilità della ricerca in clinica. Il Convegno è stato dunque dedicato a trovare risposta al dilemma dal punto di vista teorico, metodologico e clinico, rispettandone i quesiti e le problematiche, allo scopo di coprire la distanza tra ricerca e pratica e favorire il dialogo reciproco. Hanno trovato spazio sia ricerche di carattere psicoanalitico e psicodinamico, sia ricerche che rispondono ad altri modelli terapeutici qui rappresentati, accomunati dal bisogno di fornire una più salda base alla funzione psicoterapeutica ed ai suoi strumenti e di mettere a confronto i risultati raggiunti.

Il Congresso ha visto la presenza di circa trecento partecipanti – non poco tenendo conto delle distanze e dei costi – e la presentazione di un gran numero di studi provenienti dalle più svariate parti del mondo. L’incontro ha avuto luogo nell’ampia sede universitaria del QUT (Queensland University of Technology), immersa in un grande giardino tropicale di libero accesso e libero wi-fi popolato di studenti (luglio in Australia corrisponde all’inverno, che qui peraltro è mite).

Il convegno è stato preceduto da una pre-conference, che ha ospitato l’aggiornamento su sei progetti di ricerca di carattere internazionale in corso; la conference vera e propria, dopo l’introduzione al tema da parte del presidente uscente, G. Silberschatz, si è svolta secondo il consueto schema delle sessioni plenarie seguite da una serie di seminari paralleli che riferivano delle numerose ricerche compiute o in corso o affrontavano punti critici.

Il progetto SPRISTAD è stato uno dei temi della pre-conference, illustrandone finalità, metodi, prospettive e stato dei lavori (ho trovato qui interessante la duplice attenzione sia alla prospettiva interna, ‘reflexive’, che a quella ‘esterna’, cioè osservativa; la ricerca degli indicatori di sviluppo nell’apprendimento e dei tempi; l’attenzione al cambiamento ‘reale’). Accanto alla formulazione di un modello comune, la ricerca tiene conto di una prospettiva ‘ecologica’, che risponde cioè alle caratteristiche locali delle diverse collocazioni geografiche, cui ha posto attenzione B. Strauss (Jena). Il progetto viene promosso in ambito sempre più ampio, con l’adesione di ricercatori e clinici di molte aree del mondo e di diversa formazione.

Altri studi in via di sviluppo sono stati illustrati nella pre-conference: il ‘Developing reliable clinical case formulations’, promosso dal San Francisco Psychotherapy Research Group, a cura di J.T. Curtis, indagine di carattere metodologico relativa all’assessment in ricerche comparabili su processo ed esito; ‘The use of conversational model of psychodynamic psychotherapy’, studio condotto da J.M. Haliburn, Sydney, in particolare sul disturbo borderline; il ‘Repetitive relationship patterns’, progetto condotto da Pokorny, Ulm, secondo il modello narrativo ed utilizzando il CCRT-method di Luborsky; il ‘Dialectical behavior therapy,‘ studio condotto dal gruppo di lavoro di S. McMain, Canada, su ‘rotture e situazioni cliniche che mettono alla prova’ e sulle strategie d’intervento; il PPACT (Parallel Parent and Child Therapy), progetto condotto da S. Holmes, Melbourne, con un’interessante proposta sul ripetersi del trauma a livello generazionale. A questi va aggiunto il CaFTR, Child and Family Therapy Research, coordinato da O. Tishby, Gerusalemme, con un programma di ricerca a carattere internazionale sui modelli terapeutici famiglia/bambino.

Come si vede, il proliferare degli studi verte sui temi maggiormente in sviluppo negli ultimi anni: le patologie gravi, il rapporto famiglia/bambino, la metodologia di raccolta dati nella clinica, i modelli interpretativi e lo studio del cambiamento, considerati da prospettive diverse utilmente messe a confronto.

