Rossi Monti M. (2017) La diagnosi come nome, la diagnosi come verbo.Giornata Nazionale di Ricerca “They are people. Roma, 28 genn 2017).

 
Abstract della relazione presentata nella Giornata Nazionale di Ricerca “They are people”. Il contributo della Psicoanalisi alla psicopatologia e alla diagnosi nell’infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta. (Roma, 28 genn 2017).
 
Capita spesso nelle terapie analitiche di pazienti gravi di trovarsi di fronte a una serie di diagnosi psichiatriche codificate. Nel caso di Maria, ad esempio, la prima diagnosi è stata Disturbo della alimentazione. La seconda è stata Disturbo borderline di personalità. La terza è stata Disturbo bipolare II. Ognuna di queste diagnosi (ma soprattutto quella di bipolare II) ha rappresentato un momento di passaggio importante nella vita di Maria. Ognuna di esse le ha consentito di riunire, almeno transitoriamente, sotto un nome che ha almeno dignità medica di “disturbo”, una serie di esperienze apparentemente senza senso dalle quali si sentiva travolta. Come se insomma la terminologia DSM adottata dagli psichiatri che la hanno (discontinuamente) seguita, le avesse consentito di mettere insieme una serie di frammenti esperienziali e comportamentali dai quali si sentiva agita, spinta a fare qualcosa, a disperdersi nello spazio e nel tempo senza mai poter contare su un luogo per pensare a ciò che andava facendo. Si potrebbe dire che in questi passaggi, monitorati attraverso il lavoro della terapia analitica, il “disturbo che è in lei” ha cominciato a prendere forma attraverso la individuazione del disturbo che lei ha.
 
Ho usato di proposito fin qui termini tratti dalla nosografia psichiatrica. Lo ho fatto perché penso che la diagnosi psichiatrica sia un dato rilevante anche in una prospettiva psicoanalitica. Non certo nel senso che lo psicoanalista deve limitarsi ad assumere la diagnosi come tale, ma nel senso che la diagnosi psichiatrica riguarda anche lo psicoanalista in quanto, soprattutto nei casi più gravi, rappresenta il punto di partenza di un percorso di conoscenza e cura che andrà, ovviamente, ben al di là della diagnosi psichiatrica stessa. Penso, più precisamente, che la diagnosi psichiatrica sia una cosa troppo importante per essere lasciata ai soli psichiatri. Come del resto ha mostrato magistralmente Freud nel Caso del presidente Schreber (1910) o anche nella sedicesima lezione intitolata Psicoanalisi e psichiatria in Introduzione alla psicoanalisi (1915-1917)là dove avanza proposte di modifica e integrazione della nosografia psichiatrica. La nosografia psichiatrica, dunque, come psicoanalista, mi riguarda e la assumo come punto di partenza del mio lavoro clinico.
 
Ciò che Maria racconta in seduta, relativamente alle sue esperienze interiori o di vita, aggiunge qualcosa di utile alla diagnosi per come viene comunemente intesa in ambito psichiatrico? No. Non aggiunge niente alla individuazione dei quadri clinici nosografici nei quali la patologia di Maria è stata collocata. Non aggiunge niente alla definizione del cosa affligge Maria. In un altro senso tuttavia questi frammenti costituiscono elementi straordinariamente utili alla diagnosi perché dicono qualcosa intorno al perché ma soprattutto al come Maria mette in forma la sua sofferenza. Ogni “sintomo” è infatti sempre accompagnato, in maniera implicita o esplicita, da una presa di posizione del soggetto. Tutto ciò sollecita fortemente a interrogarsi su come Maria è borderline (o Bipolare II) e su quale sia il senso di alcune sue condotte patologiche e sul loro possibile perchè. Da dove vengono? Alla fine di quale percorso si collocano? Come e perché hanno preso tanto spazio nella sua vita? E ancora: a quale “progetto inconsapevole” rispondono?
 
Il fatto è che la parola diagnosi da una parte rappresenta un nome o un atto di denotazione, ma dall’altra rimanda ad un verbo e a una procedura (Rothstein, 2002; Sadler, 2005): il diagnosticare (diagnosing), in analogia con come Winnicott chiamava il gioco del bambino: non play ma playing, per sottolineare l’attivazione di una funzione che si dispiega nel tempo.
 
La spinta a valorizzare la diagnosi come processo di conoscenza centrato sulla soggettività, sull’esistenza di una dimensione inconscia e teso al rilancio di un processo di soggettivazione (di cui Tiziana Bastianini ha messo a fuoco le coordinate della relazione al XVII Congresso SPI nel 2014) rappresenta una parte importante del contributo che la psicoanalisi ha portato in dote alla psichiatria.
 
È di questa funzione della diagnosi intesa non soltanto come nome (la diagnosi) ma anche come verbo (il diagnosticare) che si cercherà di dare conto in questo lavoro provando a sviluppare la tesi che lo spazio della diagnosi si costituisce grazie ad uno stato oscillatorio della mente (modell, 1990) che si realizza all’incrocio tra modi diversi di traguardare il sintomo e in particolare attraverso la possibilità di sviluppare e mantenere un certo grado di visione strabica, mediante un continuo lavoro di accomodamento visivo e psichico.
 
Per dare conto di questo stato oscillatorio si è fatto spesso ricorso alla metafora utilizzata da Bion della visione binoculare (1961). La visione binoculare si acquisisce quando, avendo puntato il binocolo verso un obiettivo, si cerca di trovare la giusta angolazione dei due ‘cannocchiali in modo da realizzare l’integrazione delle due prospettive e acquisire così la dimensione di una profondità che consente di osservare contemporaneamente due piani o livelli di funzionamento. Se da un lato questo effetto è certamente utile ad evitare un uso appiattito della diagnosi, dall’altro sembra però dare l’illusione di arrivare ad una sintesi, ad una integrazione che consenta di vedere l’oggetto in modo stabile, profondo e definito.
 
Quando si punta il binocolo nel campo della diagnosi è invece opportuno che questa integrazione resti una meta ideale e l’acquisizione della profondità non sia mai data una volta per tutte. Al contrario, più che su una visione binoculare, la funzione del diagnosticare si fonda sulla possibilità di mantenere un certo grado di visione strabica grazie alla quale, nel mentre da un lato si mette a fuoco un particolare e si colgono alcuni aspetti dell’oggetto, dall’altro ne vanno fuori fuoco altri, in un processo di continui aggiustamenti che è quasi senza fine. In questo continuo “fochettare” l’oggetto (fochettare nel gergo dei microscopisti significa mettere a fuoco attraverso piccoli movimenti), la diagnosi da nome si fa processo, ovvero verbo (diagnosing) e da verbo si fa di nuovo nome e così via, in una sequenza a spirale che accompagna l’intero percorso terapeutico.
 
La diagnosi come nome e come processo si colloca così a un crocevia e deve essere perennemente mantenuta in uno stato di tensione. Questa tensione rende la diagnosi vitale e consente il mantenimento di un certo grado di strabismo volto a evitare che la diagnosi si trasformi in una entità fissa, in una sorta di destino ineluttabile o addirittura in una vera e propria pietra tombale. È necessario che la capacità di stupirsi del clinico di fronte ai fenomeni che osserva nel paziente (e in se stesso) resti viva e che la diagnosi funzioni come un volano capace di rilanciare la spinta a comprendere meglio e di più e a fare di questa comprensione un momento cruciale nella costruzione della relazione terapeutica.
 
È in questo senso che le parole di Karl Jaspers (1913) vanno prese proprio alla lettera: tutti gli schemi diagnostici devono restare un tormento per il ricercatore.