Nuzzaci V. (2015). Nota sull’articolo di C.Pulcinelli “Sul lettino senza scienza” la Repubblica, 20 Ott 2015. p. 42

Nuzzaci V. (2015). Nota sull’articolo di C.PulcinelliSul lettino senza scienza Repubblica, 20 Ott 2015. p. 42

L’articolo di Cristina Pulcinelli attacca con “uno studio rileva che l’efficacia della psicoterapia è sovrastimata”. Cita la rivista Science, in cui l’Open Science Collaboration riferisce che solo il 36% degli studi pubblicati su riviste di psicologia sono risultati riproducibili e quindi significativi.

Che cosa possiamo dire a riguardo?

Jeremy Safran (2015) fa un’approfondita riflessione su questa questione, nel suo articolo “Replication Problems in Psychology: Crisis, Tempest in a Teapot, or Opportunity?”. Nel suo lavoro afferma che, indipendentemente dal campo di ricerca, si considera scienza l’ambito del sapere che ha una significativa implicazione che gli attribuisca un valore epistemico per la sua cultura. L’autore riporta come, dopo la seconda guerra mondiale, sia partito un lungo dibattito se includere o meno le scienze sociali nelle scienze naturali all’interno del nascente National Science Foundation. Fu presa la decisione di includerle in una categoria residuale di “altre scienze” (in contrasto con scienze, come la fisica e la chimica, che venivano chiamate per nome), considerando le difficoltà delle scienze sociali ad essere oggettive. Safran ricerca i fattori che contribuiscono alla problematicità della replica degli studi in ambito psicologico generale e per le psicoterapie, con particolare enfasi in questi campi sulle importanti discrepanze tra il modo in cui la ricerca è rappresentata nella letteratura pubblicata e la realtà con cui è stata svolta sul campo. Spesso può essere richiesto di pubblicare in anticipo l’ipotesi delle ricerca, quando le ipotesi spesso nascono nel corso della ricerca. Safran ricorda che non esiste nessuno studio che dimostri l’efficacia di un approccio sia superiore ad altri (per la psicoanalisi si ricorda il lavoro di  Eysenck – 1952) e che le ricerche proposte si fondano sul modello dei trattamenti proposti, modello che offre una visione del mondo, non tutte le visioni di esso. Tra i fattori inficianti la replicabilità vengono descritti: il “bias dell’originalità” per evitare che si producano “mere repliche”; il fatto che risultati statisticamente non significativi hanno meno probabilità di essere pubblicati; inoltre, viene spesso richiesta l’abilità di produrre procedure creative che rendano vivace e convincente la dimostrazione proposta (gli studi di Milgram e Harlow). Safran conclude con una riflessione provocatoriamente stimolante. Il fatto che la psicologia sia considerata o meno come “scienza” (Safran usa le virgolette quale espressione di effettiva difficoltà ad usare questo termine) ha più a che fare con un interesse “politico” di ottenere credibilità che con la questione di quanto sia possibile progredire con la conoscenza in questo campo.

In che rapporto sono significatività scientifica e significatività di un dato, ipotesi o fenomeno rilevato nella teoria o nella clinica?

Portando questa accesa discussione nel nostro lavoro, può essere condiviso il pensiero che non sia semplice fare ricerca in ambito psicoanalitico. Per alcuni di noi non ha senso parlarne, perché si rischia di denaturare la clinica. Il nostro oggetto è il soggetto con i suoi processi. Si possono analizzare casi simili, gruppi omogenei di soggetti, ma ognuno di loro è un singolo individuo con le sue peculiarità.

Yakeley (2013), nel suo studio sul rapporto tra psichiatria e psicoanalisi nel Regno Unito, riporta uno studio storico circa la riconoscibilità scientifica della psicoanalisi. La psicoanalisi, le cui teorie si affidano al laboratorio del caso clinico singolo e incontrollabile, trovano difficile adeguarsi all’esigenze oggettive della scienza. Ciò indusse alcuni importanti psicoanalisti a sostenere che la disciplina psicoanalitica sfuggiva per essenza a ogni tentativo di renderla oggetto di ricerca (Steiner,1985), cosa che la rendeva più simile alle arti che alle scienze o la classificava al massimo come una disciplina ermeneutica (Ricoeur, 1970) nella quale i criteri di coerenza interna e plausibilità narrativa avevano la meglio su ogni tentativo di individuare una conferma esterna della «verità» psicoanalitica (Spence, 1987).

Vi è, però, l’esigenza da parte di alcuni colleghi di portare fuori dalla stanza d’analisi i fenomeni che li hanno stimolati a formulare ipotesi, perché possano avere un’evidenza ed essere condivisi, dibattuti. Il lavoro analitico protetto dal setting è lontano dagli occhi esterni, che faticano a comprendere la complessità di questo specifico approccio. L’atteggiamento analitico degli ultimi anni ha condiviso la necessità che la psicoanalisi non fosse un discorso “interno”, ma che si potessero aprire le porte e farsi conoscere.

Gli studi sull’efficacia delle psicoterapie sono numerosi. L’efficacia del trattamento non si trova solo negli esiti, ma soprattutto nel processo (Dazzi, Lingiardi e Colli, 2006), non sempre visibile o riconosciuto nella sua importanza nella trattazione di questi studi. I dati pubblicati possono avere intenti diversi, ma in ambito psicoanalitico offrono soprattutto possibilità di confronto.