L’introduzione al Congresso è avvenuta per voce di G. Silberschatz, presidente uscente, ideatore della Control Mastery Theory, teoria di matrice psicodinamica in discreto sviluppo che integra le prospettive cognitiva, psicodinamica, e relazionale. Autore per Routledge del volume ‘Transformative relationships’, in cui pone particolarmente l’accento sulla relazione terapeutica e sulla sua funzione trasformativa, Silberschatz ha rilevato in proposito lo spostarsi generalizzato dell’attenzione di clinici e ricercatori da studi sull’esito al tema dell’alleanza terapeutica, entrando nel merito dell’elaborazione degli schemi disfunzionali in una prospettiva di ricerca. Difendendo il focus sulla qualità più che sulla quantità, ma sfatando il pregiudizio per cui l’omogeneità, cioè la quantità, distruggerebbe la qualità, ha sottolineato sul piano metodologico l’importanza di una logica integrativa e di condurre studi scientifici in psicoterapia basandoli sulle correlazioni anziché sulla semplice causalità (questione di rilievo nella ricerca), analogamente a quanto accade in campo medico, e la necessità di considerare l’aspetto individuale come una variabile e non come un errore. Proposta metodologica di sicuro interesse.

L’attenzione crescente alla ricerca in psicoterapia è stata testimoniata dai numerosi lavori relativi ad iniziative in aree diverse ed eterogenee che hanno animato i tre giorni successivi del Congresso, e di cui si può trovare traccia nella rivista e nel Book of Abstracts.

Mi limiterò ad indicare i temi principali delle tre giornate, riservandomi lo spazio per alcune considerazioni personali.

La prima giornata ha visto affrontare in sessione plenaria il tema centrale ‘Researchers and clinicians learning from each other about change processes and outcomes‘, analizzando le vie per il superamento del conflitto, dove terapeuti e ricercatori di area psicodinamica e non, a confronto, hanno interagito cercando di creare un ponte tra il problema rappresentato da ricerche spesso lontane dalla realtà e clinica non abbastanza attenta all’indagine critica ed organica dei suoi dati. A questo proposito L.Castonguay ha sottolineato l’importanza della partnership tra clinici e ricercatori, basata sulla conoscenza reciproca delle rispettive esigenze, in modo da creare le basi per studi ‘clinicamente sintonici’, cioè clinicamente rilevanti e realmente utili alla pratica. J.Watson ha difeso le ricerche naturalistiche e la necessità di studi sull’intero processo terapeutico, raccordandone le fasi; Grenyer a sua volta ha suggerito modelli teorici e strumenti metodologici adatti allo sviluppo di una ricerca produttiva in clinica, superando l’annoso contrapporsi di studio quantitativo e analisi del singolo caso. J.Barber si è preoccupato infine di fornire un’esemplificazione concreta.

In seconda giornata il focus si è spostato sul tema della formazione, tanto più rilevante in quanto c’è generale convergenza sulla centralità della relazione nel processo di cambiamento terapeutico (il progetto SPRISTAD lo testimonia): ‘Research on the training and development of psychotherapists: connecting research, supervision and clinical practice’ era il titolo della sessione plenaria condotta a più voci, dove l’oggetto ruotava intorno al formarsi della relazione terapeutica, ai suoi successi ed insuccessi ed alle variabili connesse, messa in rapporto con la formazione del terapeuta, ed al modo di monitorarla. B. Strauss ha rilevato in proposito lo stretto rapporto tra caratteristiche pre-training e formazione, e l’attenzione agli stadi della formazione, per fondare l’alleanza terapeutica; la coreana E.Joo ha analizzato il fattore terapeuta mediante la content analysis, mentre J.C.Muran ha posto il focus sulle rotture dell’alleanza terapeutica e sul modo in cui il training può affrontarle. L’inglese R.Elliott si è a sua volta occupato delle difficoltà che può incontrare il terapeuta trovando le vie per superarle: il terapeuta come portatore di bisogno formativo, si può dire, sia nell’apprendimento sia nelle difficoltà operative. Si sono alternate anche voci critiche nei confronti della psicoanalisi, ritenuta responsabile di dare eccessivo peso alle teorie e di trascurare l’aspetto di ricerca utile a suffragare la clinica, come Kirsner di Melbourne, a favore di altri modelli che meglio permetterebbero di sviluppare il discorso scientifico; ed esperienze che invece testimoniano di seria indagine in ambito psicoanalitico, sia relativamente alla clinica che alla formazione, analizzando il processo terapeutico ed il rapporto tra svolgimento della terapia e supervisione; a questo proposito vorrei citare gli interessanti studi condotti dallo svedese Norberg sui ‘bisogni formativi’ del trainee (tirocinante), e da Yutta Kahl-Popp, psicoanalista di Francoforte sul training psicoanalitico e sulle modalità formative utili a produrre efficace apprendimento e competenza clinica: anche il terapeuta o analista è considerato come portatore di specifiche caratteristiche e necessità, e questo è importante se deve essere il garante della relazione terapeutica.

