Contemporary Psychoanalysis (2014). Sull’efficacia dei trattamenti psicoanalitici

 Ricerca sull’efficacia dei trattamenti psicoanalitici – Contemporary Psychoanalysis, 2014, vol.50, issue 1-2.

Il primo numero del 2014 di Contemporary Psychoanalysis, la rivista del William Alanson White Institute of Psychiatry, Psychoanalysis & Psychology che quest’anno celebra il suo 50° anniversario, dedica una sezione speciale alla ricerca sistematica sull’efficacia dei trattamenti psicoanalitici.

Come dichiara R.Coleman Curtis nell’introduzione gli otto articoli, l’intento è di mettere in evidenza quanto sia erronea la convinzione – radicata nel pubblico, ma anche fra i professionisti della salute mentale – che l’efficacia delle terapie psicoanalitiche non poggi su sufficienti prove empiriche (… o che comunque esse siano assai inferiori a quelle delle terapie cognitivo-comportamentali).

 

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Nel primo articolo (On the value of double vision) lo psicoanalista svedese R.Sandell, autore di numerose ricerche sugli esiti dei trattamenti psicoanalitici (per le quali nel 2010 ha ricevuto il prestigioso Mary Sigourney Award per i contributi alla psicoanalisi) esamina le due questioni su cui tipicamente i clinici si scontrano con i sostenitori della ricerca empirica: come è possibile esplorare i processi inconsci, che appartengono a livelli mentali non osservabili; e come è possibile operare delle generalizzazioni su ciò che avviene fra paziente e analista dal momento che le coppie analitiche sono diverse l’una dall’altra? R.Sandell ritiene, e lo dimostra con le sue ricerche, che è possibile praticare un ‘doppio sguardo’ sugli eventi della clinica psicoanalitica.

Vai all’abstract dell’articolo di R.Sandell.

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S.Zilcha-Mano e J.B.Barber (Learning from well-trained and experienced dynamic psychotherapists: research on the efficacy of dynamic psychotherapy and its mechanisms of change) discutono due convinzioni – due miti, essi dicono: che la terapia dinamica non sia una pratica basata sull’evidenza e che non funzioni nell’alleviare i sintomi.

Vai all’abstract dell’articolo di S.Zilcha-Mano e J.B.Barber

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F.Leichsenring et al. (Psychodynamic psychotherapy in specific mental disorders: A 2013 update of empirical evidence) passano in rassegna i principali studiRCT (randomized controlled trials) su cui si basa la valutazione di efficacia dei trattamenti psicodinamici per i principali disturbi mentali (depressivi, ansiosi, somatoformi, di personalità, ecc.)

Vai all’abstract dell’articolo di F.Leichsenring et al.

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Un gruppo di ricercatori olandesi (J.J.M. Dekker et al. (Growing evidence for psychodynamic therapy for depression) esamina i risultati di cinque studi RCT (Randomized Controlled Trials) di trattamenti psicoterapeutici psicodinamici, di sostegno e di breve durata (SPSP), con pazienti depressi, la cui efficacia risulta uguale a quella dei trattamenti cognitivo-comportamentali.

Vai all’abstract dell’articolo di J.J.M. Dekker et al.

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Il gruppo di ricercatori norvegesi che da tempo indaga il tema del transfert (v. su questo sito Høglend et al. 2006 e 2008), presenta i risultati del primo studio sperimentale sul transfert su 100 pazienti, trattati per un anno con due forme di psicoterapia psicodinamica – con e senza lavoro sul transfert (Hersoug et al. When is transference work useful in psychodynamic psychotherapy? Main results of the first experimental study of transference work (FEST)). Il lavoro sul transfert è apparso di minore utilità con pazienti che hanno relazioni oggettuali sufficientemente buone e un buon livello di alleanza terapeutica rispetto a pazienti con una qualità inferiore di relazioni oggettuali e con un’alleanza terapeutica meno solida.

Vai all’abstract dell’articolo di Hersoug et al.