Borutti (2008) parla della conoscenza delle scienze umane, umane appunto. Una caratterizzazione fondamentale per distinguere il lavoro clinico dagli studi in laboratorio. La ricerca che viene fatta in psicoanalisi ha il senso del cercare e stimolare approfondimenti. Si possono trovare risposte, ma ha molto più valore il senso della domanda. Nel lavoro coi pazienti si osservano segni, si hanno intuizioni che ci fanno pensare a possibili nessi e legami. La ripetizione o le trasformazioni che si evidenziano nel materiale, se ritenute significative a livello clinico, possono diventare oggetto di ricerca ed essere raccolte dai clinici attraverso varie strumentazioni (video-registrazioni, trascrizioni, questionari).

Il nostro primo intento fu ovviamente quello di comprendere i disturbi della vita psichica, perché una singolare esperienza ci aveva mostrato che in questo campo comprensione e guarigione sono pressoché coincidenti, esistendo una strada, ben praticabile, che porta da una all’altra[…]” (Freud, 1932, p. 250). Un’esperienza singolare, il caso di Anna O. trattato da Breuer, che ha stimolato e avviato la definizione del modello psicoanalitico. Per Freud il terreno d’origine, l’approfondimento e lo sviluppo della psicoanalisi sono legati alla partica coi pazienti. Anche un singolo caso può essere promotore di una teoria o di un’evidenza clinica significativa. “Gli insuccessi ai quali andiamo incontro come terapeuti ci pongono compiti sempre nuovi e le esigenze della vita reale sono una protezione efficace contro l’ipertrofia speculativa, di cui d’altronde non possiamo fare a meno nel nostro lavoro” (Freud, ibidem, p. 250)

Le ricerche pubblicate e i risultati evidenziati spesso vengono considerate non oggettive o non sufficientemente rappresentative per l’esiguo numero di casi presentati o per la specificità e particolarità dell’oggetto di studio. Ciò che porta l’analista a raccogliere materiale e a sottoporlo ad un comitato scientifico è l’interesse per la significatività clinica che può avere il fenomeno rilevato.

Ciò che accade durante una seduta è prodotto in quella stanza da quelle due persone. Registrare, trascrivere e raccogliere sono azioni di traduzione, dati o rilevazioni difficilmente replicabili da altre persone con altri soggetti. Nei resoconti si colgono frammenti o si cerca riprodurre il tutto senza pensare davvero di riuscirlo a fare. Il lavoro con il paziente, dunque, è scientificamente indimostrabile? Si tratta di lavorare sul lettino senza scienza?

Il pensiero scientifico non è diverso, nella sua essenza, dalla normale attività normale che noi tutti […] impieghiamo nel disbrigo delle faccende della nostra vita. Ha sviluppato dei tratti particolari:  […] si sforza con ogni cura di tenere lontani fattori individuali e influenze affettive; […] si procura percezioni, che non possono essere ottenute con i mezzi ordinari e isola le condizioni di queste nuove esperienze in esperimenti intenzionalmente variati. La sua aspirazione è di raggiungere la concordanza con la realtà […], da noi chiamata “verità” […]” (Freud, ibidem, 1932 pp. 273-74).

L’interesse psicoanalitico per la ricerca è principalmente quello di far dialogare scientificità e pratica clinica, perché il lavoro nella stanza d’analisi non sia un sapere da preservare, ma un insieme di ipotesi da valutare (Lingiardi e Ponsi, 2013), affinché possa crescere ed essere al passo coi tempi. Il dibattito attuale tra possibili deviazioni ed estensioni del modello classico ci sta offrendo lo stimolo per rivedere il nostro lavoro e riflettere sul senso del cambiamento.

BIBLIOGRAFIA

Borutti S. (2008). Immagine e conoscenza nelle scienze umane. Riv. di Psicoanalisi, 1, pp. 157-167

Dazzi N., Lingiardi V. e Colli A. (a cura di) (2006). La ricerca in psicoterapia. Modelli e strumenti. Cortina, Milano

Eysenck H. (1952). The effects of psychotherapy: An evaluation. Journal of Consulting Psychology, 16, 319-324.

Freud S. (1932). Introduzione alla psicoanalisi. OSF, vol. 11, Boringhieri, Torino.

Lingiardi V. e Ponsi M. (2013). L’utilità della ricerca empirica per la psicoanalisi. Riv. di Psicoanalisi, 3, pp. 885-909.

Ricoeur P. (1970). Freud and philosophy: An essay on interpretation. New York, Yale Univ. Press.

Spence D. (1987). The Freudian metaphor: Towards paradigm change in psychoanalysis. New York, Norton.

Steiner J. (1985). Psychotherapy under attack. Lancet,1, 2766-7.

Yakeley J. (2013). A chi appartiene la follia? Il rapporto tra psichiatria e psicoanalisi nel Regno Unito. Psiche, #3. sez. 4.

Scarica l’articolo pubblicato nella versione web della rivista (2011-2013) elettronico

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Valentina Nuzzaci valentinanuzzaci1@gmail.com