La terza giornata si è sviluppata intorno alla VI riedizione riveduta del Bergin and Garfield’s Handbook of Psychotherapy and Behaviour Change, a cura di M.J.Lambert, testo di riferimento molto apprezzato e di grande diffusione, che propone un confronto tra metodi e tematiche in una prospettiva pluralistica ed ha avuto un influsso notevole sullo sviluppo della ricerca in psicoterapia. Lambert stesso ha puntualizzato gli effetti della ricerca sullo sviluppo attuale della clinica, mentre Castonguay ha proposto la ricerca ‘practice-oriented’ come paradigma complementare rispetto alla ricerca ‘evidence-based’, indicando la convergenza dei vertici e delle finalità; infine Barber è andato al cuore della ricerca in ambito psicodinamico analizzandone con chiarezza le aree di pertinenza specifica.

Come si può constatare, l’attenzione è stata posta a cogliere dal vivo la vicenda terapeutica ed i suoi protagonisti, mirando a togliere quel sapore accademico o il rischio di astrazione che ha suscitato in passato molte diffidenze in ambito clinico; la tensione è stata verso l’orientare allo studio scientifico e alla raccolta sistematica dei dati, alla precisazione dei costrutti e alla definizione dei modelli d’indagine che sia compatibile con il vivo della vicenda di cura; non è stato trascurato l’aspetto concreto dei finanziamenti per la ricerca (Tishby).

Le sessioni plenarie mattutine dedicate a temi di carattere più generale sono state seguite nel pomeriggio da un ampio ventaglio di puntualizzazioni e presentazioni di studi che si articolavano su temi clinici, teorici, metodologici e formativi e sulle interessanti conclusioni che ne derivavano; naturalmente non si sta parlando di ricerca sperimentale, ma di ricerca in ambito clinico.

Impossibile riferirne, data la numerosità; posso dire che si è trattato di un’occasione significativa come momento di incontro e confronto sullo sviluppo attuale della ricerca in psicoterapia, utile ad incontrare la pluralità di metodi e a conoscere aspetti comuni e metodi specifici, favorendo rapporto interdisciplinare, alleanza di lavoro e crescita della professionalità.

Tra le osservazioni che posso riportare, ho notato il crescere della dimensione scientifica in ambito psicoterapeutico, cui contribuisce la collaborazione tra strutture accademiche e realtà cliniche (dottorati di ricerca; progetti interattivi, convenzioni); molti progetti alimentano l’attività di dottorato, ma esistono anche centri di ricerca autonomi e l’università talvolta si costituisce come tramite per un lavoro clinico, realizzando o patrocinando progetti di ricerca specifici. C’è da dire che diverse ricerche sono svolte in collaborazione con reparti medici non solo psichiatrici, allargando lo spettro di applicazione della psicoterapia, sia quando il disagio coinvolge anche il corpo (per es. anoressie), sia dove la cura assume la funzione di prevenzione rispetto alla possibilità che la malattia fisica si ponga come emergenza traumatica e consente invece lo studio sull’intervento terapeutico precoce in momento di crisi. L’aggancio alla clinica come sempre appare utile a mitigare le rigorosità astratte talora presenti negli studi accademici.