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Il gruppo di clinici e ricercatori americani (Kernberg, Clarkin, Diamond, Yeomans) che ha messo a punto un trattamento manualizzato per pazienti borderline – la Terapia Focalizzata sul Transfert (TFP) – mette a confronto lo stile di attaccamento e la mentalizzazione di pazienti con una diagnosi di comorbidità per il disturbo borderline e il disturbo narcisistico di personalità con un gruppo di pazienti con la sola diagnosi di disturbo borderline (D.Diamond et al.Change in attachment and reflective function in borderline patients with and without comorbid narcissistic personality disorder in Transference Focused Psychotherapy).

Vai all’abstract dell’articolo di D.Diamond et al.

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J.Safran et al., da tempo impegnati nello studio delle rotture e delle riparazioni che continuamente si alternano nella gestione dell’alleanza terapeutica, hanno messo a punto e valutato una terapia breve a indirizzo relazionale (Research on therapeutic impasses and ruptures in the therapeutic alliance) con particolare riguardo al ruolo che vi svolge la capacità del terapeuta di gestire gli atteggiamenti negativi del paziente nei suoi confronti.

Vai all’abstract dell’articolo di J.Safran et al.

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H.Kächele & J.Schachter si occupano di un argomento spesso trascurato dalla ricerca sugli esiti: le risposte negative, gli abbandoni, o i fallimenti, della terapia psicoanalitica (On side effects, destructive processes, and negative outcomes in psychoanalytic therapies: why is it difficult for psychoanalysts to acknowledge and address treatment failures?). Dopo aver esaminato i fattori più spesso associati a tale evento (diagnosi erronee, condizioni esterne non favorevoli, fattori costituzionali, aspetti della relazione transfert-controtransfert) i due autori sostengono che oggi i terapeuti dovrebbero essere non solo più consapevoli dei possibili effetti collaterali e dei possibili sviluppi negativi di un trattamento psicoanalitico, ma anche più attenti a cogliere i segnali di un’evoluzione negativa, un po’ come avviene in medicina, dove l’uso terapeutico di un farmaco va valutato con un attento monitoraggio dei suoi effetti collaterali negativi.

Vai all’abstract dell’articolo di H.Kächele & J.Schachter.

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L’ultimo articolo della sezione (Psychoanalytic therapy research: A commentary) è di R.Wallerstein, eminente personalità della psicoanalisi nord-americana, da decenni impegnato sia nella ricerca empirica che nella diffusione di una mentalità scientifica nella cultura psicoanalitica.

Nel suo commento finale Wallerstein riprende i temi del dibattito sviluppatosi fra il 2009 e il 2012 sul Journ.Amer.Psychoanal.Assn. e su Psychoanalytic Dialogues, a partire da una severa e circostanziata critica espressa da I.Z.Hoffman al credito accordato alle ricerche empiriche in psicoanalisi (cfr. su questo sito I.Z.Hoffamn ‘Pro e contro la ricerca empirica’ e Eagle & Wolinsky 2011). Fra i numerosi interventi in quel dibattito, Wallerstein si dichiara d’accordo con quello di J.Safran (… presente con un contributo anche in questa Special Section) per procedere poi a riassumere e commentare le ricerche di quattro degli articoli della Special Section: gli studi del gruppo tedesco (Leichsenring), del gruppo svedese (Sandell), del gruppo di New York (Kernberg, Clarkin, Diamond) e del gruppo di Amsterdam (DeJonghe, Dekker).

A conclusione della rassegna Wallerstein osserva che ciascuno dei quattro gruppi ha raggiunto lo scopo dichiarato: servendosi dei canoni universalmente accettati dei RCT (Randomized Controlled Trials) e facendo uso di scale di valutazione, ciascun gruppo ha presentato dati che attestano l’efficacia delle psicoterapie psicodinamiche – un’efficacia non inferiore (… anzi, talvolta anche superiore) a quella di altre psicoterapie che da tempo hanno aderito ai canoni dell’evidenza scientifica. Questi dati, continua Wallertsein, sono molto utili sia ai fini del finanziamento e del rimborso delle cure sia ai fini dello sviluppo della ricerca stessa.

Infine Wallerstein osserva che queste ricerche – sebbene diano una rappresentazione semplificata, e talora persino distorta, della nostra disciplina – sono utili perché accrescono la credibilità della psicoanalisi con le discipline affini (psicologia clinica e dello sviluppo).

Vai all’abstract dell’articolo di R.Wallerstein.