La strategia del “modello misto” e la ricerca empirica in psicoterapia. Sintesi di G. Mattana da :Psychotherapy. Advance online publication Dicembre 2013

Midgley, N., Ansaldo, F., & Target, M. (2013, December 30). The Meaningful Assessment of Therapy Outcomes: Incorporating a Qualitative Study Into a Randomized Controlled Trial Evaluating the Treatment of Adolescent Depression. Psychotherapy. Advance online publication. doi: 10.1037/a0034179

La strategia del «modello misto» e la ricerca empirica in psicoterapia

(a cura di Giorgio Mattana)

Un’interessante e promettente ricerca sull’esito e il processo della psicoterapia, avviata in Gran Bretagna e tuttora in corso, descritta in un articolo del 2013 di Psychotherapy, rivista online free access dell’ American Psychological Association, propone un’inedita integrazione della classica metodologia dello studio randomizzato (randomized controlled trial, RCT) con uno studio qualitativo basato su interviste non strutturate in profondità. L’obiettivo è quello di innestare la dimensione qualitativa in quella quantitativa, superando il «paradigma positivistico» dell’esclusiva validità del metodo quantitativo e della totale irrilevanza delle analisi qualitative, nella convinzione che la molteplicità dei fattori alla base del fenomeno indagato possa essere colta adeguatamente solo attraverso un approccio «multidimensionale». Lo studio consiste nella valutazione pre-terapia, a terapia conclusa e a un anno dalla conclusione della stessa, di un campione di quasi cinquecento adolescenti, da moderatamente a severamente depressi, trattati con psicoterapia psicoanalitica breve (short-term psychoanalytic psychoterapy, STPP) e con terapia cognitivo-comportamentale (cognitive-behavioral therapy, CBT), confrontati con un gruppo di controllo seguito clinicamente senza psicoterapia. I problemi connessi al disegno di ricerca, non originariamente concepito come a «metodo misto», ma divenuto tale in corso d’opera, compresa la quantificazione del qualitativo, non sono indifferenti. Eppure il «terzo paradigma di ricerca» appare al presente la via più promettente per catturare il fenomeno dell’esito e del processo terapeutico, congiuntamente a quello della stabilità dei risultati, combinando il rigore del metodo quantitativo con un’analisi qualitativa delle attese, dei vissuti e dei significati soggettivi dell’esperienza terapeutica, garantendo allo studio quella «conoscenza contestuale» e quella «validità esterna», che lo rendano più realisticamente rappresentativo della pratica clinica ordinaria. I vantaggi dello studio randomizzato, con assegnazione casuale al tipo di trattamento, standardizzazione delle procedure di intervento e dei criteri di valutazione, permettendo l’esclusione di tutta una serie di distorsioni o «bias», vengono chiaramente illustrati. Con altrettanta chiarezza, tuttavia, sono esposti i limiti di questa procedura, la stessa impiegata nella valutazione dei trattamenti farmacologici, che non consente la valutazione di una serie di importanti variabili soggettive, come il significato attribuito alla patologia, le attese rispetto alla terapia, la qualità della relazione terapeutica e l’impatto della cura sulla qualità della vita. Tali dimensioni sfuggono ai disegni di ricerca tradizionali, che identificano il cambiamento terapeutico con il miglioramento sintomatico, e possono essere colte attraverso gli strumenti dell’analisi qualitativa, come le osservazioni e le interviste non strutturate in profondità. Ciò permette di individuare sottogruppi di pazienti che si differenziano per aspetti significativi, non identificabili attraverso i classici strumenti dello studio randomizzato come i questionari e le interviste strutturate, e capaci di influenzare in maniera significativa i risultati quantitativi. In questo modo, è possibile superare il cosiddetto «verdetto di Dodo», relativo all’equivalenza delle diverse psicoterapie, individuando sotto il dato statistico l’incidenza di diversi campioni di pazienti, più o meno adatti, per caratteristiche personali e socio-culturali, a questo piuttosto che a quel tipo di trattamento. I dati ottenuti potrebbero anche aiutare a prevedere quali pazienti, in funzione della loro appartenenza a questo o quel sottogruppo, miglioreranno e quali no, quali miglioreranno di più e quali di meno. In attesa della pubblicazione dei risultati della ricerca, un cui primo resoconto in itinere è stato effettuato nel 2014, è verosimile attendersi che essi ne comprovino, come giustamente auspicato dagli autori, la maggiore «validità esterna» rispetto agli studi randomizzati tradizionali. Si intende con ciò la capacità di rappresentare in maniera più completa la realtà clinica quotidiana ed extrasperimentale del processo psicoterapeutico, con una «triangolazione» del dato quantitativo suscettibile, al tempo stesso, di «validarlo» ulteriormente e di produrre conseguenze teoriche e applicative di notevole utilità e interesse.