Fornaro M. (2013) – Intervista su “Quale scientificità per la psicoanalisi” (a cura di C. Pasino)

Il 23 Marzo 2013 si è svolto a Milano un Convegno dal titolo “Quale scientificità per la psicoanalisi? Ricerca e valutazione”, organizzato dall’Associazione di Psicoterapia Psicoanalitica di Gruppo (A.P.G.) con la partecipazione di Cavagna, De Polo, Migone, Fornaro, Fabozzi, Bonaminio, Palombi.

In occasione del Convegno Carlo Pasino ha intervistato il prof.Mauro Fornaro, ordinario di Psicologia Dinamica presso l’Università di Chieti-Pescara e psicologo psicoterapeuta di formazione psicoanalitica.

 

Intervista a cura di C.Pasino

La ricerca empirica farà male alla psicoanalisi dei tempi nostri? Freud aveva risposto di no, ma nel 1934 a Saul Rosenzweig.

Non farà sicuramente male, anzi credo che faccia bene. Bisogna però distinguere la ricerca empirica dalla ricerca extra-clinica. La ricerca empirica propriamente è uno studio critico di secondo livello rispetto al lavoro del clinico: indaga sull’outcome, cioè l’esito di una terapia, e sul process, cioè lo sviluppo dell’itinerario clinico cercando di individuarvi i fattori effettivamente curativi. Tanta ricerca empirica ha dato risultati non sempre univoci, però v’è accordo pressoché unanime sull’efficacia più della cosiddetta “alleanza terapeutica” che non del singolo modello teorico cui si rifà il terapeuta. Pertanto nella formazione dei nuovi psicoanalisti/psicoterapeuti occorre puntare specie sullo sviluppo della capacità personale del candidato di stabilire una buona relazione. Di più, le ricerche empiriche recenti hanno mostrato l’indubbia efficacia delle terapie a indirizzo psicodinamico rispetto a quelle cognitivo-comportamentali, quando il follow-up data almeno alcuni anni dalla fine dell’analisi o della psicoterapia.

 

Cosa intendi per ricerca extra-clinica?

Si tratta di ricerche condotte non giù su casi clinici, bensì su alcuni segmenti significativi della teoria psicoanalitica, ma con metodi diversi da quelli classici della psicoanalisi, che sono sostanzialmente le libere associazioni del paziente e l’attenzione fluttuante dell’analista. Un caso esemplare riguarda la infant research (vedi Stern e tanti altri), che usa metodi osservativi e sperimentali. Anche la neuropsicoanalisi (vedi i Solms) può essere portata a esempio: studia i correlati neurofisiologici dei processi mentali di cui si occupa la psicoanalisi.

 

Che fine fa la metapsicologia freudiana sottoposta all’indagine della ricerca extra-clinica?

Per stare al caso della neuropsicoanalisi, talora abbiamo delle conferme o per lo meno delle compatibilità con le teorie psicoanalitiche (ad esempio sul sogno), in altri casi la convergenza è più problematica (come sugli equivalenti neuronali dei meccanismi di difesa), in altri ancora abbiamo disconferme (la coscienza comincerebbe già dall’Es, secondo Mark Solms). Ma notoriamente v’è chi, come André Green, nega rilevanza per la psicoanalisi a questa vasta gamma di ricerche empiriche ed extra-cliniche, con l’argomento principale che non colgono l’oggetto psicoanalitico specifico: metodi diversi di ricerca, individuerebbero oggetti diversi. Il metodo analitico mira al mondo interno, ai desideri, a un “profondo” che non è tanto il precoce osservabile, quanto la risignificazione a-posteriore dell’evento infantile (la nostra cara Nachträglichkeit). L’infant researcher fuori della relazione clinica, si obietta non a torto, è difficile riesca a catturare i desideri che la madre proietta sul bambino, i quali pure ne condizionano il comportamento: vede l’osservabile esterno, ignorando il gioco fantasmatico presente nella relazione madre-bambino.

A mio avviso, però, nonostante i limiti di un confronto tra discipline che usano metodi diversi, non possiamo accettare, alla lunga, che permangano risultati in palese contrasto tra psicoanalisi e discipline che trattano i medesimi argomenti. E’ un’esigenza della ragione – una ragione forte, non la ragione “debole” di certi filosofi – che la realtà e la verità siano una sola. (Analogo discorso andrebbe fatto a riguardo della compresenza in psicoanalisi di modelli teorici diversi e in conflitto, anche se al momento una pluralità di approcci può esser feconda stante l’estrema complessità dell’oggetto mente). Non si tratta, ben inteso, di ridurre la psicoanalisi ad altra disciplina – ritenuta magari più “scientifica” – , bensì l’analista deve “sentirsi provocato” laddove si verifichino incongruenze con le nuove discipline e reciprocamente da parte del ricercatore extra-clinico. Del resto anche Freud si appoggiava a discipline extra-cliniche: oltre alla neurofisiologia del tempo, alla linguistica, alla storia delle religioni, alla grande letteratura a partire dalla tragedia greca.

 

Ma la ricerca dura, quella che richiede la riproducibilità dei fenomeni, è, secondo te, adeguata a studiare i risultati della terapia psicoanalitica?