Un’altra osservazione riguarda il linguaggio ed il metodo, in crescente approfondimento alla ricerca della specificità. È stato esemplare, a questo proposito, il dibattito che si è aperto sulla presentazione di alcune scene della serie In Treatment, filmato che apre a diverse letture ed ha offerto l’occasione quasi sperimentale per una messa a confronto da vertici differenti.

Riguardo ai temi, indubbiamente intorno all’osservazione della relazione terapeutica nei suoi aspetti positivi e critici si costruisce l’analisi della situazione clinica, come rilevato anche da Silberschatz, dove la difficoltà viene assunta ad occasione per meglio comprendere il funzionamento, lasciando talora aree inesplorate quanto alle motivazioni sottostanti.

A questo proposito si può osservare il ripetuto ricorso al modello psicodinamico per modulare gli strumenti di ricerca, ed il metodo narrativo costituisce un frequente ed interessante compromesso; vi attingono ampiamente le varie correnti, in modo non esplicito, sia che si fermino all’aspetto descrittivo, sia che cerchino di risalire alle ragioni sottostanti, e questo in particolare quando si approfondiscano le implicazioni soggettive o la funzione della relazione terapeutica nelle declinazioni del transfert e del contro-transfert; non a caso ad esempio al CCRT Method di Luborsky, che evidenzia il conflitto centrale, fanno ricorso, come mezzo d’indagine, indirizzi di tutti i tipi. Credo che questo sia un aspetto su cui noi psicoanalisti dobbiamo riflettere.

Un confronto viene da svolgere con la J.Sandler Research Conference, altro grande momento per lo sviluppo della ricerca questa volta in ambito strettamente psicoanalitico, congresso annuale volto prevalentemente a raccogliere ed approfondire la specificità psicodinamica nella sua applicazione oltre che sotto l’aspetto teorico; la SPR appare piuttosto mirata a dare spazio alla pluralità oltre che a far crescere la dimensione scientifica e la coerenza metodologica nella clinica. Entrambi in ogni caso testimoniano di una dimensione in via di sviluppo, sia pure da punti di vista differenti.

Un’ultima osservazione riguarda il notevole sviluppo della ricerca psicoterapeutica in aree geografiche molto estese, con un interessante fermento nel campo della clinica psicoterapeutica: fermento contestualizzato in evoluzioni storiche particolari ed in problematiche specifiche, da noi non sempre conosciute. Pensiamo ad esempio ai paesi asiatici, qui rappresentati, attraversati in tempi non lontani da vicende belliche, le cui conseguenze si fanno sentire sia quanto alle ferite provocate dal conflitto, sia quanto alle conseguenze sociali che hanno provocato. Ne sono derivate problematiche specifiche, tra le quali la condizione femminile o delle categorie più deboli (per esempio la prostituzione minorile; le ferite post-belliche); od anche l’Australia stessa, che affronta problemi legati alla sua evoluzione storica ed alla sua origine, ai problemi d’integrazione ed al complesso rapporto con gli aborigeni, tra i quali problemi di alcoolismo raggiungono livelli elevati, in modo non troppo diverso da quanto accaduto per gli indiani d’America.

Quanto agli aspetti critici, si può solo dire che la numerosità del materiale, testimonianza di vasto sviluppo, ha talvolta sacrificato l’occasione di discuterne più a fondo nelle diverse sessioni, costituendo un limite alla possibilità di usufruire appieno dell’arricchimento fornito da questo evento scientifico carico di stimoli.

L’ospitalità è stata sicuramente buona, il clima collaborativo e colloquiale, con l’offerta di diversi momenti d’incontro e di svago utili a conoscersi ed ad entrare in contatto con l’interessante realtà del luogo

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