Tanto per incominciare, la riproducibilità, e prima ancora l’osservabilità diretta, non è necessaria nemmeno nelle scienze naturali: nessuno ha potuto vedere eventi come il Big Bang o l’orogenesi alpina e tanto meno può ripeterli. Non c’è soltanto la verifica empirica diretta, la ripetibilità, la sperimentabilità, esistono pure altri criteri per comprovare le teorie, per esempio quello della fecondità euristica:  se vale la teoria della tettonica a zolle (zolle che nessuno ha mai visto) è perché serve a spiegare oltre all’orogenesi alpina, la dorsale oceanica, la deriva dei continenti, i terremoti, ecc. Se così si ragiona nelle scienze naturali, non si vede perché non si possa fare lo stesso per la teoria psicoanalitica, ma anche nella clinica: qui un’interpretazione pare azzeccata non solo se spalanca la porta a nuovi ricordi confermativi della stessa, ma pure se consente di dar ragione di altri eventi già riportati dall’analizzando, fino a prevederne altri, una volta che si sia intuito lo schema comportamentale entro cui si muove. Questo è appunto il criterio di prova dato dalla fecondità euristica.

Musatti indicava pure il criterio della convergenza di indizi sulla medesima situazione o relazione, ipotizzata come causativa di un dato disturbo: è un criterio anch’esso usato nelle scienze naturali, anzi pure in giurisprudenza, quando non ci sono prove dirette sul colpevole. Per altro è interessante notare che in greco causa e colpa si dicono nello stesso modo: “aitia”, e far scienza è portare le cause capaci di spiegare gli eventi.

 

Nella giurisprudenza le sentenze dei giudici della Cassazione fanno testo per magistrati e avvocati. Questi professionisti hanno una banca dati che raccoglie tutte queste sentenze che sono di riferimento nei tribunali. Secondo te sarebbe possibile utilizzare un database simile in psicoanalisi, magari basato su importanti autori di tutto il mondo?

Molto interessante (ride). Peccato che gli psicoanalisti non abbiano giudici di ultima istanza, inappellabili come quelli della Cassazione…

 

E secondo te oggi non ci sono più degli analisti inattaccabili come i giudici della Cassazione?

(Fornaro divertito) … ai tempi di Freud la Cassazione poteva essere lui stesso, ma dopo, con tutte le scuole che sono nate, non si può più invocare un giudice di ultima istanza. Ma è meglio sia così: con Popper la scienza è impresa sempre rivedibile, perfettibile. Piuttosto si può parlare, cum grano salis, di giudici nel caso di supervisioni fatte in gruppo su videoregistrazioni di sedute: analisti esperti provenienti da scuole diverse possono esaminare lo svolgimento dell’accadere clinico, anche se c’è il limite (a parte la questione dell’interferenza della videocamera nel setting) di non poter registrare tutte le “comunicazioni” esperite in seduta, come l’odore o altri segnali non verbali né visivi. Commissioni di tal fatta potrebbero valutare non solo l’appropriatezza degli interventi del collega in seduta, ma anche istituire confronti a livello delle rispettive teorie di riferimento, alla luce di quel caso concreto.

 

Dunque, dopo Freud abbiamo perduto l’unico giudice di Cassazione che la psicoanalisi possedeva; ma adesso che succederà? Che ne sarà della psicoanalisi come scienza?

In verità la scienza disdegna i giudici monocratici e se Freud è il grandissimo che va sempre letto e riletto tanta è la ricchezza di spunti che offre, non possiamo però, se vogliamo far scienza, tirar fuori argomenti ad auctoritatem (tipo appunto “l’ha detto Freud”). Su cos’è “scienza”, poi, ci sono tante idee diverse tra i filosofi, ma certo se restiamo fermi a una nozione positivistica di scienza (sperimentazione, misurazioni quantitative, fatti e verifiche pubblicamente ostensibili, ecc.) c’è poco o nullo spazio per la psicoanalisi, ma non solo per essa. Occorre piuttosto allargare il concetto di scienza, tanto più che anche grandi scienziati D.O.C., felicemente, spesso si comportavano in modo imprevisto rispetto ai canoni di scientificità voluti dai filosofi.

A mio avviso, alla fin fine dopo oltre 2000 anni di teorie epistemologiche, far scienza è “argomentare su ciò che è” (non su ciò che deve essere, che compete al politico, al giurista, ecc.), cioè occorre sistematicamente portare le prove a favore delle proprie affermazioni e confutare quelle contrarie. Quale poi sia il tipo di prove accettabili, va visto e discusso contestualmente al tipo di disciplina, al tipo di cose di cui quella disciplina si occupa.  Così in psicoanalisi possono essere legittime, sia pure entro certi limiti, prove basate sul transfert-controtransfert, sull’assenso dell’analizzando all’interpretazione purché seguito dalla produzione di materiale con essa coerente, cose che invece non hanno senso in altre discipline. Inoltre possiamo far valere, come criteri di prova per attestare la plausibilità delle interpretazioni in seduta, la coerenza narrativa, colmando incongruenze e vuoti di senso; il criterio poi, con Bion, dell’ordinamento in una “buona forma” di quegli elementi che si davano prima sconnessi e senza senso, grazie a un nuovo vertice di lettura, a un “fatto scelto” che consente appunto di dare ordine al tutto. Non ci daranno prove incontrovertibili, ma se questi criteri agiscono sinergicamente rendono viepiù plausibili le interpretazioni.

La scienza è sempre un work in progress, ricca di dispute anche accanite, dunque non c’è da stupirsi che in  psicoanalisi tante questioni restino oggetto di contese vivaci, se anche nella fisica delle controversie, ad esempio sulla natura della luce, sono andate avanti per secoli. Siamo invece fuori dallo spirito delle scienza, quando lo psicoanalista resta dogmaticamente precluso al confronto, al dibattito, all’autocorrezione laddove più forti sono le ragioni dell’altra scuola, più forti le argomentazione e le prove portate da altre discipline. Per altro personalmente non  credo ci sia una dicotomia  tra comprensione e spiegazione, tra scienze della natura e scienze dello spirito, anzi la psicoanalisi, come penso di aver mostrato in miei lavori, è luogo singolare di convergenza di causa e senso, di spiegazione e comprensione.